mercoledì 12 dicembre 2007

Dodici dicembre, l'innocenza perduta

Come la dissonanza di una musica che non c'entra niente con il resto del film, come la deflagrazione di un tuono che sveglia un bimbo appena messo a dormire dalla mamma, il dodici di dicembre del millenovecentoesessantanove, sette chili di esplosivo contenuti in una valigetta nera, tipo ventiquattrore, uccisero diciassette persone e ne ferirono ottantotto, tutte immerse nelle loro faccende al centro del salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana a Milano.
Brutto giorno quel dodici di dicembre di trentotto anni fa. A distanza di pochi minuti dalla strage di Piazza Fontana, un 'altra bomba, con le stesse caratteristiche della prima, viene collocata nella sede della Banca Commerciale di Milano, ma non scoppia. Stessa cosa pure a Roma. Nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro, un ordigno provoca il ferimento di tredici persone. Altre due bombe colpiscono l'Altare della Patria e l'ingresso del Museo del Risorgimento. Quattro feriti.
I manovali neo-fascisti al servizio dei nemici del progresso e della democrazia. Preludio di un buco nero che divora e non restituisce tutto quel che gli si approssima. Trame nere, servizi deviati, puttane di Stato. Anarchici distratti cadono dalle finestre, e poi golpe d'operetta. Io, speriamo che me la cavo.

martedì 11 dicembre 2007

Il delitto perfetto

Testo Unico delle Leggi Elettorali D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche
Art. 10:
1. Non sono eleggibili inoltre:
1) coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta;
2) i rappresentanti, amministratori e dirigenti di società e imprese volte al profitto di privati e sussidiate dallo Stato con sovvenzioni continuative o con garanzia di assegnazioni o di interessi, quando questi sussidi non siano concessi in forza di una legge generale dello Stato;
3) i consulenti legali e amministrativi che prestino in modo permanente l'opera loro alle persone, società e imprese di cui ai nn. 1 e 2, vincolate allo Stato nei modi di cui sopra.
2. Dalla ineleggibilità sono esclusi i dirigenti di cooperative e di consorzi di cooperative, iscritte regolarmente nei registri di Prefettura.

Parlare di una politica degenerata in fase comatosa, semba essere diventata una moda quotidiana che ha assunto forma e modalità del tutto stucchevole. Ascoltare fiumi di parole ed osservare atteggiamenti pietistici e scandalizzati da parte di scarani e feudali che agiscono e si accalorano per conto e in nome del potere politico e altresì qualcosa di stomachevole e riluttante, soprattutto per coloro che cercano di salvaguardare la loro sanità mentale da questo teatrino che ha ormai l'odore nauseabondo di rancido. Negli utimi venti anni, la politica svestita di un mandato ideologico che ha guidato il loro agire palese e spesso occulto, è diventata un'entita informe e indefinita: siamo stati sommersi di parole, parole, parole, da parte di chi invece dovrebbe avere una determinata incisività ed "agire per conto e in nome del popolo". Questo atteggiamento di pianificato immobilismo e di reciproco mutuo soccorso ha prodotto uno sbriciolamento di credibilità nella politica tout court. Dette queste semplici parole che restano tali, in quanto non incidenti sulla realtà in cui ci ritroviamo, il decreto presidenziale del 1957 articolo 10 comma 1, stabiliva e stabilisce la non elegibilità da parte di soggetti o rappresentanti di imprese private vincolate allo Stato da contratti o concessioni di una certà entità economica. La politica italiana nella sua interezza e nella sua pochezza ha permesso ( travalicando quella legge che tanto loro difendono) nel lontano 1994 ad un soggetto economico che non aveva alcun diritto, di govenare il paese Italia e di plasmare e modificare il costume dell'italiano a sua immagine e pensiero. Parlare di questo soggetto economico non è soltanto folcloristico, ma farlo significa violentare e deturpare la mia persona e quella di tante altre che nel silenzio della loro quotidiana semplicità ed onestà civica subiscono direttamente o indirettamente i soprusi, la tracotanza e le scelte scellerate e personalistiche della classe politica. Prendere in considerazione la classe politica attuale, stabilire la loro credibilità mi sembra un esecizio inutile. L'articolo 10, comma 1 è una semplice virgola all'interno dei tanti discorsi politici che invadono le case degli italiani. E il negare scientificamente da parte della politica questa virgola nei tanti discorsi che inquinano le nostre menti, è stata una colpevole mancanza, un delitto di cui si devono assumere la responsabilità l'intero panorama politico italiano.



lunedì 10 dicembre 2007

Solo per pazzi

A nessuno di noi che viva con curiosità questi anni è sfuggito che è diventato ossessivo l'uso della parola "sistema"
e della sua negazione (ossia il dissenso, la contestazione).

Pier Paolo Pasolini, Il caos
brano tratto da La paura di essere mangiati


Per alcuni vuol dire: "rispetto". Per altri: ossessione; che non si ha il coraggio di affrontare o combattere frontalmente. Per Pier Paolo Pasolini il "sistema" era un fine, lo scopo della sua genialità, della sua magnifica e maledetta arte. Maledetta come fu la pellicola Salò o le 120 giornate di Sodoma che, come conviene il bellissimo libro di Selim Rauer, La passione di Pierpaolo, postato su questo blog da Giovanni qualche giorno fa, fu proprio la goccia che fece traboccare il vaso, quel "vaso" dove erano contenute tutte le invettive che Pasolini aveva esternato nei confronti del potere politico italiano (ma già globalizzato) . Non mi soffermerò sul discorrere riguardo la possibilità che Pier Paolo Pasolini avesse raccolto documenti, ma soprattutto testimonianze nel sottomondo romano, in giro a rimorchiare prostituti che frequentava durante le notti passate dietro Piazzale Cinquecento o passando con la sua Alfa per viale Giolitti, adiacente alla stazione Termini. In giro per piacere ma anche per conoscenza: consapevolezza di come si viveva dall'altra parte del cancello, da dove lui entrava ed usciva. Sarebbe inutile, dicevo, continuare a discutere su "chi" e su cosa Pasolini sapeva, perché in questo momento, con una classe politica democristiana quasi morta e defunta, (non certo nello spirito e nella continuità della fame di potere degli adepti andreottiani) sarebbe inutile tirare fuori discorsi che finirebbero ancora prima di cominciare. Ma il metodo di Pier Paolo (come si è spinto ad evocarlo nel titolo del suo libro Rauer e come mi permetto adesso di chiamarlo da ora in poi...) è quello ossessivo ma scientifico, potremmo dire, di chi i suoi nemici voleva conoscerli: conoscere per colpire. E Pierpaolo alla fine ha colpito nel segno, con quel film: Salò, laddove iniziò un discorso sul potere e sulla sessualità che ci è ancora oggi oscuro perché abietto.


Ma prima di arrivare a Salò Pierpaolo aveva fomentato e discusso, scritto e studiato. La rubrica "Il caos" che teneva sulla rivista settimanale Tempo, ora raccolta in un libro edito dalla Editori Riuniti edito nel 1999 (ancora oggi ultima edizione e non facile da reperire; vedi copertina in foto) era uno di quegli strumenti utilizzati nel riempimento di quel "vaso" di diffidenza, ostilità ed infine di odio che la cupola del potere italiano ha poi scaraventato con tutta la sua violenza nella sua eliminazione caratterizzata da una efferatezza riscontrabile a diversi livelli da esecutori materiali e mandanti diretti o ideali. Sì perché una delle poche certezze che abbiamo è che Pasolini fu cancellato con determinazione non solo da chi ha condannato ideologicamente e sentenziato nelle stanze semibuie del Palazzo; da chi ha pedinato, mincacciato e intimorito, isolato; da chi ha sequestrato e ridotto al macello il suo corpo. Pasolini fu rinnegato da quella maggioranza che ancora consta la società italiana, una società allora perbenista e conservatrice, oggi pseudo liberale e democraticamente consumistica, che idealmente lo condannò, che lo tornerebbe ad uccidere ancora oggi, sentenziando la sua maledizione; negandogli persino il martirio, la celebrazione. Chi vuole oggi non può ricordarlo, se non che in qualche libro dimenticato da media e mondo emerso; ricordato solo da un manipolo di "pazzi" che ancora si ostina a leggere e rileggere le sue parole, ad ascoltare la sua voce. Vale la pena essere confusi con i pazzi, in un mondo che non risponde più, dà occupato, al telefono, "può richiamare più tardi per favore?". Vale la pena ricordare Pasolini e le sue considerazioni, le sue ossessioni, le sue bestemmie contro una società italiana embrionalmente massificata e assuefatta al capitale. Ascoltare le pazzie di allora, per riconoscere quelle di oggi.

domenica 9 dicembre 2007

Il ritorno

San Nicola. Cielo terso d'inverno, aghi di freddo pungente che si spezzano al contatto con la nostra pelle inspessita dagli anni che ci ha visto lontani ed estranei, altri l'uno rispetto all'altro. Seguo i fili delle nostre strade, diverse, tento di farli intersecare di nuovo; per un attimo vi riesco, li avvolgo attorno alle mie dita secche ed incerte. Mi sfuggono, poi, di mano. Dalla mia finestra li seguo dipanarsi sotto le stesse luci che ci videro bambini e poi fanciulli, per poi arrivare alla tua stanza, fino ad oggi ancora vuota. Ti trovano raggomitolato sulle tue sciarpe e sulle tute da calciatore in erba.
Lontano dall'acciaio dei reclusi e degli ultimi, vegliato dallo sguardo materno, ti siano da conforto e riscatto le parole e le frasi non dette di chi ha portato con sé nel mondo il ricordo di tanti palloni scagliati contro le saracinesche appena dipinte, di tanti pomeriggi di pioggia passati ad aspettare il sole di mezzanotte, del mare fuoriporta.
San Nicola. Cielo stellato d'inverno, aghi di freddo pungente ridotti a dei punti, le loro crune. Dal balcone di fronte, quei fili di ritorno tra le mie dita. La luce è poca, fioca. Mi sforzo di vedere, di guardare. Insisto. Prima che la campana annunci il nuovo giorno, vi riesco. Ogni cruna è trapassata dal filo giusto.
Sant'Ambrogio. Riposa. Dormi pure. Il giorno è ancora lungo. Ma non temere, che preconcetti e maldicenze nella cruna dell'ago non ci passano.

venerdì 7 dicembre 2007

Caso Biagi: respinti ricorsi e negati sconti di pena

Per l'omicidio di Marco Biagi devono essere confermati gli ergastoli nei confronti di Marco Mezzasalma e di Roberto Morandi. Deve invece essere annullato il carcere a vita inflitto a Diana Blefari Melazzi per un nuovo processo e non va accordato lo sconto di pena a Simone Boccaccini. Sono queste le richieste che il sostituto procuratore generale della Cassazione, Alfredo Montagna, ha avanzato ai giudici della quinta sezione penale chiamati oggi a decidere sulla vicenda processuale bolognese per l'omicidio del giuslavorista Marco Biagi, ucciso nel capoluogo emiliano la sera del 19 marzo 2002 dalle Br.

Postato dal sito web della Adkronos, 7 dicembre 2007

"Colpite i Cavalieri di Malta": Al-Qaeda lancia un appello agli egiziani

Chi sono i Cavalieri di Malta

"Non siate avari, oh egiziani, nel colpirla con un'auto o un camion bomba". E' questo il messaggio apparso oggi sui forum islamici vicini ad al-Qaeda, che chiede ai terroristi islamici di colpire con un attentato la sede egiziana dell'Ordine dei Cavalieri di Malta. La richiesta è accompagnata da due foto che ritraggono la sede del Cairo dell'Ordine. Vengono proposte le foto del palazzo e del portone d'ingresso della rappresentanza diplomatica dell'Ordine di Malta in Egitto che si trova nella via Hoda Shaarawi del Cairo. Molto eloquente l'obiettivo degli autori di questo messaggio. "Vi mostro la foto della loro ambasciata in Egitto e chiedo ad Allah di farla chiudere o esplodere, compreso coloro i quali si trovano al suo interno che odiano l'Islam e i musulmani. Non siate avari, oh egiziani, nel colpirla con un'auto o un camion bomba".

La diffusione sui siti islamici della richiesta di colpire la sede egiziana dell'ente benefico segue la pubblicazione di un editoriale ieri sul giornale degli Emirati Arabi Uniti, 'al-Bayan', a firma del parlamentare giordano Jamal Muhammad Abidat, dal titolo 'Cavalieri di Malta, più di un complotto'. Nell'editoriale si ripercorre la storia dell'Ordine in chiave islamica, descrivendo il ruolo avuto dai Cavalieri di Malta durante le crociate e sostenendo che lo stesso ruolo sarebbe in atto oggi in Medio Oriente per la guerra americana in Iraq e Afghanistan.

"I ricordi della dolorosa storia arabo islamica evocano le battaglie combattute nell'undicesimo secolo, nel periodo delle guerre crociate, quando è iniziata la missione dei Cavalieri di Malta - si legge nel documento - considerata come una 'milizia cristiana', la cui missione era quella di difendere la terra conquistata dai crociati. Questi ricordi tornano con forza quando si scoprono i crimini che vengono commessi dalle società definite di sicurezza e protezione in Iraq e si scoprono i loro legami storici con l'organizzazione dei Cavalieri di Malta come per la società Black Water americana".

L'Ordine viene inoltre accusato di essere diretto da uomini vicini al presidente americano George W. Bush e ai neocon statunitensi, prendendo spunto da una trasmissione andata in onda sulla tv araba 'al-Jazeera' il 24 aprile del 2007. Si citano inoltre alcuni passaggi del libro dello scrittore americano Jeremy Scahill sulla società Black Water e si aggiunge che "la presenza dei mercenari in Iraq non è solo frutto di un accordo fatto con il Pentagono per sostituire in alcune situazioni di combattimento l'esercito americano, ma è anche frutto di un accordo su base ideologica che comprende anche i Cavalieri di Malta, perché loro sono l'ultimo gruppo crociato che controlla chi prende le decisioni negli Stati Uniti".

L'editoriale si conclude affermando: "Per questo non si esagera se si afferma che i Cavalieri di Malta sono un governo nascosto del mondo, o il governo più misterioso del mondo. Possiamo invece accettare la definizione data da uno di loro nella loro ambasciata del Cairo, che l'ha definita 'un fantasma che abita vicino'".

Postato dal sito web della Adkronos/Aki, 6 dicembre 2007

312 militari ammalati di tumore maligno di cui 77 morti, Parisi parla dell'uranio impoverito

Soldati italiani in missioneSono 312 i militari italiani che si sono ammalati di tumore maligno negli ultimi 11 anni (1996-2006) nei Balcani, in Iraq, Afghanistan e Libano; 77 di questi sono morti.

Il numero complessivo dei militari malati di tumore, tra impiegati in missione e non, e' invece di 1.703. Sono questi gli ultimi dati in possesso della Difesa: il ministro Parisi li ha comunicati oggi al Senato, davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito. Ma c'e' gia' chi parla di dati "al ribasso".

Guarda l'inchiesta di Rainews24 sugli effetti dell'uranio impoverito

Il risultato di questo lavoro (in attesa di creare una "organizzazione centralizzata e informatizzata") e' un bilancio di soldati morti o ammalati piu' pesante di quello fornito in precedenza dallo stesso Parisi, che davanti alla Commissione aveva parlato di 255 casi, con 37 morti, tra i militari in missione - contro i 312 e 77 di oggi - e di 1.682 malati in totale (1.703).

"Difformita' - ha spiegato il ministro, con particolare riferimento alle missioni - dovuta soprattutto al fatto che alcune decine di malati o morti per tumore allora indicati nell'elenco dei militari che non avevano preso parte alle missioni, invece vi avevano partecipato".

E comunque - ha aggiunto Parisi, facendo per la prima volta questo raffronto - la percentuale dei militari che si e' ammalata di tumore dopo aver partecipato a missioni e' inferiore a quella della popolazione maschile italiana. Si tratta di "dati e comparazioni molto grezzi", ha premesso il ministro, ma e' un dato di fatto che nel quinquennio 2002-2006 sono stati 216 su 56.600 i militari italiani impiegati all'estero che si sono ammalati, "con una incidenza di 380 casi ogni 100.000".

Uno studio effettuato in base ai dati dell'Airt (Associazione italiana registri tumori) sul totale della popolazione maschile italiana per il quinquennio 1998-2002, indica invece che "in media vengono ogni anno diagnosticati nel nostro Paese 754 casi ogni 100.000 abitanti".

L'informativa di Parisi non ha soddisfatto Falco Accame, presidente di una delle associazioni piu' attive su questo fronte, secondo cui "non si tiene conto dei casi di morte e malattia nella guerra del Golfo del '91, in Somalia nel 1993, nei poligoni di tiro a partire dal 1977, dei civili e del personale in congedo e delle altre gravi malattie diverse dai tumori".


Postato dal sito web di Rainews24 del 6 dicembre 2007

giovedì 6 dicembre 2007

Musica nuda

Maria Luisa segnala nel mailinglistone di Giovanni la bravissima cantante Petra Magoni che esegue i suoi pezzi con il bassista Ferruccio Spinetti, ex appartenente al gruppo italiano degli Avion Travel. Da mie informazioni, i due girano spesso nella provincia Toscana, esibendosi in piccoli concerti o anche in improvvisazioni estemporanee.
Qui da Youtube una loro breve intervista di presentazione del loro incontro e della nascita del loro album: Musica nuda.

mercoledì 5 dicembre 2007

lunedì 3 dicembre 2007

Quest'uomo


Stasera la pioggia scende fitta fitta. Sto camminando senza ombrello. Le gocce rimbalzano sulla mia testa, e quasi quasi sembrano colmare quei pochi spazi vuoti lasciati da questo baccano che si sente tutto intorno. Nei gazebo, nelle urne delle primarie truffa, nei salotti televisivi dove modelle agitano il culo e reggono la coda al santoro di turno.

Cazzo, questa pioggia non smette. Ho tutte le guance bagnate. Vorrei che Michela fosse qui, ora, in questo momento. Forse lei saprebbe portare via dalla mia faccia quelle gocce che scendendo cercano di scavare un solco nella pelle, di trovare un varco per penetrare fino nelle viscere del corpo e lì farsi una sola cosa con le mucose. Sicuramente lei saprebbe far smettere questo coro di voci, farmi ascoltare, finalmente, una nota stonata. Rifugiarmi da Ninotto, trovare Oreste al suo posto mi farebbero stare meglio, lo so. In questa sera bagnata, in questa sera fatta di luci riflesse dalle pozzanghere, di tossicomani alla ricerca di una improbabile pensilina, di puttane con l'acqua negli stivali. E' fastidiosa l'acqua nelle scarpe. Avete mai provato a stare fermi sotto la pioggia per ore, per ore, per ore, per ore, con l'acqua che prima bagna la punta dei piedi e poi invade tutte le scarpe, fa fradice le calze? E' triste l'acqua nelle scarpe. E' triste l'acqua che i lavavetri prendono dai secchi per inzuppare le spugne e lavare i parabrezza delle macchine ferme ai semafori.

Stasera Ninotto non lavora, e Oreste non tornerà nella sua casa in collina. In qualche modo farò stasera. Proseguo nella mia passeggiata. Una macchina passa, un motorino bussa, uno zingaro suona il suo organetto. Piove. Governo ladro. Si può dire ancora? Non è che mo' i comunisti stando al governo, ci tolgono pure sta soddisfazione? In un bar un uomo solo al bancone sta ordinando un aperitivo, un cordiale, quattro chiacchiere a nolo con il ragazzo che armeggia con la macchina per fare il caffè, che dice lui va curata come una donna, le vanno cambiati i filtri, e bisogna farlo proprio adesso che il tempo è umido, dice lui con i capelli che mi sembrano tanti chiodi piantati sulla sua capoccia a forma di uovo. E' gentile questo ragazzo del bar, e parla, parla a voce bassa e in fretta con l'unico cliente della serata, che chissà come mai si è trovato per strada a quest'ora. Mi piace provare ad indovinare la ragione che lo ha portato fuori dalle spaventosamente rassicuranti pareti di casa sua. Un litigio con la moglie, una incomprensione con la figlia femmina, un mal di testa che manco con l'aspirina gli è passato e che perciò è meglio fare due passi e non pensarci più, o la voglia di bere qualcosa da solo senza sedersi al tavolo con i parenti e dare fiato alla bocca con le solite parole di circostanza, fuori piove, questo governo ci sta ammazzando di tasse, gli idraulici costano un occhio della testa oggigiorno, per natale venite voi a casa nostra o andiamo da mamma, ho visto quella cucina, bisogna portare l'auto dal meccanico, domani viene il falegname. Visto così, di spalle, quest'uomo potrebbe essere un ferroviere. Si, ce lo vedo bene con la divisa da capotreno. Già me lo vedo che si affaccia dalla carrozza e al verde dà il pronti al macchinista per iniziare o proseguire la marcia. Battipaglia, Eboli, Campagna-Serre-Persano,..., Picerno, Tito, Potenza Inferiore. Seduto nel suo scompartimento compila il foglio di corsa, da una delle tasche tira fuori una caramella per levarsi dalla bocca quel sapore di ferro che i ferrovieri sentono anche quando finiscono il turno, scende alla stazione di Sicignano degli Alburni per un succo di frutta da dividere con il collega o con un bambino capriccioso tutto mamma ma quando arriviamo. Poi, Potenza, il caciocavallo di Pace & Becce (ma non sarà pubblicità occulta?), le panelle di pane che tutti i figli di ferroviere conoscono, cazzo se le conoscono, quelle da mangiare a fette belle grandi con l'olio fresco sopra. Questa sera, è uscito da solo. Solo con i suoi pensieri che durante il giorno si confondono con il rumore del treno e con le voci dei passeggeri.

L'insegna del bar è una di quelle insegne a luce intermittente. Vedere questa luce mi dà una strana sensazione. Mi sembra quasi che l'acqua passandole accanto catturi i colori del neon per precipitarli nelle pozzanghere, e se uno potesse immergersi in queste pozze, riuscirebbe a scorgere giù giù in profondità tutto questo arcobaleno che la pioggia si prende quando dal cielo cade nel mondo. Vorrei vedere come è la faccia di quest'uomo. Fino ad ora, l'ho visto solo di spalle. Ha le spalle larghe, così larghe da assorbire tutti i dispiaceri e dispensare amore. Ah, se si girasse, forse riuscirei a riconoscere lo sguardo di qualcuno che ho già visto nella mia vita, ad intravedere il taglio degli occhi di questo o di quell'altro, a leggere qualche pena nel cuore, qualche gioia nascente, qualche dolore profondo. Dunque, entro. Un caffè caldo mi rifocillerà a dovere. Gli sono vicino, gli chiedo di passarmi una bustina di zucchero. Mi guarda. Sul suo volto si sono fermate delle gocce, quasi a volersi impregnare della bontà che pare sprigionare. L'acqua ha la memoria lunga; trattiene tutto quello che incontra nei suoi infiniti giri. Poi diventa nuvole, e poi ricade giù di nuovo. E ho sempre pensato che noi siamo buoni o cattivi cristiani, tristi o allegri a seconda di chi quell'acqua ha incontrato.

E' strano però che quest'uomo abbia ancora il viso bagnato. In fondo, è entrato in questo posto molto prima di me. Gli porgo un fazzoletto chiedendogli se vuole asciugarsi la pioggia sulle guance. Mi guarda, le dita strette attorno alla manica della tazzina marrone, quelle con il dentro bianco e il bordo spesso. Dopo il primo sorso, che forse si è scottato pure la lingua, mi dice: "Ragazzo mio, non è pioggia!"


domenica 2 dicembre 2007

Domenica per ricordare

Domenica: giorno di riposo, giorno del signore o più semplicemente giorno per starsene sbracati davanti ad una radio fumante di gol o una pantomima televisiva della peggior specie. C'è chi di domenica vive di sky, chi vive di calcio, chi invece come me se ne va all'osteria a mangiare il cinghiale alla cacciatore e poi grande passeggiata in un parco nazionale, lungo il mare, tra animali selvatici, laddove si arriva attraversando una lunga e sconnessa strada di campagna. Bellezze della Maremma...E non fa niente se poi al terzultimo incrocio che ti divide dalla tappa finale verso casa, improvvisamente l'automobile accende una spia di allarme mai vista, il motore si spegne e la macchina non parte più! "Ecco rovinata una bellissima giornata insieme alla propria compagna, una giornata di sole, buoni sapori e grandi panorami." Ed invece no. Basta stare calmi, uscire dall'auto, mettere il triangolo a distanza di 15 metri, appoggiarsi all'auto e...tirare fuori le sigarette, contemplare la sfiga per poi ritornare nell'abitacolo, riaccendere il quadro e...la macchina riparte! Clamoroso! Dalla perdita alla riconquista. Avanti! Fino al prossimo stop.
Ed ora sono di nuovo a casa e mi rituffo nel web: due messaggi dell'amico Giovanni e carico un post tra i nostri più popolari (voglio dire tra i nostri più cliccati!). Due risate con Lorenzo Ghezzi: "Cinema alto, cinema basso...".




A proposito, ieri sera ho visto "Ai confini del paradiso" di Fatih Akin, regista turco autore del precendente, suggestivo "La sposa turca". Stasera tornerò a vederlo. La storia di Nejat, professore di letteratura all'università di Brema, che dopo la morte accidentale della sua nuova matrigna, Yeter, un'ex prostituta, ad opera del padre dopo una lite violenta tra i due, ritorna ad Istanbul e si rimette alla ricerca della figlia della donna deceduta. Ripudia il padre per l'insano gesto di violenza verso una donna adorabile e insegue Ayten, la figlia di Yeter, una rivoluzionaria del Pkk, in fuga dalla Turchia perché perseguitata dalla polizia. Durante il suo ritorno in patria, Nejat riscoprirà sè stesso e le sue vere aspirazioni nonché troverà sul suo cammino un crocevia di storie diverse ma che convergono tutte verso il ritrovamento di Ayten, la vera protagonista guida di questa avvincente e romantica storia d'amore, odio, sincerità e recupero dell'integrità dei sentimenti dell'amore.

sabato 1 dicembre 2007

Autunno dolciastro

Giovanni mi segnala la brava e bella Carmen Consoli. Era un sacco che non la sentivo. Una delle autrici italiane più brave; troppo spesso dimenticata; senz'altro tra i più validi e duraturi autori della musica italiana contemporanea.

domenica 25 novembre 2007

Nucleare? Ora si può

Il nucleare per combattere il surriscaldamento del pianeta sembra: essere un paradosso per i molti che hanno vissuto le cronache in diretta del disastro di Chernobyl, anni in cui parlare di nucleare in Italia voleva signifecare affrancarsi dal male e dall'opportunismo di non si sa quale interesse economico. I tempi cambiano, si sa; e con essi cambiano le opinioni. Un luogo comune che però risponde a verità: da qualche anno a questa parte si vedono sempre più sovente servizi televisivi, speciali, prese di posizioni ufficiali in favore dello sviluppo dell'energia nucleare che, passettino passettino, come un ladro che ti entra in casa si fa largo tra le stanze sorvegliate della società, per vedere le reazioni che scaturisce passando davanti alla porta.
Nel dibattito europeo, insomma, come riportano i nostri notiziari, si torna a parlare di energia nucleare. Dunque, demonizzata dopo il disastro di Chernobyl, oggi in Itaia ci sono diverse posizioni favorevoli di personaggi ovviamente non esposti mediaticamente.

Le iniziative non mancano ed arrivano tutte dall'Europa. A Strasburgo è stata presentata una bozza di dichiarazione per promuover e l'uso dell'energia nucleare come arma per combattere il surriscaldamento del pianeta. L'eurodeputato popolare Alejo Vidal-Quadras, relatore del progetto: "Il nucleare ci permette di evitare 720 milioni di tonnellate di emissioni di ossido di carbonio all'anno. L'obiettivo definito dal protocollo di Kyoto per tutta l'Europa è di 450 milioni di tonnellate all'anno. Questo significa che potremo fare ancora meglio di quanto richiesto da Kyoto".

"Non è il nucleare che ci salverà!" rispondono gli ambientalisti attraverso le argomentazioni di Claude Turmes, eurodeputato verde. "Per arrestare il cambiamento climatico bisogna agire sulla politica dei trasporti - aggiunge Turmes - che rappresentano il 30% dei nostri bisogni di energia, costruire in modo intelligente i nostri edifici, che rappresentano il 40% del fabbisogno. L'elettricità copre solo il 20% dei nostri bisogni, il nucleare non è pertanto la soluzione e non lo sarà. Si tratta di cinismo politico, paghiamo degli esperti, compriamo dei politici per vendere il nucleare come la soluzione al cambiamento climatico". Timore confermato da un sondaggio di eurobarometro, secondo cui per il 61% degli europei la produzione d'energia nucleare dovrebbe diminuire, per il 53 essa rappresenta più rischi che vantaggi.
Su questo vorrei aggiungere solo una breve considerazione. Non voglio esprimermi sulla possibilità che l'Italia accolga nei propri confini centrali di energia nucleari perché solo l'idea che possano essere fatte mi terrorizza nella misura in cui so (e forse sanno anche i nostri amministratori) come si gestiscono le cose nel nostro paese e di quanto potrebbe essere fatale la nostra faciloneria in questi casi. Un esempio di faciloneria su tutti? Presto detto: le dichiarazioni al Sole24 ore rilasciate dall'amministratore delegato dell'Eni, Piero Scaroni, che parla di nucleare infilandolo avunque:
"spingere sul gas naturale liquefatto (gnl) lavorando a ridurre i rischi di transito e tener conto dell'importanza del gas nel mix energetico con impulso al nucleare e ricerca sulle rinnovabili". In pratica: incrementiamo l'eolico, il solare e tutte le fonti di energia rinnovabile, ma costruiamo anche una piccola (non tanto grande...eh!) centralina atomica. Tragicomico. E dove sarebbero le scelte? Forse è una parola che ad inizio 2000 è stata abolita nei fatti...Vorrei più che altro concentrarmi sul perché paesi che noi consideriamo più civili e sviluppati come la Francia, la Svizzera, la Finlandia (che da vent'anni hanno già il nucleare come primaria fonte di energia di approviggionamento) parlano di incremento del nucleare rispetto al petrolio. Oltre a fare due conti e a dedurre che ormai il petrolio non conviene più a nessuno, penso si pensi anche a mantenere il "giardino" europeo il più pulito possibile, mentre si trascura il problema più grosso del nucleare: le scorie. Un servizio televisivo di qualche tempo fa, mostrava come il governo finlandese abbia fatto costruire dei tunnel sotterranei profondissimi dove poter depositare le scorie radioattive che producono i loro impianti. Un progetto che realizzeranno, dicevano gli amministratori della società che si occupava del loro smaltimento, in un breve periodo per evitare di portare le scorie fuori dal paese. Ed allora, dove portano le loro scorie gli altri paesi? Se non in Africa, Siberia, Asia...dove?

Non mi piace l'idea di costruire un giardino europeo ed un inferno mondiale; né quella di dover mettere la spazzatura sotto il tappeto...anzi sotto terra! Forse siamo ad un punto di non ritorno anche dell'ingeristica ambientale che probabilmente dovrebbe essere accantonata per far largo agli economisti, ma quelli veri. Il problema è la produzione ed il consumo. Ma se si arrestano questi, il sistema va in tilt. Probabilmente ci andrà comunque, ma mi chiedo se si potrebbe pensare ad un riconversione graduale; però poi non vedo chi potrebbe avviarla se i cosiddetti paesi civili fanno scelte energetiche assurde e continuano a fomentare un sistema di vita che non va affatto bene. Non va bene perché il suo costo è diventato spropositato ed economicamente non è più conveniente continuare su questa strada. Attivare nuove soluzioni a portata di mano sarebbe auspicabile. Ma ci rendiamo conto giorno per giorno che non c'è un organismo internazionale, uno stato sovranazionale, che voglia fare queste scelte. L'illusione è stata che l'Europa unita potesse essere quell'alter ego di giustizia sociale e sviluppo equo e compatibile con le emergenze ambientali che dal 1950 ci hanno promesso, ma che non hanno affatto mantenuto. Ed allora si accedono a contributi per la raccolta differenziata e poi abbiamo in Europa paesi che possiedono da vent'anni l'energia nucleare. Mi sembra le contraddizioni che fanno pensare ai cittadini europei di essere eternamente ingannati. In questo siamo uniti: nella bugia.

Per saperne di più: http://www.zonanucleare.com/dossier_mondo/situazione_europa_rifiuti_radioattivi.htm

venerdì 23 novembre 2007

Alla sera, da Ninotto


Sulle due strade c'è una specie di baracca. Il padrone si chiama Ninotto. E' un uomo anziano, sulla settantina, con i capelli lunghi sulle spalle e la barba da vecchio lupo di mare, di uno che ne ha viste molte e ne vuol vedere molte altre ancora. Quando il freddo è umido e nel cielo di questo paesone cresciuto troppo in fretta si formano nuvole di vapori di sansa, mi piace andare da Ninotto. Mi siedo su una delle panche fatte con le tavole prese a prestito dai muratori, di quelle che si usano nei cantieri. Con le gambe incrociate sotto l'unico tavolo rettangolare che campeggia nel posto, scambio due parole con la moglie del padrone, una donna bassa con il mantesino unto di salsa e di condimenti vari e con i capelli nero corvino raccolti in uno spesso tuppo. Si parla delle solite cose. Il prezzo del pane, le quattro stagioni, questa gioventù che ha perso la bussola, e via suonando. Di fronte alla baracca c'è un semaforo. Attraverso i vetri appannati, riesco a risolvere il colore che dal verde transita per il giallo per arrivare al rosso. E poi di nuovo, verde, giallo, rosso. E ancora verde, giallo, rosso. E ancora una volta, verde, giallo, rosso. Perso in questo ciclico arcobaleno infelice, vengo ritrovato dalla voce di Ninotto che mi chiede se voglio il solito soffritto, il solito quarto di vino rosso e la solita fetta di ciambellone, pezzo forte della pasticceria della moglie. Il soffritto è davvero buono. Salsa di pomodoro fumante, pezzi di carne alla deriva nel piatto. Una forchettata, un morso di pane bagnato nel sugo, un sorso di rosso bello tosto. Intanto al tavolo arrivano altri figuranti di questo palcoscenico di periferia. Una coppia un poco malandata e infreddolita, un tossicomane in cerca di un piatto caldo per la sera, una donna con il suo bambino.

E' democratica la baracca di Ninotto. Si è seduti tutti allo stesso tavolo. Si può parlare con tutti. Nessun rischio per le coppiette o gli orsi di turno di scavare un solco tra loro e il mondo. Una parola tira l'altra. Mi passi il sale per favore?. Di dove sei? Sono di Eboli. Ah mi dispiace, però ti poteva andare peggio, potevi essere uno che è andato a votare alle primarie per Veltroni. Si, forse l'ho fatto, non ricordo, ero fatto col mercurio in vena come stasera. Ninotto, portami una coperta che ho freddo. Ancora più democratico sarebbe se il tavolo fosse rotondo, senza capitavola. Prima o poi glielo dirò a Ninotto di fare una bella tavola alla re Artù.

Qui vedo Michela per la prima volta. Un piercing sul sopracciglio destro, un paio di vecchie nike bianche ai piedi, e un libro su Mara Cagol nella mano destra. Seduta lungo l'altro lato del rettangolo, la vedo immersa nella lettura mentre sorseggia il rosso della casa. Pioggia battente sul telone che fa da tetto al baraccone, e io che cerco di spiare il nome dell'autore di quel libro, e lei che mi dice di farmi i fatti miei. Ninotto se la ride. Con quella faccia di cazzo che si ritrova, mi fa ridere pure a me. Lo guardo pure io. Gli dico Ninotto guarda da un'altra parte, fai finta di sentire le notizie al telegiornale, ma fai solo finta però, che senno puoi vedere per davvero il simbolo nuovo del piddì e non so se ti conviene, metti una canzone, vatti a fare una pisciata, vedi tu, ma non restare qui che mi metti in imbarazzo. Non lo so, questa ragazza ha un volto familiare. Di quei volti, che quando non ho sonno e mi rigiro nel letto, mi figuro per calmarmi e per augurarmi sogni d'oro. Di quei volti, che quando fuori piove ci vorresti fare una passeggiata a braccetto, sotto lo stesso ombrello. Senza parlare, però, come mi piace a me. Tanto le parole sono superflue. Di quei volti che quando al mare ci sono i cavalloni alti alti, la schiuma delle onde te la ricostruisce sulla pelle quella faccia. Di quei volti, che quando ti guardi allo specchio, alcuni dei lineamenti ce li rivedi lungo la tua di faccia, e li segui con le dita per vedere poi se continuano fuori e ce la fanno a disegnare una persona intera. E poi, d'altronde, il padreterno, la donna non la fece dalla costola dell'uomo? Dicevo di quei volti. Quali volti? Quelli che grondanti umanità impressionano il sudario della nostra memoria. E la memoria mia, che mi hanno detto sempre di avercela buona, si mette al lavoro ma non trova un bel niente. Penso addirittura che sta Michela, me la sto solo immaginando seduta stante. Può pure essere. Visto tutto il vino che Ninotto mi ha dato a bere. Sono arrivato a tre di litri. E meno male che ho mangiato assai così ci ho un substrato per assorbirlo l'inchiostro. Pure un nome le ho dato a sta visione. Michela. E perchè mai Michela? Forse perchè quando ero alle elementari facevo il tifo per Michel Platini? Forse perchè Michela Miti è una bella pornoattrice? Può essere in onore di Michele Pecora, il cantante da cui Zucchero scopiazzò sere d'estate? Vai a saperlo, perchè.

Passata abbondantemente la mezzanotte, fuori nel mondo le macchine corrono veloci sulle due strade. I semafori lampeggiano solo di giallo, e gli ombrelli giacciono oramai richiusi negli ottoni domestici. Ninotto è molto stanco, glielo leggo in faccia se settantanni vi sembran pochi, la moglie è andata a letto da un pezzo, e siamo solo io e lui nella baracca vuota riscaldata dalle voci di un notturno televisivo e dai raggi di una stufa alogena. Faccio leva su muscoli delle mie cosce, e curioso raggiungo il lato opposto del tavolo. Tra i resti del giorno prima, un biglietto. A matita una scritta incerta. Ci leggo, Anche quest'anno qualcuno ha portato dei fiori sulla tomba di Mara Cagol.


mercoledì 21 novembre 2007

A' nuttata

Sono ancora sveglio. Come sottofondo ho scelto A Muso Duro di Pierangelo Bertoli (qui). Non ho sonno. Forse ho visto troppi mostri alla televisione stasera. Forse il viaggio, che mi ha condotto dall'Italia a Battipaglia, è stato lungo, travagliato, avventuroso, in una parola sfiancante. Si, deve essere così. Sulla prima rete c'erano i gemelli in seconda. Eh, erano solamente il surrogato della coppia principe degli eterozigoti della politica italiana. Kaiser Berlusconi e Walter l'Africano hanno ceduto il posto sulle poltrone unte dalla bava del cameriere a molti nevi, al camerata Gianfranco e all'amico Franceschini. E' una bella lotta a chi è più viscido tra i tre, e a chi vincerà la palma di mio incubo per questa lunga nottata. Sinceramente, avrei preferito vedere il classico porno con Selen, o uno di quei bei films -che non torneranno mai più- firmati da un Luchino, un Federico, un qualsiasi Vittorio (perché De Sica o Cottafavi non fa differenza, sono bravi tutti e due). Niente, mi sono incaponito a sentire quel che diceva l'ex delfino di Almirante - a noi piace di più Almirante a testa in giù- e a guardare l'occhio da pesce lesso del democratico Dario, che quasi sembrava guardarsi allo specchio e dire mamma quanto sono bello, mamma quanto sono bravo. Di tanto in tanto, però, i due separati alla nascita ricordavano di essere uno la mano destra, l'altro la mano sinistra di una sola mente. Quella che pensa e provvede per noi. Quella che studia le migliori strategie per il nostro bene, mica pizza e fichi. Loro stanno lì, seriamente discutendo e lavorando.
Ma, cazzo, Gianfranco dove minchia vuoi avviarti tutto solo soletto senza cavaliere? Vuoi, forse, ritornare alle percentuali che prendevi prima di andare a pisciare a Fiuggi? Riflettici bene. Io lo dico per il tuo bene. Poi decidi tu, in fondo si tratta della tua vita. Non vuoi scioglierti nel nuovo partito che quella vecchia carogna di Silvio chissà da quanto tempo tiene nascosto tra una vocale da comprare alla ruota della fortuna e una canzoncina da indovinare a sarabanda? Questi, lo ribadisco, sono fattacci tuoi. Però, dopo non venite a lamentarvi, come facevate negli anni settanta, che siete brutti, piccoli, e neri, e che nessuno vi vuole bene. Allora ve la menavate con le canzoni di Battisti, del tipo in questo mondo che non ci vuole più, o mare nero, o mare nero tu eri chiaro e trasparente come me, planando sopra un bosco di braccia tese, e cose così. Ché oggi nemmanco Battisti ci sta. Quali canzoni vi mettereste a cantare per farvi passare come vittime, voi che avete fatto le leggi razziali nel trentanove e avete portato la spia ai nazisti facendo Sant'Anna di Stazzema, Marzabotto, e tutte le porcherie di Salò. Ne vogliamo parlare? Ah, torniamo alla faccenda dei cantanti. Vediamo un poco, Masini, Vallesi, Amedeo Minghi, e qualche altro musico fallito. Che tristezza. Certo che poi il Franceschini tutta sta allegria e felicità non la mette proprio. Con quell'aria da mezzo prete, da baciapile; in fondo, sempre dalla scuola dei democristiani di Piazza del Gesù viene. Quasi quasi gli preferisco quella spacchiosa -come si dice a Catania- della Anna Finocchiaro. Voce mascolina, brutta come la quasi totalità delle donne elette nei diesse, e qui apro una parente -ma la Melandri non farebbe cosa bona e giusta a cambiare partito? chiudo la parente- e tutta austerità vetero-comunista e vetero-femminista, insomma er peggio. Poi, Franceschini tu hai pure l'aria del primo della classe. Con quale faccia tiri in ballo la pedagogia di Barbiana io non lo so; il buon Don Lorenzo si fa le meglio madonne quando tu e il tuo capo lo tirate per la tonaca dalla parte vostra. Milani vi avrebbe preso a calci nel culo, altro che vi riempite la vostra boccuccia santa.

Mo' sto esagerando. Me lo hanno sempre detto che strafaccio, straparlo, che non conosco mezze misure o zone grigie di sorta. Ma è così, amo senza peccato, amo ma sono triste. Ma che ci posso fare se mi stanno tutti sui coglioni? E più sono di sinistra e più mi stanno sui cabasisi. Non ci posso far nulla. Madonna santa, e pure ho votato sempre a mancina. Una volta Bertinotti era il mio mito, va buò che allora la donna che mi trombavo era bertinottiana. E mo' che c'ho una storia con una di Forza Italia? C'è qualcosa che non va. Meglio che vada a letto. Domani devo mettermi il mito nuovo.


martedì 20 novembre 2007

Che tenerezza

Stasera l'aria è fresca, cantava Goran Kuzminac. E ancora, potrebbero venirmi dei pensieri, o qualcosa del genere. Sono appena uscito da una birreria del centro. Mi sono fatto a Tennent's ed occhi neri e capelli ricci di una bellissima madonna che era seduta di fronte a me. La sciarpa multicolore indossata senza cappotto, le dita che sottolineavano opinioni contrastanti. Poi, di improvviso mi ha lasciato. Io, il mio bicchiere mezzo vuoto, e un gatto nero che cercava frammenti di vita tra le gambe traballanti di un tavolo intriso di fumo, di alcool, e di tacchi che vi hanno provato a danzare il ballo lento dell'ultima sera di libertà. Leggo il fondo del Corriere di oggi. Parla del Cavaliere. Berlusconi mi fa tenerezza. Negli anni in cui mi apprestavo a seguire il gesso che disegnava superfici e descriveva hamiltoniane, l'ho odiato, dal profondo. Oggi, sotto questa luna congelata dai pezzi di ghiaccio che risalgono, facendo dispetto alla gravità, dalle colline e dalle montagne della Terra, il Cavaliere mi fa tenerezza. Una tenerezza sincera. Di quelle che si prova verso chi è solo e indifeso. Tutti paiono abbandonarlo e segnarlo con l'indice. I fascisti, che lui ha emancipato dalle fogne, i registi che nemmeno la più scalcagnata tra le reti locali avrebbe distribuito, gli scrittori che nemmeno i mattinali della questura avrebbero annoverato tra le loro pagine. Alle volte, mi viene in mente un vecchio adagio che vuole il bene perso tra le pieghe della memoria e il male impresso indelebilmente. Il Cavaliere ha accolto tutti nel suo grembo. Stalinisti pentiti, craxiani derelitti, democristiani miscredenti, liberali improvvisati, fascisti democratizzati a cui la giacchetta fa difetto sulla spalla, ex lottatori continui dal grilletto e dalla spranga facili, soubrette pronte per la pensione o per il ruolo di maitresse in qualche bordello televisivo, critici d'arte schizoidi.
Tra il rosso dei capelli di una donna in lontananza, e della tessera che custodisco nel portafoglio, chiaramente dalla parte del cuore -avrebbe detto il cantante di Correggio, riconosco il comunismo, l'ecumenismo di quest'uomo dai capelli oramai più lunghi dei miei. E penso che se un giorno hai arruolato tra i gendarmi delle stalle della tua modesta casa un capomandamento, lo hai fatto solo per evitare che i tuoi adorati figlioletti venissero incapucciati e rinchiusi in una baita di montagna da qualche comunista mangiapreti. Chi di noi non lo avrebbe fatto? Chi di noi non avrebbe chiesto consiglio a qualche mammasantissima anzichè alle forze di pubblica sicurezza? Ci hai insegnato l'arte di arrangiarsi, quella vera. Corrompere gli uomini dalle divise grigie e dalle fiamme gialle sul berretto, ricoprire di banconote di vario taglio l'ermellino della toga dei giudici severi. Tanto la legge è uguale per tutti, ma per alcuni è sempre più uguale. E che dire dei pomeriggi che ci hai fatto trascorrere davanti alle trasmissioni in cui le ambre di turno si diemenavano, lolite pruriginose, facendo intravedere mutandine e reggiseno? Questo popolo di falegnami del sesso, antenati della platea dei saranno famosi, ti hanno eletto a paladino, non lasciandoti da solo sulle rive del fiume di parole che tutti gli altri sono capaci di riversare contro di te e quello che sei stato capace di creare. Certo qualcuno, il travaglio di turno, dirà che lo hai fatto con l'aiuto di qualche loggia, di qualche socialista milanese. Sono solo calunnie, strali dell'invidia di chi, ah meschino, non riesce a vedere oltre i suoi milleuromensilinoncelasifaadarrivareallaquartasettimana. Riconoscenti ti saranno le vecchiette che hai anestetizzato con le telenovelas del pomeriggio, le casalinghe che hai frustrato con le centovetrine del corso di canilecinque -come dicono i detrattori che si firmano sul mucchio selvaggio della musica italiana-gli eiaculatori precoci che hai generato con le tettute e scosciate starlette del second time e della domenica pomeriggio. Lasciali tutti parlare. Solo invidia, fiamme che brucianio sotto la cenere. Il tempo ti darà ragione. Ah, se ti darà ragione. E sotto villa san martino, un esercito di profughi albanesi chiederà di entrare per giocare alla ruota della fortuna per cercar di vincere un giro nel mausoleo pensato dall'insigne maestro cascella. E io tra di loro, come uno qualunque della folla, vorrò vedere, ansioso come una vergine alla prima notte di nozze, il letto di granito ove sarai in eterno.

Oramai è mattina. Le campane della chiesa battono le otto. Trafelato scendo per le scale, saluto la mia vicina di casa che torna dal mercato, la sporta piena di arance e pane fresco. Macchine in fila al semaforo ad attendere il momemto di passare. La rugiada sui petali della tua bocca, e madonna come sono sdolcinato, evapora facendosi fiato che mi urla viva questo e abbasso quest'altro. Chiuso nel traffico di città. Uno zingaro mi chiede qualche spicciolo e la cortesia di non fare di tutta l'erba un sol fascio. Il fascio, si. Purtroppo, qui non ce ne siamo mai liberati. Serpente di traffico annoiato, vipera che sputa catene di ottani e carati di oro nero. Proseguo a passo d'uomo. Un autobus mi passa accanto. Scorgo all'interno persone sedute, altre vicino ai vetri, altre che animosamente parlano fra loro. Una mamma tiene in braccio una bimba, ricci biondi e occhi azzurri. Le faccio una boccaccia, lei divertita mi sorride, poi si gira e posa la guancia sulla spalla materna. Dormirà fino al capolinea, o fisserà con quei suoi occhioni tutta la gente di questo pullmann di città. Lei ancora incosciente di quel che sarà. Questa bimbetta mi ha fatto tenerezza. Accidenti, devo stare attento acchè il mio cuore non diventi troppo tenero. Ma poi che male ci sarebbe. Qualcuno un tempo, in una isola lontana disse che bisogna esseere duri senza perdere la tenerezza.

lunedì 19 novembre 2007

La passione di Pier Paolo


Nei giorni passati ho comprato un libriccino. Titolo: La passione di Pier Paolo. Lo ha scritto Selim Rauer, e lo hanno pubblicato i tipi della Coniglio editore. Tutto prende le mosse da Salò o le 120 giornate di Sodoma (ispirato allo scritto del marchese De Sade), film che Pasolini diresse nel 1975.


Dalle righe scritte da Rauer, emerge ancora una volta la dote di preconizzatore che Pier Paolo Pasolini tentò di mettere a servizio del progresso civile dell'Italia. L'analisi dell'autore de Le ceneri di Gramsci, si sviluppa a partire dalla constatazione che impoverimento e degrado culturale si stavano consumando nel nostro Paese. Esso, in perfetta continuità con il Ventennio mussoliniano, non aveva mai smesso di essere un Paese fascista. Un fascismo, che non era più vestito del nero delle squadre di miliziani, ma pregnante i gangli dei legami e dei rapporti umani, sociali, economici. La società di massa, nella sua declinazione democristiana, era la versione aggiornata ai tempi, di quello che il regime fascista fu. Non più manganello ed olio di ricino, ma omologazione e consumismo ad allineare le coscienze e a spengere o emarginare gli spiriti critici. Oblio e possesso in luogo dell'essere e del sapere. E proprio nel possesso Pasolini identificava una delle chiavi di lettura della correità della ideologia comunista alla degenerazione vertigionosa dello stato delle cose. Sia chiaro, il Nostro rimase fedele alla idea marxista sino alla fine dei suoi giorni. La ideologia comunista cui egli si riferiva, era quella assimilata dalla classe borghese italiana alla propria smania di possesso e alla propria paura della morte, divenendo, perciò, uno strumento di manipolazione di massa per rinviare, in un lontano punto del tempo, la emancipazione delle classi subalterne. In ultimo, un nazionalismo a tutti gli effetti.

Il profeta Pasolini. La eco della analisi impietosa sulla evoluzione del comunismo all'italiana trova riscontro in quel che è successo e sta avendo luogo negli ultimi tempi. Le fila di quel che rimase del Partito Comunista sono rette da una classe dirigente che risponde agli interessi di agglomerati di poteri che da sempre rappresentano il dominio del capitale sul lavoro. Le scalate, le banche, le assicurazioni, la grande distribuzione, nient'altro sono che la perfetta concretizzazione di quel che Pasolini evocava. La borghesia che adegua alle sue necessità sociali e culturali quella forza politica che catalizza i voti e le aspettative popolari. In disarmante sintonia con le profezie pasoliniane, lo scioglimento dei Democratici di Sinistra nel Partito Democratico rappresenta l'ultimo atto di una farsa che, negli anni, è andata in scena: dalla svolta di Salerno in poi.

A questo punto della storia, risulta lampante come l'oggi sia determinato in maniera stringente e vincolante da quello che accadde ieri. Risulta, altresì, chiaro che il Partito Democratico non è affatto una creatura nuova, ma è la risultante di una stratificazione, i cui livelli sono i compromessi tra coloro che promettevano la rivoluzione e coloro che, nel delirio della cultura di massa, alla rivoluzione erano reazionari.

Il cerchio si chiude. Il piano sequenza girato alla fine del primo degli espisodi di Caro Diario di Nanni Moretti, restituisce l'immagine del lungomare di Ostia, ove campeggiava tra arbusti ed erbacce incolte il monumento eretto alla memoria di Pier Paolo Pasolini. Lungo il litorale ostiense, dove il poeta trovò la morte, la straziante metafora di quello che il Belpaese fa con i suo figli più cari e generosi.

E se mamma...

Sempre più spesso mi sveglio all'alba. Così metto la moka sul fuoco ed aspetto il sole del mattino. La luce fa capolino da dietro il tetto del palazzo di fronte, ma prima spunta dietro la cima più alta dell'Amiata. Se cambio finestra riesco a vederlo. Dopo pochi minuti adagiato sul divano, mi scaldo mani e bocca, palato con il nerastro liquido eccitante finalmente traboccato. Ma non basta: è troppo lento il primo caffè del mattino. Non so perché. Allora pigio "3" sul telecomando: "Berlusconi scende in campo per la seconda volta". Scende in campo...Ripenso a ieri: la partita, la vittoria. La mia prima vittoria in Toscana; ma in verità ho giocato poco: giusto il tempo di toccare un pallone, fare un tunnel, un lancio fuori misura, prendere un calcione sulla caviglia da giovanottone militare dell'aereonautica che gioca a fare il calciatore la domenica. Anch'io gioco a fare il calciatore, adesso. In realtà ho sempre giocato, da sempre. Ma adesso ci gioco sul serio, perché tant'è ora per me il calcio: un gioco (Nota: "Ora forse le cose miglioreranno"). Il gioco della politica non finisce mai. Yahoo.com: "Berlusconi launches new political party": in inglese ha più senso, devi fare un minimo sforzo per afferrare le parole. In italiano sono inafferabili. Ed allora viva l'inglese, leggo l'inglese:

"ROME (Reuters) - Italian centre-right leader Silvio Berlusconi, under attack from his coalition allies, said on Sunday he was launching a new party and would dissolve the Forza Italia (Go Italy!) group he founded in the early 1990s."

Ma poi l'occhio ricade sulla tv. Corradino Mineo: "...La lealtà degli scozzesi, il loro modo sempre e comunque di interpretare la sportività". Ebbene, riprendo lucidità e rispondo ad alta voce: "Popoli di ubriaconi e rissosi di merda". Poi mi rendo conto di esagerare e abbasso la testa sulla tazza. Ricordo Londra, i londinesi: niente a che vedere con inglesi e scozzesi. Quasi un'altra stirpe. Quando vedi un inglese a Londra lo capisci subito. Il resto è londonishers.
Italia - Scozia, 33' del secondo tempo. McFadden perde il pallone sulla fascia sinistra, su difesa di Zambrotta. Il suo compagno la riconquista e lui ritorna verso il centro in cerca di vendetta. Mentre l'azione si sposta dall'altra parte, McFadden facendo finta di incrociarsi con Zambrotta gli tira un calcione negli stinchi, a palla lontana. Alla faccia della sportività: ad un certo punto hanno cominciato a menare duro e i loro tifosi che ce le promettevano a morte. Che cazzo dici Mineo!

Il sole è già abbastanza alto, ma nella casa fa ancora freddo. La coperta a quadroni adagiata sulle gambe non mi da tristezza nè quel senso di perdita che può dare a qualcuno in cerca di risposte. Mi da calore, e basta. Una cosa che odio è essere fotografato in casa. G. l'ha capito, ma ogni tanto lo fa e mi incazzo a morte. Litighiamo. A volte si fa pace, a volte il muso permane per ore; mai per giorni. è una fortuna!
Merda! Devo partire anche oggi. Roma, Battipaglia, Salerno...E poi ancora Grosseto, Roma, Aprilia e ancora Grosseto. E poi l'Argentario e poi la partita domenica. E chi ce la farebbe se non fossi superman!?
Oggi ho sentito un disegnatore di Salerno e poi ancora un altro. Questi ragazzi sono iperattivi: disegnano, suonano, scrivono e tutto ad alto livello. Ripenso agli anni trascorsi a casa dei miei. Quanto tempo preso e buttato nel cesso! Eppure: non faccio le stesse cose adesso. Forse no! In più lavoro...Però ancora voglio giocare a calcio. Ma sì, finche "aregge la pompa" va bene! Rall'n'facc' come diceva qualcuno. Ho notato da tempo che ho perso (forse mai avuto?) la mia identità dialettale. Questo mi costringerà a migliorare il mio italiano, per non sembrare goffo o addirittura perdere il vizio di alzare la voce. Questo mi porterà problemi quando scenderò giù: lì si dice "spicchi o 'taliano". Allora...reciterò e parlerò un dialetto battipagliese-salernitano misto (per non offendere nessuno); e poi a Roma, romano e qui toscano un po' meticcio napoletano, come lo parlano tanti qui. Sì, lo senti che all'improvviso in quella recita toscana ci azzeccano un accento che non c'entra nulla. AHHAHAHHAHA!! Mi ammazzo dalle risate, ma solo perché li capisco come si sentono goffi. Ma cazzo!...dico, parlate come v'ha fatto mamma!
E se mamma era una puttana?
Anche lì, avrai un padre: e che lingua parla?
Il sardo.
Eccheccazzo!
Il sardo...ma il sardo è un dialetto non una lingua.
Nico dice che è una lingua.
E chi è Nico?
Non lo so, non ricordo...
Ed allora niente, vabbé...Senti, fai un po' come ti pare. Pensa solo: la comunicazione è una cosa seria. Non credere di poter recitare dove vai vai con il dialetto che vuoi. Non parlerai mai così bene e se la gente se ne accorge finisce che ci fai una figura di merda che te la ricordi.
CONTINUA

domenica 18 novembre 2007

Che fare?

Il tempo è venuto. Le distanze tra noi e loro sono stabilite. Per percorrerle ci vorrebbero anni luce.
Che fare? Così recitava uno dei più importanti titoli della biblioteca marxista-leninista.
Noi, continuare a galleggiare nel liquido amniotico degli spazi e dei tempi che ricaviamo tra le pieghe della democrazia. Non scegliere. Né destra, né sinistra. Scrivere, pensare, parlare, amare, lettera, testamento, la faccia delle donne, la posta elettronica, i poster appesi ai muri, i concerti con la birra in mano, il fumo della sigaretta, la mozzarella della pizza, il treno che passa, i binari intrisi di piscio, le traversine battute dalla pioggia, essiccate dal sole. Mi lasci, non è giusto. Ti lascio, fai solo finta di godere. Mi rispondi: col dito, col dito, l'orgasmo è garantito. Io metto su Ma è un canto brasilero di Mogol e Battisti. Rino Gaetano mi urla nelle orecchie Resta vile maschio, dove vai?
Vado allo zoo comunale, a vedere di nascosto l'effetto che fa. A vedere se sto governo cade davvero.

Loro, dall'altra parte. Io li ho pure votati, cazzo. E chi lo sapeva che erano peggio di Berlusconi. Almeno quello mi fa vedere le cosce della Perego, le tette della Canalis, e quella braciolona della Incontrada. Questi qua niente, le fighe se le tengono per sé. Va bene, è andata così, mi poteva andare anche peggio. Poteva essere Veltroni il presidente del Consiglio. Però, mannaggia li pescetti, lo hanno fatto segretario del piddì. E mo come si fa?
Loro, che si mettessero d'accordo. Che facessero ste maledette larghe intese. Tanto, un Fini mi vale un Veltroni. Che firmassero un compromesso, e stessero lì per sempre. Che non ci chiamassero più a votare mentre stiamo scopando o ci stiamo masturbando. Ce la vediamo noi, state calmi. Non vi affannate. Votatevi le leggi per cazzi vostri.

Ah, mannaggia la puttana. Credevo fosse amore, invece era un calesse, avrebbe detto il compagno Massimo Troisi.


sabato 17 novembre 2007

Oreste


Oggi sulla strada statale che corre verso Agropoli c'è un'aria strana. I vecchi edifici del mercato ortofrutticolo di San Nicola Varco di Eboli sono più bui e vuoti del solito. Ragazzi e uomini venuti da molto lontano vi fanno ritorno in bicicletta. Costeggiano la strada percorrendo la corsia d'emergenza. Una pedalata, e poi un'altra ancora. Prima che cali la sera e diventino invisibili, perchè i loro di mezzi non hanno luci o catarifrangenti. Parecchi ci sono morti lungo questa fetta di pianura; Mihamed, quindici anni, fu ucciso da un carabiniere, mentre spaurito pensava di trovare rifugio tra le ombre della notte appena iniziata. Molti, in quei giorni, furono tra le vie di Eboli per ricordare Mihamed. Da allora nulla è cambiato. Le imminenti elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie hanno catapultato qui il segretario del sindacato. Da un palco di cemento appena un palmo dal fetido ed insalubre terreno, parole di circostanza e di fraterno conforto. Poi, un giro tra morsi di case ricavate tra il cemento umido e le paludi sorvolate da insetti affamati di sangue e monnezza. L'energia elettrica qui non è arrivata: al tramonto, la giornata è finita. Stasera, come tutte le sere, una frittata a molte uova, e poi a dormire. Domani si lavora, forse. Tutto starà al buon cuore di qualche caporale, che, ad arbitrio, sceglierà gli eletti, proprio come in Fronte del Porto, quello con Marlon Brando con la giacca a quadri grossi. Che film, ragazzi.

Dopo aver assistito alla pantomima sindacale, risalgo in macchina e proseguo il mio viaggio. Voglio andare ad Agropoli. Voglio fare visita al mio padrino, l'uomo che presenziò al mio battesimo cattolico. Oreste è un uomo dagli occhi neri e profondi, dolcissimi. Un uomo buono. Ricordo ancora, quando da bimbo, andavo a casa sua sulle colline di Agropoli, località Fuondi. Una specie di masseria con l'altalena, dei cani, un gatto biondo, e due ragazzine, le figlie, che mi tenevano compagnia. Ore ed ore a guardare il compare, così l'ho sempre chiamato, che giocava a ramino con mio padre Franz e altri compagni ferrovieri. Una mano a mantenere il ventaglio fatto di carte francesi, l'altra la sigaretta. Una pausa dopo l'altra. Una bottiglia di bianco dopo l'altra. Il profumo del risotto ai funghi porcini, che la moglie Anna preparava nella cucina al primo piano, si impossessava di me. Stordito, correvo in quel favoloso ed inebriante gineceo, dove dalle mani della commara, così l'ho sempre chiamata, veniva riversata nelle mie una manciata di pistacchi, di arachidi, o di indimenticabili fichi secchi ricoperti di cioccolata. Ah, donne come queste non se ne fanno più. Così avrebbe esclamato Oreste, maledicendo il progresso e l'emancipazione femminile. Oreste, un Roberto Vecchioni ante litteram: ricordate quando Vecchioni cantava Voglio una donna con la gonna, suscitando le ire delle patetiche vetero-femministe? Che pena!!!
E poi, la gallina da ammazzare per la cena. Il pesce da andare a comprare tra le strade di una Agropoli vestita a festa per il prossimo Natale. Non scorderò mai più l'odore di quelle pescherie, il ghiaccio prossimo a essere acqua che inumidiva, quasi nel ricordo del mare in cui furono, le branchie di spigole, orate, e tutto quel ben di dio che si spandeva sui banchi di legno. Alici avvolte nella carta del giornale della sera. Mio padre ed Oreste a scherzare, a schizzarmi addosso il nero di seppia. Ma niente paura, il nero che fa paura non è questo. Quello cattivo è finito da un bel pezzo, e noi faremo in modo che non torni più. Non ti daremo mai all'uomo nero. Lui è appeso a testa in giù a Piazzale Loreto, e sta bene dove sta. Solo uomini celesti, come la camicia dei ferrovieri, a fare veglia sui capricci di un me bambino, che rischiava di affogarsi con le lische, o che della gallina voleva la coscia. Sta cosa delle cosce, poi, mi piace ancora. E' la prima cosa che guardo in una donna, dopo il culo si intende. E al diavolo tutte quelle menate della sinistra politicamente corretta e falsamente progressista che dice di guardare gli occhi, le mani, il cervello. A me piace la sostanza, e meglio una bella tetta o una bella natica che una intellettuale sformata e acida. Sono brutto, lo so, e non è che posso aspirare a femmenazze. Ma tant'è. Mo' l'ho detto. Sputatemi addosso.
Si mangiava fino a notte fonda a casa del compare Oreste. Ad un certo punto, come in un rituale mai abitudinario, Oreste si alzava, e si posizionava vicino all'affettatrice elettrica. La moglie gli passava soppressate, pancette tese ed arrotolate. Lui tagliava. Senza soluzione di continuità, ci porgeva fette di pancetta, adagiate sulla sua grossa mano o su un tagliere di quercia. Era uno spettacolo a vederle. La carne e il grasso complementari fra loro. E poi il lardo fuso sulle fiamme del camino. Ce ne era per tutti i gusti. E poi panettoni, ciambelle, caldarroste. Poi, buonanotte.

Sono finalmente ad Agropoli. Alla fine del lungomare San Marco, subito a destra. Una curva, una controcurva e sono sotto casa del compare. Scendo dall'auto. Mi avvicino al cancello. Pure qui, nulla è cambiato. E' quasi tempo di raccogliere le olive. Donne chine a scegliere le più belle.
Mi guardo intorno. Mi decido a citofonare. Una voce di donna risponde. Chiede chi è. Sono Giovanni, Giovanni Mazzarella. Chi? Non ho il coraggio di andare avanti nella conversazione. Lascio che quella voce continui ad interrogarsi. Riprendo l'auto e mi incammino verso casa.

La radio trasmette la cronaca della visita del segretario del sindacato a San Nicola Varco di Eboli.
Metto una cassetta. La voce di Carmen Consoli mi terrà compagnia, almeno per questa sera.
E penso, prendendo a prestito i versi di Gatto, che un uomo con il cuore di Oreste è un sogno.


A Genova, ma perché?

LA STORIA SIAMO NOI

Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre
"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutti, nessuno escluso.Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007 - ore 14 piazza Di Negro

Cari compagni e compagne (che io sappia ce ne sono ancora, vero?!) di tonisparsi, o meglio, a tutti i "toni" o voci sparse per la rete che confluite in questo blog; vi ho postato questa mail della newsletter di DeriveApprodi una delle poche realtà editoriali che pubblica gl autori del pensiero post-strutturalista riflettendo sui temi della politica, delle trasformazioni del potere, del lavoro e su tutti quei flussi filosofici che hanno caratterizzato la cultura della fine del '900 con una dialettica. In questo momento di totale confusione della società nei confronti di quell'ancora di salvezza della coscienza che oggi ci ostiniamo a chiamare ancora ideologia, faccio sinceramente fatica a comprendere un certo tipo di lotte nei confronti della politica, poi atti ad avallare quegli stessi politici contro i quali si tenta una protesta, più o meno rigorosa, più o meno violenta. Il fatto, cari reduci compagni e compagne, è che tanti forse la maggioranza di quelli che andranno a Genova per protestare legittimamente contro un sistema ancora violento, più che mai ancora fascistizzato dal di dentro (nella giustizia, nell'economia e tra gli stessi cittadini di questo paese diventati sempre più controllori di una bassa morale pubblica del potere), tutti questi ragazzi, donne e uomini; lavoratori, precari e sopravvissuti dell'economia del vertice della piramide; tutti o direi la maggior parte continua a votare, votare, votare uno Stato nel quale pensano ci sia ancora una dialettica politica. Quella del padre comunista e del figlio rivoluzionario; quelle della ribellione al linguaggio ed alla morale borghese...Ancora negli anni '70 (la nostra prigione!) col pensiero e con l'azione senza considerare che oggi votare Rifondazione Comunista vuol dire trovare e non avere un'identità; rifugiarsi in un luogo sicuro e protetto. Ma che cosa vuol dire in realtà? Stando ai fatti vuol dire appoggiare un'azione politica assolutamente contraria a quello per cui si tenta di alzare la voce a Genova, ieri oggi e domani. Vuol dire piegarsi alla forza del denaro, alla logica del potere che il partito dei post comunisti sta applicando da tre anni a questa parte ed ha applicato appoggiando ancora prima il governo prodi nel '96; ed ancora il governo D'Alema all'inizio degli anni '90. Bisognerebbe parlare con criterio storico, fare nomi e cognomi, elencare date ed avvenimenti. Ma è tale l'amarezza che abbiamo vissuto in questi anni nei quali il centrosinistra e tutti i politici che per anni hanno proclamato la rivoluzione hanno governato e di come sono riusciti ad inflenzare i cambiamenti del nostro Paese verso un fascismo ancora più evidente di quello dettato dai democristiani in cinquant'anni di potere. "Il mondo cambia, cosa possiamo farci?!" è stata l'unico alibi vigliacco che chi ha detenuto il potere in questi anni è riuscita a dare ad i suoi illusi elettori, sempre ingannati dal nemico giurato Berlusconi e senza sapere di avere una serpe in seno che fomentava e cresceva.
Forse con un po' di distacco, forse senza partecipare in prima persona, forse senza prendere neanche una manganellata in testa, c'è stato chi ha cercato in questi anni di delirio ideologico di affrancarsi da ogni falsa etichetta che veniva appiccicata sulla fronte degli ex comunisti dopo la caduta del comunismo europeo. Svegliarsi, per cominciare a pensare con la propria testa! Perché? Perché l'inganno ormai era fin troppo chiaro. Quale inganno? Quello della rivoluzione, quella rivoluzione contro un potere che negli anni '70 risucchiava per fare proprie le istanze socialiste e democratiche nelle quali ormai si erano dissolte le velleità rivoluzionarie della massa contestataria. E quindi: "Goodbye rivolution".
CONTINUA

lunedì 12 novembre 2007

Sulle maggioranze e sulle minoranze

" Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati"- Bertolt Brecht

"Sarà un mio difetto, oppure una mia costitutiva debolezza, ma non riesco a stare con le maggioranze. Personalmente le maggioranze hanno spesso il sapore della corruzione, dell'inganno della truffa, del compromesso, della spartizione di una piccola fetta di potere. Invece le minoranze mi danno un senso di tenerezza! Anche perchè spesso si ritrovano soli contro il mondo derisi e inascoltati, ultimi e fatalmente sconfitti per definizione."

Repressione! Incessante arriva trabordante dalla televisione, dai giornali e dalle radio l'urlo di sgomento e paura da parte dei guardiani del potere. Fieri delle loro certezze, e della loro assoluta onestà intellettuale e umana, i gendarmi del buonismo tout court e del falso perbenismo ( tipici atteggiamenti viscido borghesi) urlano a gran voce e chiedono con forza il rispetto delle leggi, il loro inasprimento, e soprattutto certezza e recrudescenza delle pene. Domenica abbiamo assistito su tutte le reti televise ad un univoco conato di vomito all'insegna di un unica e insopprimibile parola: repressione. La maggioranza si solleva. Ciascuno, politici, giornalisti, presentatori, soubrette, show girl uniti in un fraterno abbraccio a salvaguardia delle loro barattate poltrone di comodo esprimono il loro sdegno per atti di violenza inqualificabili. Si grida, ci si scandalizza, si auspica la linea della fermezza; la maggioranza silenziosa alza la testa, tutti cercano un posto in prima fila, pochi minuti di visibilità per far sentire la propria voce, per dire "anche io solo dalla parte delle "persone per bene"; tutti insieme per risolvere il nuovo cancro della società italiana. Ordine e rigore, difesa dello stato democratico, sicurezza, ripristino della legalità perduta, restituzione al popolo della fiducia verso le istituzioni: questi i dogmi da inoculare nelle menti bacate della gente. Fa tanta paura alla tranquilla maggioranza, la violenza verbale o di fatto delle minoranze. Le minoranze danno fastidio; la storia dei forti, dei potenti, ha sempre relegato in disparte ( carcere, manicomio criminale) la minoranza fastidiosa, quella che disturba, che cerca di essere ciascuna con i propri strumenti un virus che può sconquassare le pance gonfie e il sonno tranquillo di chi gestisce le leve del potere. Non riesco a essere d'accordo con chi parlò dei poliziotti come "figli del popolo". Non si può essere d'accordo con chi ha posto su piani diversi la morte di un funzionario dello stato " servitore dello Stato, lo Stato...", con la morte ( in questo caso) di un tifoso. Ciascuno sceglie il proprio futuro, ciascuno sceglie la strada che ritiene più opportuna. Ciascuno è responsabile delle azioni che commette e ne paga le conseguenze.
 
RSK

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domenica 11 novembre 2007

Uno è poco, due son troppi

Walter Veltroni è in mezzo a noi. Questo mi è venuto da pensare la sera che il sindaco di Roma e premier in pectore è intervenuto alla puntata di Ballarò mandata in onda martedì ultimo scorso. Sono trascorse poche ore dalla morte di Giovanna Reggiani. Diversi gli argomenti sul tappeto. La questione sicurezza nelle città italiane e la scomparsa del giornalista Enzo Biagi. Prove tecniche di "panveltronismo". Così i post-comunisti di RaiTre avrebbero potuto intitolare l'episodio del programma condotto da Giovanni Floris, ultrà del centro-sinistra.

Veltroni argomenta le sue posizioni, parla di tutto quello che gli ruota intorno come se ne fosse completamente estraneo. Il segretario del pidì ha costruito ad arte la sua immagine. Riuscire ad apparire come catapultato, per mano di una qualche Provvidenza, dal mondo dei puri nella corruzione del mondo degli uomini per sanarne i mali e disinfettarne le ferite. Walter l'Africano, con l'abbronzatura da ultimo boy-scout, lascia ad intendere che tutti hanno conosciuto Enzo Biagi, ma lui di più; che tutti versano lacrime per la morte della Reggiani, ma lui di più, lui piange lacrime e sangue.

EgoWalter, viscido come il millepiedi che lo raffigurava nella satira di Cuore, sta strisciando nella egemonia culturale di gramsciana memoria per declinarla alla sua maniera. "Uolter" sorride e fagocita tutti, dalla maestrina dalla penna rossa Serena Dandini a tutta l'intellighenzia che fu comunista, dalla Anna Magnani de noantri Sabrina Ferilli al fascista immaginario Gianni "Lupomanno" Alemanno. Tutti a fare a gara per ingraziarsi le simpatie di Veltroni, che promette e poi mantiene. Direzioni artistiche di teatri, stanziamenti a favore di fondazioni e associazioni di volontariato per sciacquarsi la coscienza, parti e comparsate nella ultima fiction trasmessa da mamma Rai o da Mediaset, et cetera, et cetera.

Nulla di nuovo sotto il sole. La figura del supersindaco della capitale è la versione buonista di quella del Cavaliere Nero. Il terribile nemico della democrazia; il padrone della casa editrice Mondadori, per cui una larga fetta di "compagni" pubblica e gaudente passa alla cassa; il boss della casa di distribuzione cinematografica Medusa, dalla quale Benigni fa distribuire le sue pellicole invadendo e ingolfando sale grandi e piccole. Dunque, il "panveltronismo" nient'altro è che un patetico colpo di coda della sinistra post-comunista. Gli uomini del PCI-PDS-DS-PD hanno scelto di adeguarsi allo status quo invece di superarlo. Dotti, medici, e sapienti, rimanendo sconfitti sul fronte della politica culturale da Silvio Berlusconi, lo hanno inseguito sul suo stesso campo divenendone un supefluo duale.



mercoledì 7 novembre 2007

Vietato tacere

Un manifesto. Due occhi vitrei blu, quasi normanni con una macchia di sangue al centro. Poi una scritta in rosso a troneggiare sullo sfondo bianco: "Una donna violentata e uccisa da un immigrato clandestino" e sotto una scritta in nero: "Roma in piedi!" ad annunciare una manifestazione prossima a venire.
A Roma sono in azione forze che vogliono far salire la tensione sociale tra italiani ed extracomunitari, già sempre aggravate da una situazione economica precaria che coinvolge ormai una larga fetta dei cittadini. Anche in assenza di una dinamica chiara per quello che riguarda il fatto di Tor di Quinto, laddove sul cittadino romeno arrestato non sono state dimostrate le accuse di violenza e percosse ai danni della donna italiana vittima dell'aggressione, queste forze esterne si sono messe subito in moto per far sì che dalla capitale partano sentimenti di una rinnovata xenofobia nei confronti degli extracomunitari che troverà presto risconti anche nel delirio leghista del nord padano. Ne è dimostrazione l'aggressione sommaria avvenuta solo qualche ora dopo la morte della Reggiani, ai danni di romeni da parte di sconosciuti. Ora si organizzano manifestazioni in favore dell'intolleranza razziale e si moltiplicano discorsi fascisti nel o cautamente fascisti. Tutti segnali di una rinnovata stagione di tensione sociale che a quanto pare riesca a far molto comodo a chi è al vertice del potere o chi aspira ad arrivarci. Così vedo negli occhi dei vari Veltroni e CO di Ballarò il piacere di occuparsi amorevolmente (finalmente!) del futuro dei propri cittadini, della loro sicurezza, senza ovviamente dimenticare la vena democratica e umanitaria che "contraddistingue la loro politica ed il loro fare". Vedo cose veramente strane...Come esponenti del centro destra prestare il fianco ad un sindaco di una città degradata come Veltroni, come Roma ormai sull'orlo del crollo fisico oltre che spirituale. Nella capitale oggi brulica un sentimento d'odio e di intolleranza verso l'altro, non solo verso il "diverso", figli di un'abbandono che ormai dura da anni. Ferdinando Casini si fa interrompere da Walter Veltroni e gli presta il fianco solo perché sa che sarà lui, probabilmente, il maggior candidato alla presidenza del consiglio. Certamente solo se il centro destra non si organizzerà...Ma questo ormai non ha più importanza perché siamo in un paese che ha perso punti di riferimento e motivazioni e che non è arrivato alla guerra civile (ancora emotiva, non armata) solo per la buona volontà di una non più tanto larga fetta della popolazione (calcolando che una buona metà vegeta senza pensare; quell'altra è divisa in parti non eque e variabili tra chi vorrebbe il sangue e chi lo ripudia e propugna la sopravvivenza di uno stato di diritto e di una vita più degna).
Qualcuno rievocherà gli anni 60?
Stamattina il portiere del palazzo guardava minacciosamente dentro un secchio dell'immondizia. Il proprietario di un negozio di dischi mi dice: "Se devi fare una fotocopia vai dai marocchini..."
- Indiani...vorrà dire?
- E che cambia..?
- Cambia, eccome!

Qualcuno dirà gli anni '70 ma io ci vedo meno poesia. Ci è rimasta addosso solo la merda di quegli anni: strascichi di una violenza repressa, di borgata, di quelle che alcuni quartieri romani non riescono a lavarsi di dosso.
Stamattina una canzone canticchiava
Tua madre ce l'ha molto con me
Perché sono sposato e in più canto...
La gazza che ti ho regalato
è morta, tua sorella ne ha pianto
quel giorno non vendevano fiori
quel giorno
vendevano solo gazze parlanti.

Ci vorrebbe più poesia e meno volgarità. Meno alcool e droga, più pensiero. Meno sport più rapporti sociali. Ci vorrebbero troppe cose da dire e fare...Per adesso meglio parlare. Comunque, parlare.

domenica 4 novembre 2007

La matematica non è un'opinione

Stabilire qual è la giusta distanza, non colmarla. Questa la consegna, questa la regola da tenere a sempre a mente. Soprattutto durante questi ultimi giorni che hanno visto cadere e morire Giovanna Reggiani. Invece no. Dello spirito del giornalismo -evocato dalle colonne virtuali di tonisparsi- non ve ne è traccia. I giornalai e i populisti di turno, gli scribacchini e gli imbonitori televisivi iscritti nel libro paga della Casta hanno oltrepassato il segno. Mettere la paglia sul fuoco per fomentare la "guerra fra poveri". Gettare la croce di una cruenta quotidianità sulle spalle dei poveri cristi, è stato il compitino che, ancora una volta, la stampa e la televisione italiane hanno svolto con lo zelo e la dovizia del primo della classe. Con un unico scopo: infittire la nebbia che impedisce di vedere oltre la cortina di responsabilità che sono appannaggio di una classe politica -senza distinzione di colore e di bandiera- completamente incapace di decidere, e che di questa truppa di scrivani e conduttori falsi costituisce una delle principali fonti di sostentamento e cause di inclusione. La presenza delle immigrate e degli immigrati in Italia, rappresenta un elemento funzionale al mantenimento delle quote di potere, nelle sue diverse declinazioni, in seno alla classe imprenditoriale, alle associazioni di volontariato, alle parti sociali e politiche coinvolte a vario titolo nella cosiddetta dialettica democratica. Emergenze create ad arte per costruire nuovi centri di manipolazione della fasce deboli all'indomani del crollo delle ideologie e della trasformazione antropologica cui è andata incontro una larga fetta dell'elettorato italiano, soprattutto di sinistra.

***

Non è mia intenzione difendere, a prescindere, seguendo una logica di categoria, chi ha commesso o chi commette gravissimi reati. La certezza della pena è uno dei tratti caratterizzanti uno Stato democratico. Al contempo, però, è altrettanto peculiare di una democrazia, o almeno dovrebbe esserlo, lasciare al proprio posto quelle persone che non si sono macchiate di reato alcuno. La cassa di risonanza mediatica messa su nelle ultime ore ha risvegliato intolleranze, ha alimentato l'odio di balordi che hanno usato violenza ai danni di cittadini europei che avevano come unica colpa quella di essere romeni.

***

I numeri non hanno colore politico, non pregano nessuna divinità, non guardano in faccia a nessuno. Questo è un altro fatto che bisognerebbe tenere sempre presente. L'aritmetica elaborata dal Ministero dell'Interno aiuterebbe a comprendere che la quasi totalità delle azioni criminali di cui rimangono vittime le donne italiane sono commessi da cittadini italiani.

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Riconoscere il mostro nell'altro e nel diverso, aiuta a vivere meglio, a dirigere un giornale, a sopravvivere per l'ultimo scorcio di legislatura.




sabato 3 novembre 2007

Lo spirito del giornalismo

" Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della magistratura, impone ai politici il buon governo."
Questo articolo " Lo spirito del giornalismo" dell'ottobre del 1981 è di Giuseppe Fava. In queste parole si enucla l'idea del giornalismo e della sua funzione di controllo sulla vita pubblica di un paese.
Giuseppe Fava fu ucciso dalla mafia la sera del 5 gennaio del 1984.
Potremmo parlare non solo di un'etica del giornalismo, che sovraintenda all'azione quotidiana della politica, ma anche di un giornalismo di inchiesta e di denuncia. Il problema risiede nella natura diremmo umana del giornalismo; in quanto struttura di potere fatta da uomini, anche il giornalismo è soggetto a corruzione ed equilibrismi linguistici; anche il giornalismo, è inquinato e può diventare fonte di inquinamento. In un paese come l'Italia, il giornalismo ( tranne casi rari ed eccezionali) è andato spesso ( per usare un eufemismo) a braccetto con il potere politico, economico, finanziario. Spesso e volentieri c'è stato un vicendevole concorso di colpa. In un paese ridicolo e senza alcuna vergogna e decenza da parte della classe politica, sono state poche le mosche bianche; pochi giornalisti hanno avuto la forza morale, etica umana di rompere i tanti muri di diffidenza e omertà che si frapponevano sul loro cammino; e nel momento i cui queste "curiosità" giornalistiche affondavano il bisturi nel corpo malato della società, la morte come in un film di Bergman faceva loro visita, era dietro l'angolo in attesa di essere chiamata, di presentare un conto salato, molto salato.
Vorrei brevemente ricordare alcuni casi analoghi più o meno famosi di giornalisti che hanno condiviso con Giuseppe Fava l'amore per la verità.
Nel settembre del 1970, mentre rientrava a casa venne rapito sotto casa il giornalista Mauro De Mauro. Il suo corpo non è stato più ritrovato. Mauro De Mauro stava indagando sull'assassinio del Presidente dell'ENI Enrico Mattei, deceduto in seguito allo schianto del suo jet in località Bascapè, in provincia di Pavia. Si parlò di un probabile rapporto tra mafia, politica, alta finanza e servizi segreti.
Nel settembre del 1985, veniva ucciso sotto casa il giovane giornalista Giancarlo Siani. Siani collaborava con il Mattino è stava indagando sui rapporti tra camorra e politica negli appalti per la ricostruzione del dopo terremoto.
Infine vorrei ricordare un caso poco conosciuto o comunque che ebbe molta poca risonanza, finendo ben presto nel dimenticatoio della storia.
Si tratta dei due giornalisti Italo Toni e della giovane all'epoca ( 21 anni) Graziella De Palo. Partiti il 22 agosto del 1980 per un viaggio in Siria e libano, i due giornalisti non sono più ritornati; di loro si sono da allora perse completamente le tracce. Probabilmente alla base della loro scomparsa ci fu l'interesse e le indagini che la De Palo aveva fatto e continuava a perseguire circa il traffico di armi con il Medio Oriente.

RSK

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venerdì 2 novembre 2007

La storia dimentica. Io no!

Il tempo passa, cancella, dimentica, ti spinge, ti obbliga con violenza subdola e sopraffina a guardare oltre l'attuale con la forza ineluttabile della sua presenza. Il tempo macina, rielabora, ridefinisce, e spesso cancella la storia. Viviamo come spesso si sente dire nell'epoca della visibilità delle opportunità, della comunicazione, della velocità, della partecipazione, dell'essere come appari, come gli altri ti vogliono, o forse semplicemente siamo nell'epoca delle maschere.
La notte tra l'1 e il 2 di novembre del 1975, venne meno, in modo del tutto improvviso e sismico per la semplicità e la fermezza ingombrante delle sue idee, chi questa maschera non la mai indossata, rifiutando qualsiasi forma di etichetta e di categorizzazione; mettendosi sempre in gioco, -portando ovunque e contro chiunque la forza disturbante del suo linguaggio, del suo sguardo, della sua presenza fisica, della sua faccia granitica e marmorea, scolpita e segnata dall'idiozia e dalla violenza del potere- fino a giungere alle estreme conseguenze in uno dei tanti anonimi sobborghi che abbelliscono la ridente, gaudente, aristocratica Roma papalina.
Da quella tragica e infausta notte sono trascorsi tanti anni. Il tempo fa il suo dovere; egli scorre veloce come un fiume in piena, mentre la storia che è stata, viene con certosina pazienza giorno dopo giorno nell'indifferenza sociale cesellata, ridefinita e messa da parte: vecchie paia di scarpe consumate, e per questo scomode da indossare.
Ma d'altronde siamo nell'era del computer, del palmare, dell'ipod, dell'ingegneria genetica, dei viaggi su marte, della realtà virtuale, dell'amore celebrale, della televisione a.. infiniti pollici, delle video conferenze a distanza, dei telefonini tutto fare: basta con il passato, o meglio con la storia: un vecchio feticcio da bruciare.
Abbiamo tutto, possiamo ottenere quasi tutto, possiamo arrivare a tutto e a tutti: allora bisogna chiedersi cosa vogliamo ancora, o cosa è che ci manca?. Manca ciò che ci è stato sottratto in quella notte di trentadue anni fa. O meglio sentiamo avvertiamo in modo inquietante la mancanza di ciò che l'uomo, il poeta scrittore e regista nella figura di Pier Paolo Pasolini ha rappresentato: il pensiero critico, la determinazione e il coraggio delle sue idee. Avvertiamo l'assenza di un pensiero- giusto o sbagliato che sia- forte, coraggioso, determinato, pericoloso, destabilizzante; avvertiamo l'assenza di uomini e non di burattini. Avvertiamo la mancanza di chi ha cercato di farci guardare oltre il nostro personale orticello, di farci andare oltre i nostri personalismi egoistici. Avvertiamo la mancanza di coloro che attraverso la scrittura, il cinema, la pittura, o semplicemente attraverso un sorriso, hanno cercato di affrontare, spiegare e scardinare il potere e tutti i suoi viscidi scherani.
Ma come dicono in tanti bisogna guardare in avanti, bisogna costruire per il futuro, bisogna lavorare, lavorare, lavorare, e non fermarsi mai a pensare che....E allora grazie a Silvio, a Romano, a Ualter; grazie a Maurizio Costanzo, a Paolo Bonolis, a Pippo Baudo, grazie a Gabriele Muccino, ai fratelli Vanzina, grazie a tutti coloro che ho dimenticato ( ma la lista sarebbe lunga), grazie di cuore a tutti voi per aver formato il mio pensiero critico. Altro che Pier Paolo Pasolini. Ma come sono stupido. E' il passato. Avevo dimenticato.
RSK

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mercoledì 31 ottobre 2007

Il latte degli uccelli

La gente è confusa e non sa più cosa pensare. Riuscirei a difendere persino Veltroni quando mi trovo al cospetto di persone della vecchia generazione fascista che non muore mai. Per la strada discorsi di questi individui che rappresentano pienamente la mediocrità dell'italiano medio, fascista e borghese che fu. Ma in giro ci sono anche vecchi con l'accento meridionale che dicono: "Dicono che una famiglia italiana su quattro è indebitata fino al collo. E poi se la prendono con l'economia: se tutti vogliono fare il passo più lungo della gamba...Solo il latte degli uccelli non comprano. Se gli uccelli lo facessero, sta sicuro che comprerebbero anche quello."
"Leggo": un giornalaccio che forse non è degno neanche di essere definito quotidiano; "Leggo", una specie di esperimento della sottoeditoria gratuita urbana; una specie di attentato alla salute pubblica peggio delle polveri sottili. "Leggo" che mi ha falsato la frase perché volevo usare il medesimo verbo...che infatti userò! Leggo su Leggo il titolo d'apertura "Italia, caput immigrati". Non mi permetterei mai di leggere un articolo di quella roba; preferirei leggere le scritte sui muri di via Appia piuttosto. Un messaggio di intolleranza, un'intolleranza sempre più latente che sguazza nella confusione politica nella quale siamo caduti a culo dritto dopo il fantomatico "crollo delle ideologie". Gaber una volta disse: "Prima era tutto più chiaro: comunismo, ideologia, lotta di classe". Ma se queste cose non esistono più, che si fa? Ci si organizza, si ricomincia a pensare. Gran lusso! Chi ci riesce in questo mare di casino? Forse è giusto così: giusto che siamo condizionabili da queste inflenze esterne alle quali fa comodo che non si sveli "un piano" o "i piani": piccoli, medi o grandi che siano. Il verbo più rivoluzionario del momento è sempre quello: sveglia!