mercoledì 31 gennaio 2007

Staccate la corrente

Il Duce ci da' la luce.
Stanchi di questa luce vogliamo rimane' allo scuro.
Annatelo a piglia' nder culo, Duce, Fascismo, e Re.

(Dal film "Libera, amore mio" di Mauro Bolognini, 1975)

sabato 27 gennaio 2007

All'italiana, again

I giorni passano. Le rotative, quelle meccaniche e quelle elettroniche, imprimono sui fogli vergini e sugli schermi vuoti i caratteri che si comporanno l'uno con l'altro a formare i titoli, gli articoli, e i fondi che rimandano a vicende di malasanita', a faccende di mafia universitaria, ad accatastamenti di allegra e spensierata gestione della burocrazia giudiziaria. Ho avuto come l'impressione, cantava qualcuno, che tutto questo sia stato reso noto alla pubblica opinione quando i giochi oramai sono fatti e le regole stabilite. L'impianto del mondo universitario italiano e' quello delle baronie e rimarra' tale, nonostante i proclami, i falsi sbigottimenti, e le prese di posizione delle verginelle di turno. E' una questione di mentalita'. Per una serie innumervole di aspetti della vita quotidiana che veicola pure un comportamento di carattere macroscopico, noi italiani siamo un popolo feudale, a cui piace cullarsi nel grembo delle strutture che prevedono vassalli e valvassori. Amiamo la figura carismatica del plenipotenziario, alla quale riconosciamo dei poteri a dir poco divinatori, e per accedere alle sue grazie e beneficiare delle trame dei suoi rapporti, siamo pronti a disporci in poszione prona. Odiamo la meritocrazia. Troppo faticoso mettersi in gioco e in discussione sul tappeto delle competenze e dei meriti. Meglio aggirare l'ostacolo chiedendo di nasconderci sotto l'ala protettiva del barone di turno. Ci comportiamo in modo da non scontetare il capoccia. Sissignore, mi dispiace ho fatto male.
Da troppi oramai appariamo come l'Alberto Sordi de "L'arte di arrangiarsi" di Luigi Zampa.
Chissa' se ci sara' un giorno in cui potremmo riconoscerci nell'Alberto Sordi che si riscatta nell scena finale de "La vita e' difficile" di Dino Risi.

venerdì 26 gennaio 2007

mercoledì 24 gennaio 2007

All'italiana

Nel corso delle ultime settimane, Fabrzio Gatti-giornalista del settimanale "L'Espresso"- ha reso manifeste le condizioni igienico-sanitarie in cui versa uno dei piu' grandi ospedali d'Europa: il Policlinico "Umberto I" di Roma. In uno degli ultimi numeri, il periodico di casa De Benedetti, ha riportato un'intervista di Gatti al direttore generale della struttura ospedaliera romana, e un articolo sul ruolo dell'accademia (intesa nel senso dei cosiddetti baroni universitari) nell'ambito della gestione dell' ospedale "Umberto I". Ebbene, partendo da alcune constatazioni riguardanti Luigi Frati, preside della Facolta' di Medicina e Chirurgia dell 'Universita' "La Sapienza" di Roma, segnatamente sul ruolo che egli svolge per l'assegnazione (all'italiana) di cattedre e reggenze di vario genere, e' possibile giungere a delle considerazioni riguardanti il rapporto perverso che si e' venuto ad instaurare tra Policlinico ed Universita'. Nei fatti, i rapporti di forza esistenti tra le varie componenti del mondo accademico, e la conseguente necessita' di stabilizzarli allo scopo di non fare esplodere il sistema delle clientele e delle raccomandazioni, hanno condotto e conducono a "giocare" una partita senza fine, le cui regole si basano sulla creazione e sulla proliferazione di nuove cattedre per l'assegnazione delle quali scendono in campo i luminari. Conseguenza. Esisteranno piu' cattedre che posti letto da dedicare alla degenza ospedaliera. Tutto sulla pelle di quanti si affidano alle cure del personale medico e paramedico.
Un siffatto braccio di ferro tra fazioni accademiche e' un confronto che si svolge in qualsivoglia ambito universitario. Tutto e sempre con il risulato di sacrificare la qualita' , l'efficienza, e la reale formazione di nuovi quadri realmnte competenti nei settori di pertinenza, in nome del prestigio e del narcisimo di pochi.
Attenzione. L'Europa ci guarda.

lunedì 22 gennaio 2007

Ancora da San Nicola Varco

Dal sito www.salernonotizie.it

E’ stato presentato, presso l’Istituto Statale S.Caterina da Siena di Salerno, il video-documentario sulle condizioni di vita degli immigrati accampati a S.Nicola Varco e prodotto dalla CGIL Salerno. Davanti ad una platea composta da studenti delle ultime classi, giornalisti e rappresentati del mondo sindacale, le immagini girate nel “ghetto”, tra la tragedia che quotidianamente i circa 500 extracomunitari sono costretti a vivere, sono state il preludio ad un momento di riflessione e dibattito.

Al tavolo erano seduti Michele Gravano, Segretario Generale della CGIL Campania, Franco Tavella, Segretario Generale della Camera del Lavoro Territoriale di Salerno, Anselmo Botte del Dipartimento Immigrazione della CGIL Salerno, Rosetta D’Amelio, Assessore alle Politiche Sociali della Regione Campania, Monsignor Gerardo Pierro, Vescovo Metropolita di Salerno, Patrizia Capua, giornalista de “La Repubblica” e Rachid Bensadi, lavoratore immigrato. Proprio la sua testimonianza, riportata tra le lacrime, ha emozionato i presenti che, attraverso le immagini, hanno vissuto il dramma di centinaia di uomini che, quotidianamente, vengono sfruttati nei campi, costretti ad orari di lavoro pesanti e sottopagati.

“Il video è un cazzotto nello stomaco per tutti noi” ha commentato Patrizia Capua. “Non dobbiamo mai dimenticare – ha aggiunto l’Assessore D’Amelio – che anche noi siamo stati un popolo di emigranti. Grazie all’interessamento della CGIL questa problematica è giunta all’attenzione delle Istituzioni e Palazzo S.Lucia ha già stanziato 50mila euro per approntare i primi interventi di risanamento e permettere la costruzione di servizi igienici e docce all’interno del campo. Oggi mi impegno – ha concluso la D’Amelio – ad assicurare che la questione S.Nicola Varco sarà tenuta in considerazione nella stesura della riprogrammazione delle risorse per il periodo 2007-2013 in cui il Welfare è la voce principale”.

Notizia, questa, appresa con grande interesse da Michele Gravano che, nel suo intervento, ha sottolineato come questi cittadini siano, nonostante tutto, dignitosi e consapevoli dei loro diritti che, loro malgrado, vedono calpestati ogni giorno.

“La CGIL – ha concluso Tavella – ha dimostrato di sapersi calare nella realtà quotidiana e di essere attenta a problematiche di grande attualità. Il nostro impegno è stato graduale e continuativo: abbiamo cominciato col testimoniare una condizione di degrado, poi abbiamo organizzato due manifestazioni, una locale e una di portata nazionale a Foggia, abbiamo chiesto ed ottenuto Tavoli Istituzionali per affrontare il problema ed ora cerchiamo di sensibilizzare tutti attraverso queste immagini”.

Tra gli obiettivi della CGIL c’è, infatti, quello di diffondere il documentario nelle scuole, tra i ragazzi. A breve, inoltre, verrà trasmesso su alcune emittenti locali.

22/01/2007 13.16.28

sabato 20 gennaio 2007

Assediati

L'assenza e' un assedio
(Piero Ciampi)

Tutti domandano di te. Sono in agguato. Aspettano.
Attendono, finalmente, una notizia. Per stringerla tra i ferri del taglia e cuci meschino e borghese, per darla in pasto alle sarte della chiacchiera, e farla sferragliare al ritmo serrato del ricamo del pettegolezzo.
Certo, non potevi essere che tu. Con quella nostalgia che si lascia pudicamente scorgere tra una citazione di Pasolini ed un verso d Tenco. Con quella malinconia che colora il tuo volto e si specchia nei tuoi occhi belli, e mai invadente, rende meno banale ogni tuo sorriso e meno salate tutte le tue lacrime.
Soddisfatto il mondo nel sapere che quelle che come te, quelli come noi, pessimisti al punto da dare fastidio a chi riesce a godersi la vita, non possono essere che destinati a trovare in un buco la consolazione che non siamo riusciti ad esaudire ad oriente e nelle facce della gente. La gente che ci guarda. Ci legge negli occhi che siamo finiti, oramai. Loro no. Destinati a compiacersi nel mondo e nella sua corruzione.
Noi. Egoisti, presuntuosi, permalosi, schifosamente puri di una purezza sporca di urina, di sperma, di liquido mestruale, di sputo, di vomito, e di liquori andati a male.
Hanno domandato di te. Non ho evaso le loro domande.
Ad ogni pugno che i nostri stanchi corpi dovranno ricevere, noi saremo pronti a reagire. Alzando il pugno sinistro. Pateticamente. Nostalgicamente. Come mi insegnasti tu, in una di quelle sere in cui condividevamo il sonno e le benzodiazepine, e un disco si incantava sulla voce di Piero Ciampi.
Se tu fossi ancora qui, guarderei in uno di quei buchi da tossica, e ci vedrei tutto il tuo amore. Invece sono qui, ad assistere allo stanco ripertersi dei gesti di chi si vuol convincere che nella vita ci sono dei compiti da assolvere, e delle pratiche da sbrigare. Muovetevi, affrettatevi.
Se tu fossi ancora qui, come dicevi tu masticando un arrabbiato Vian, andremmo a sputare sulle loro tombe.

Dal barbiere Salvatore

Al sabato mattina, quando l'aria della fabbrica è intrisa dell'odore di grasso rappreso sulla catena di montaggio ferma, e i banchi della frutta del mercato sono presi d'assalto da impiegati che si improvvisano a fare la spesa, il salone del barbiere è sempre molto affollato.
Da una certa ora in poi, tutti i personaggi del quartiere vi si cominciano a radunare, come se tutto fosse stabilito da un codice di appuntamenti mai scritto.
Salvatore sta facendo la barba ad un signore che ad occhio e croce avrà una sessantina d'anni. Il "mastro" , le gambe divaricate, il rasoio stretto tra le prime due dita della mano destra mentre le altre sono lasciate libere di rimanere per aria, fa scorrere la lama lungo la pelle bruna e tesa dell'uomo. Durante la giornata ne seguiranno molti altri, e la lametta esplorerà ora pelli ruvide come carta-vetro, ora guance morbide come il sederino di un bimbo di pochi anni.
Il salone è pervaso dagli odori di dopobarba, quelli di colore giallo contenuti nella boccetta con lo spruzzatore arancione, di cipria e di gel al cocco per capelli ribelli. L'atmosfera si impregna di rumori prodotti dalle voci di Spaghetto, storico tossicomane della Piana del Sele e di Tommasino, ultras mai pentito. I due si rimproverano a vicenda le loro fedi calcistiche, i loro credo politici, ed è tutto un susseguirsi di saluti romani, di pugni chiusi alzati, di cori curvaioli, di inni a Benito a destra, e a Baffone a sinistra.
Otto o nove persone siedono sulle poltroncine di finta pelle rossa, di quella che nei giorni di estate pieni di zanzare e grondanti umidità e sbuffi per il caldo, ti si appiccica al culo. Tra uno sguardo all'ultimo numero di Cronaca Vera, e una lettura della prima pagina del quotidiano rosa, si godono lo spettacolo. Vi prende parte pure Salvatore, che agita il rasoio con il quale disegna nell'aria una serie di circonferenze per sostenere le sue strane tesi sul movimento dei taxisti, dei panificatori, sulle paure dei farmacisti che temono di vedere trasformato il loro camice in un grembiule da pizzicagnolo. I tre intranittori estemporanei si guardano. Tacciono per un istante. E' il momento del caffé.
Tommasino mette la mano nella tasca destra dei suoi pantaloni, e tira fuori un telefono cellulare del quattro, come si dice da queste parti. Chiama il bar più vicino. Dopo qualche minuto, si vede arrivare un ragazzo con i capelli neri, gli occhi piccoli, che camminando come cammina chi ha giocato a pallone per molto tempo, porta un vassoio in braccio. E' il giovane del bar. Qui tutti lo chiamano Perry Nason, per un suo particolare anatomico importante, e perchè, a tempo perso, studia legge.
Ognuno accorre al vassoio appoggiato sul pianale di marmo accanto alle confezioni da schiuma da barba, alle lozioni per capelli deboli, agli stracci bagnati con i quali Salvatore pulisce i lavandini.
Il signore bruno si discosta dallo schienale della poltrona e facendo perno sulle braccia si tira su per stare più comodo. Libera il bicchierino di plastica dalla pellicola di alluminio che lo copre e manda giù il caffè. Mentre sorseggia guarda nello specchio che ha di fronte per vedere cosa c'è alle sue spalle.
Solo una poltronicina in finta pelle rossa. Vuota. Una volta, al sabato mattina, vi sedeva un ragazzo con i capelli legati nell'attesa che Salvatore gli dicesse che era il suo turno.

Stelle filanti

Dalla finestra della camera da letto si vedono saette che danzano al ritmo dei tuoni. L'aria rarefatta si comprime e si espande.
A pensarci bene, i fulmini, i lampi, disegnano nel cielo delle traiettorie che assomigliano a degli alberi con il fusto molto sottile, con lo stesso spessore dei rami.
Giada immagina di appendervi foglie di alloro, di basilico, di menta anche, così da poterne sentire l'odore umido durante i temporali.
Oppure, pensa che, in fondo, potrebbe cavalcarli quei serpenti elettrici, e da uno scivolare sull'altro che dal primo si ramifica. Qualcuno, da una casa lontana ma non troppo, riuscerebbe a scorgere una nuvola bionda rimbalzare da un lampo all'altro. Un folletto, una bimba ignorante di quello che il futuro le riserverà. Questo tornerebbe ad essere giocando con i fulmini e con i tuoni.

La pioggia, incessantemente, batte sui vetri della finestra-balcone di Giada. Il rumore delle gocce, quello sordo di una fontana la cui acqua laverà il viso di chi si appresta a montare il turno delle sei, la riportano nella sua stanza.
Contro le pareti. Il manifesto di un guerrigliero barbuto, la gigantografia della donna che scrisse del volo di una farfalla, e il ritratto di una madonna bruna. Giada si volta sul fianco destro. Si raggomitola su se stessa per impedire che il calore di quei pensieri fugga via per sempre.
Tiene gli occhi aperti e rivolge lo sguardo verso la sua scrivania. Vi vede tutte le cose che hanno scandito la sua vita fino a questo momento. Libri. Molti. Dai titoli singolari. Stato e rivoluzione. Il cinema dei formalisti russi. Dischi. Parecchi. Belli, bellissimi. Da Gaber a Guccini, passando per Claudio Lolli fino ad arrivare a Lalli. Medicine. Troppe. Antidepressivi. Ansioltici. Metadone. Fotografie. Una sola . Lei insieme ad una persona, nel giorno in cui si festeggia il lavoro, i cui controni appaiono sfocati. Ingoia amaro. Si volta dall'altra parte e richiude gli occhi. Stringe forte le palbebre. Vede tante stelle fillanti colorate. Come quelle che i bimbi, quand' è Carnevale, disperdono intorno soffiandoci dentro. I nastri colorati si intrecciano fra loro, si abbracciano a formare come delle ics multicolore, per poi separarsi e confondersi con i rami dei fulmini nel cielo.

E' giorno, dunque. Giada corre alla finestra per guardare le persone che tra un poco popoleranno il cortile. Pronte a percorrere la strada di ogni giorno. Cosa pensa tutta questa gente che stancamente ripete la vita di sempre? Questi uomini, queste donne che conducono per mano i loro bimbi. Questi uomini, queste donne che siederanno dietro un vetro per dare informazioni, per compilare stampati, per rispondere al telefono. Chissà cosa pensano mentre sono intenti a sembrare felici, a dissimulare la loro insoddisfazione. Chissà , se passandosi una mano fra i capelli, sono ancora capaci di trovarvi una stella filante colorata.

Lontano, sui binari

Il treno ha lasciato la stazione da pochi istanti. Nell'aria sono rimaste solo le scintille prodotte dal pantografo. Lontano, lungo i binari si intravede la sagoma dell'ultimo vagone pronto a fermarsi alla prossima stazione. Fra un minuto, tutto scomparirà, inghiottito dalla distanza. Lo sferragliare delle carrozze sui binari andrà a fare compagnia alle note disperse dalle radio attorno e alle briciole di fuoco della linea elettrica.
Aspettano il treno di dopo, sedute su una panchina in legno, delle giovani donne alle prese con i loro amori telefonici e le dispute sul cinema del sabato sera. Tra le gambe di una di loro, estranea a quel fitto inciuciare, una ferita aperta brucia ancora, e a nulla servono gli sforzi che ne vorrebbero bloccare le mille piastrine impazzite. Il tempo sigillerà con una cicatrice tutto quello che nessun uomo è riuscito a curare. Invano Giada aveva cercato di salvare il privato con il politiico. Ora, mentre il sangue cola tra le sue cosce, molti randagi leccano le gocce che quella piaga continua a stillare lungo le strade del mondo. E' tutta una questione di prospettive, pensava Giada alla fermata del treno. Ognuno trasforma il prorprio dolore alla sua maniera. Lei lo ha trasformato in sangue vivo con cui nutre chi stenta a campare e a vedere il nuovo giorno. Qualche altro lo trasforma in cattiveria colpendo i compagni e i fratelli alle spalle.
Una volta ci guardavamo negli occhi. Ed avevamo gli occhi belli, cantava il poeta.
Se tu fossi qui, non cercherei di medicare la tua ferita, ma mi basterebbe tenerti la mano per arginare il fiume in piena che vedresti nei miei occhi.

In un giorno qualunque

Il vestito buono indossato per la festa, dalle chiese vedo uscire borsette ciondolanti da polsi avvinti da bracciali di bigiotteria, qualche spicciolo lasciato cadere distrattamente nel cappello del mendicante seduto sul marmo freddo. La domenica della buona gente è sempre uguale a se stessa. I giornali sottobraccio percorrono l'andata e il ritorno della promenade cittadina, costeggiata da centri commerciali serrati sui cui muri rimbalzano le note, suonate da un complesso che si esibisce per il sessantesimo anniversario della regione, e la luce del pallido sole di mezzogiorno.
Seduto su una panchina di legno, mi convinco che il tempo si lasci ingannare dai miei tentativi di mantenermi impegnato, e leggo di finanziarie da approvare, di scaloni da abbattere, di ferie da scaglionare, di missioni in terre lontane. Di tanto in tanto, alzo lo sguardo e mi vedo riflesso nelle ante della vetrina di fronte. La mia figura, le gambe accavallate, si incastra a perfezione tra un manichino che indossa un gessato ed un altro vestito a tinta unita. In quest'uomo seduto a leggere un quotidiano italiano, vi scorgo il surrogato della persona che fu qualche mese fa.
Difficile persuadersi del fatto che ogni giorno sia divenuto identico al precedente, e rassegnarsi alla certezza che sarà uguale a quello che verrà. Impossibile non pensare ai versi di una canzone di Luigi Tenco:

Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.

Richiuso il giornale sulle pagine che riportano un pezzo dedicato a Pier Paolo Pasolini, mi incammino verso la stazione centrale della ferrovia . Incrocio un gruppo di punkabbestia, dal quale si distacca una ragazza. E' bionda con la cresta rossa ed indossa una felpa di un gruppo metal. Venendomi incontro mi chiede qualche spicciolo. La guardo. Al collo porta un ciondolo con il segno di divieto tracciato sulla svastica. Affondo la mano sinistra nella tasca dei miei pantaloni, e ne estraggo una montagna di monete, che riverso nelle sue mani. Mi saluta. Se ne va. Proseguo, e canto a bassa voce

Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.
E gli occhi intorno cercano
quell'avvenire che avevano sognato
ma i sogni sono ancora sogni
e l'avvenire e' ormai quasi passato.

Mi fermo per lasciare passare il tram numero dieci diretto ad Ahlem, la città del pifferaio magico.
Qualcosa di istintivo mi porta a toccare laddove ci sono la tasche superiori della mia giacca di jeans blu chiaro. Frugandovi, vi trovo un sacchetto viola tenuto chiuso da una cordicella bianca. Al suo interno, un Buddha in un prisma di vetro. Una cara persona me ne fece dono tornando dal Giappone. Molti, troppi ricordi che mi sforzo di mettere a fuoco. Tutto, però, sembra contrarsi in un punto lontano. Tutto, però, sembra perdere di consistenza. Oramai, come diceva il cantante

La nave ha già lasciato il porto
e dalla riva sembra un punto lontano
qualcuno anche questa sera
torna deluso a casa piano piano.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
e la speranza ormai e' un'abitudine.

lunedì 15 gennaio 2007

La geometria non e' un reato

Dal sito www.salernonotizie.it

Nel virgolettato la notizia.

"Imbrattava i muri del Tribunale di Salerno ma è stato sorpreso dai Carabinieri e denunciato. E’ successo nella notte tra sabato e domenica sul Corso Vittorio Emanuele dove un giovane salernitano, D.R., è stato trovato dai militari mentre era intento a dipingere con della vernice nera alcune scritte sui muri adiacenti la porta d’ingresso della Sezione Penale del Tribunale. Il giovane aveva scritto “Il paradiso è all’ombra delle spade!”, seguita da una croce inscritta in un cerchio."

La croce celtica viene definita, dal redattore o dalla redattrice delle righe sopra riportate, secondo un criterio geometrico. Dunque, mi domano. Per ignoranza del significato del simbolo raffigurato o per timore di incappare in qualche reato collegabile all'apologia di nazi-fascismo?

sabato 13 gennaio 2007

Una buona notizia

Dal sito www.salernonotizie.it

Sono ufficialmente iniziati i lavori di risanamento del “ghetto” di S.Nicola Varco, ad Eboli, dove circa 500 cittadini extracomunitari vivono, da tempo ormai, in condizioni disumane, privi di acqua, gas e corrente elettrica. Questa mattina, grazie al finanziamento stanziato dalla Regione Campania e pari a 50 mila euro, dopo il deposito dei materiali, sono già stati costruiti due muri lì dove sorgerà un bagno con dieci docce e servizi igienici. Con quei fondi si provvederà anche a ripulire la zona, a garantire degli allacciamenti per la corrente elettrica e almeno altri tre punti di approvvigionamento idrico.

“L’inizio dei lavori di risanamento a S.Nicola Varco – commenta Franco Tavella, Segretario Generale della CGIL Salerno – rappresenta per noi motivo di grande soddisfazione. La Camera del Lavoro Territoriale da anni, ormai, segue la tragedia di queste persone. Le due manifestazioni da noi sponsorizzate, quella del 25 settembre 2006 a Salerno e quella, nazionale, pochi giorni dopo, a Foggia, hanno permesso di riportare alla luce una situazione che non può e non deve rimanere nell’indifferenza generale. Qualcosa si è mosso, ma bisogna ancora fare molto”.

La linea che si cercherà ora di perseguire è quella che porta alla richiesta di un finanziamento aggiuntivo in corso d’opera per realizzare almeno altri tre bagni per un’utenza che, in alcuni periodi, supera le 500 unità.

Senza metrica: a mio padre

Spalle larghe a condurre gli sdruciti sacchi di olive oneste.
Braccia forti ad assecondare le meccaniche della fabbrica.
Sulla pelle bruna frammenti d'acciaio.
Stelle filanti di amianto. Odore di ferodo bruciato.
Sulle labbra il sapore di un ottone antico.
Ed io qui, a dire ancora un altro no.

giovedì 11 gennaio 2007

Dentro di noi ?

Ne sono pieni giornali e talk show di questa storia. Titoli in prima pagina sulla "strage di Erba" con tanto di grandguignoleschi dettagli, immancabili interviste a parenti e passanti, ipotesi investigative, ricostruzioni pseudo scientifiche come se bastasse aver visto tutta la serie di CSI per sentirsi esperti di dna, luminol e raccolta di indizi. Tante chiacchiere da onnipresenti sociologi e psicologi e tutto il circo mediatico che su ogni fatto di cronaca prospera pascendosi dell' interesse (a volte diretto ai particolari più macabri) che ognuno di noi inevitabilmente nutre per queste storie di cronaca.

Adesso l' unica cosa che conta : i colpevoli sono stati individuati ed avrebbero confessato. E la soluzione è più banale di quella di un giallo scritto da uno scrittore inesperto : i vicini di casa con cui da sempre le vittime litigavano. Niente ritorsioni criminali né serial killer psicopatici. Solo due comunissimi vicini di casa. E nessun movente arzigogolato, nessuna vendetta per qualche sgarro, nessun conto in sospeso da regolare tra inesistenti clan criminali. Solo la fine di una banale storia di litigi da cortile.

Ed è proprio questa banalità che mi colpisce. Viene inevitabile il parallelo con il caso del piccolo Tommy. Anche lì gli assassini erano due comunissime persone che hanno ucciso il bimbo solo perchè faceva troppo rumore ed era troppo difficile portare avanti il sequestro programmato, ma forse solo immaginato. Ed anche in quel caso la stessa freddezza nel gestire il dopo. Nessun apparente rimorso, nessuna volontà di nascondersi per non tradirsi. Anzi, una esposizone mediatica quasi ricercata (vedi le interviste rilasciate da Anna Bazzi o le dichiarazioni alle tv di Alessi). Andando più indietro, viene da pensare anche a Desiree Piovanelli e alla voglia di apparire dei suoi giovani assassini con quella loro insistita ricerca di telecamere da cui farsi intevistare per apparire in tv.

Qualcosa non va. Non sto parlando di qualcosa che non va in loro. Sarebbe troppo facile dire "sono pazzi, solo menti deviate potrebbero comportarsi così, uno sano non lo farebbe mai". No, sono persone normalissime in tutto e per tutto. Ma improvvisamente questa normalità cessa. Solo per poco, il tempo sufficiente ad ammazzare qualcuno. E poi si riprende la vita di prima, in tutto uguali agli altri. E da tutti considerati come pare della stessa comunità.

Allora qualcosa non va dentro di noi ? Hobbes insegnava che "homo homini lupus est". Altri ci dicono che abbiamo il "libero arbitrio", ma spesso scegliamo più facilmente il male che il bene. Ma è sempre stato così ? Sono i media a farcene rendere conto solo oggi ? O è il valore che diamo oggi alla vita ad essere tanto basso da ritenere banale stroncare quella degli altri ?

Ognuno dovrebbe darsi una risposta. O anche solo porsi la domanda. Purtroppo, quale essa sia, sarebbe solo una triste e forse terribilmente banale verità.

Carlo Ponti

Nella giornata di ieri e' venuto a mancare Carlo Ponti, produttore cinematografico il cui nome e' legato a pellicole di vario genere. Ai fini della comprensione del personaggio e di un modo di fare cinema che non c'e' piu', due titoli su tutti. La Ciociara di Vittorio De Sica e Blow-up di Michelangelo Antonioni.
La morte di Ponti mi induce a riflettere sull'attuale stato di salute del cinema italiano. In particolare, sulla drammatica invasione di campo da parte di produttori cinematografici il cui ruolo si esaurisce in quello di meri finanziatori di pellicole che garantiscano un massiccio riscontro al botteghino.
Piu' precisamente. Con il passare degli anni, la parallela trasformazione della societa' nella sua interezza, e la abnorme importanza assunta dal piccolo schermo, la figura del "produttore-cinefilo-mecenate" e' stata quasi del tutto soppiantata da quella di produttore tout court, il quale consegna all'esterno della industra cinematografica un prodotto rispondente a precise e determinate esigenze di mercato allo scopo di garantire utile e profitto all'azienda.
Cio' che potrebbe sembrare un semplice segno del tempo che passa e del cambiamento generale dei valori di riferimento, e' in realta' la miccia che ha innescato e continua ad innescare una reazione a catena. La quasi totale scomparsa di un cinema popolare di intrattenimento dotato di un alto spessore qualitativo ne rappresenta un meccanismo paradigmatico, il quale ha condotto ad una schizofrenia delle pellicole che popolano le sale. Nei cinematografi, assistiamo o alla proiezione di commedie pasticciate e scollacciate o alla proiezione dei film cosiddetti di nicchia. In mezzo esiste, come dire, una "zona grigia" che stenta e stentera' ad allargarsi.
Il tempo va veloce e non ritorna. E mi ritrovo a scegliere tra uno sguaiato Vanzina e un piatto Calopresti. Mai piu' tra Dino Risi e Marco Ferreri.


lunedì 8 gennaio 2007

Fascisterie

Correva l'anno millenovecentoequarantasei: nel giorno dedicato al primo martire della cristianita' veniva costituito il Movimento Sociale Italiano (M.S.I.), partito politico che si configurava come il collettore delle istanze veicolate dal regime fascista e da quel suo estremo e patetico tentativo di sopravvivere che fu la Repubblica di Salo'.
La costituzione di un partito neo-fascista, nelle prime fasi di vita della repubblica democratica italiana, e' essenziale ai fini della comprensione di quel fenomeno che va sotto il nome di continuita' dello Stato, che sottende la mancata nascita di una democrazia matura e compiuta nel nostro Paese.
Nei fatti, la nascita del M.S.I., rappresenta una sorta di legittimazione "costituzionale" ad una serie di provvedimenti varati per compiacere l'amico americano e tenere fede ai patti di Yalta.
In primis, l'eliminazione dei prefetti-nominati dal Comitato di Liberazione Nazionale- in favore di ex-repubblichini. Un tale avvicendamento agevolera' la nascita di un corpo di polizia -i cosiddetti poliziotti alla Scelba- che rappresentera' il garante piu' affidabile dell'ordine costituito e che soffochera', spesso nel sangue, le rivendicazioni democratiche e progressiste di larghe fette della popolazione.
Elementi di spicco del Movimento Sociale Italiano saranno attori protagonisti di incontri, presso prestigiosi alberghi romani, finalizzati alla pianificazione di strategie eversive per fronteggiare una eventuale ascesa al potere, per mezzo di elezioni democratiche, del Partito Comunista Italiano.
I missini, a dispetto della esigua rappresentanza parlamentare, hanno rappresentato un serbatoio popolare dal quale attingere laddove si fosse profilato all'orizzonte un qualsivoglia "rischio democratico" per l'Italia. Come non ricordare le squadracce di Caradonna formate per manganellare i contestatori ?
Qulacuno ha celebrato il sessantesimo anniversario della nascita del Movimento Sociale Italiano.
Qualchedunaltro, in preda ad un revisionismo riabilitante, ha ammesso che la classe dirigente del M.S.I. era formata da persone di alto profilo intellettuale.
Qualche altro ancora, ha scelto di segnare sul calendario il ventisei dicembre come giornata di lutto nazionale.

domenica 7 gennaio 2007

Pigs on the Wing 2


Mio cugino si chiama Gjno. Gjno è stato sempre un dritto, quello che si dice "un gran figlio di...". Anche mia zia, a sua volta seppure era una brava donna, era da sempre una vera filibustiera. Fin da piccoli lui faceva sempre un sacco di guai. Ci incontravamo poche volte all'anno, ma mai che mi scordi dei nostri giochi e dei guai che combinavamo. Io, al contrario, ero troppo generoso e combattivo e spesso succedeva che dei guai che combinavamo la colpa ricadeva su di me. Io che, anche se non ammettevo di aver combinato nulla, replicavo a muso duro ai "grandi" che se volevamo farlo avevamo i nostri buoni motivi e loro dovevano lasciarci in pace. "Pa-ha!" partiva un ceffone a man' smersa! Mio cugino Gjno...
...Oggi ho sentito parlare di lui, che si è sposato con una ragazza di "buona" famiglia, fa il dentista e si è aperto uno studio con la madre che gli paga il fitto. Lui e la moglie, Marah, abitano in un appartamento nel palazzo di mia zia, donna paziente ed innamorata (come tutte le madri!) visceralmente del figlio; nonostante Gjno l'abbia sempre trattata male e circuita con i suoi comportamenti da ruffiano, spesso atti ad estorcergli soldi o regali. Il fratello di Gjno, Lucas, odia sia il fratello che la moglie: odia il primo, perché la madre è stata sempre più innamorata di Gjno che di lui; odia la seconda, perché ha fatto perdere la testa a Gjno e a sua detta "lo manovra impunemente". "Quei due - a volte afferma Lucas - hanno saputo fare le cose per bene..." e mettersi vita natural durante sotto la protezione di quelli che chiamavamo sapiens. Lucas viveva a Roma, faceva il fattorino e finché il suo compagno non è scappato sui Colli Albani con un ingegnere di Pescara, a sua volta padre di tre figli, divorziato e pieno di debiti. Così a lui non è rimasto altro che tornarsene a casa, specializzarsi in fisioterapia e ri-trasferirsi sotto il tetto paterno. Ma se prima di andarsene Lucas era considerato e rispettato e le sue opinioni e i suoi giudizi temuti da tutti in casa, ora aveva perso il potere e la vera regina di casa è diventata Marah. E' lei l'intestataria della casa della madre e lei affittuaria dello studio di Gjno. Da parte sua come dote di nozze si è occupata di far fronte a tutte le spese del matrimonio, nel quale gran parte degli invitati erano amici e parenti altolocati della sua famiglia. Lei ha deciso l'arredamento, l'automobile, le cravatte del marito e dopo averlo spremuto ben bene fino alla mattina presto con i suoi giochini sotto le lenzuola, si veste si trucca e va in ufficio. Lei è sempre fresca e attiva; lui ridotto uno straccio. Mara è un'imprenditrice: ha la responsabilità di un fabbricato di sartoria dove si producono cravatte per Valentino. Quando torna a casa, nel suo vestito compito e nel suo trucco perfetto, trova Gjno sul sofà: lui si alza, lei gli da un bacio appassionato, per poi subito rivolgersi allo specchio dietro di lui e aggiustarsi i capelli e il trucco. La madre di Gjno a quell'ora guarda la tv e per non ascoltare i rumori dal piano di sotto alza il volume fino al massimo. Lucas, a quell'ora, è nella sua stanza: la sua giornata è finita e guarda con malinconia una foto del suo compagno fuggito via. Poi, come al solito, si affaccia alla finestra dopo aver spostato la tendina e scruta l'orizzonte: dalla finestra un panorama urbano, palazzi e antenne e sopra scorge gabbiani, grossi gabbiani volare in cielo goffamente, a rilento, di forma strana e tondeggiante, quasi fossero maiali. "Che schifo - dice Lucas tra sè e sè. "Anche i porci hanno le ali".

sabato 6 gennaio 2007

Pigs on the Wing



If you didn't care what happened to me
And I didn't for you,
We would zig zag our way through the boredon and pain.
Occasionally glancing up through the rain.
Wondering wich of the buggers to blame
And wathing for pigs on the wing.

Fantomatiche Stock Option fanno lievitare prepotentemente i compensi per i 10 manager italiani più ricchi; mentre la media degli stipendi per famiglia in Italia è di 1850 euro circa al mese, considerando che al nord questa cifra si aggira intorno ai 2400 mentre nel sud Italia resta inchiodata intorno ai 1500 (i privilegiati!) al mese. Tra questi dati più virtuali che reali, diffusi dall'Istat sui giornali di questi primi giorni del "nuovo" anno, vengono a galla comunque i dati inquietanti di un paese con enormi squilibri sociali che si realizzano particolarmente in una eccessiva differenza tra il tenore di vita tra Nord e Sud del paese. Ma queste sono vecchie storie ed il punto non è questo...In Italia si vive ancora bene, anzi benissimo: direi da Dio! Ognuno può scegliere. Il sistema statale vacilla, è vero, ma non crolla e non crollerà ancora per un bel po'. Al nord il capitale privato va, con sacrifici e difficoltà ma soprattutto per merito dell'iniziativa e dell'ingegno dei singoli attori del mercato, quelli che lavorano realmente. Ma non è l'epoca del lavoro questa. E' piuttosto l'epoca dei Porci con le ali, che già qualcuno prefigurava alla fine degli anni '70: esseri squallidi e viscidi che fanno dei bisogni più materiali, del potere e del denaro non uno stile di vita, ma un target privilegiato. La politica sta scomparendo e con essa la rappresentanza delle classi di lavoratori, di studenti e intellettuali e cani sciolti che, per empia scelta orgogliosa o per inaccessibilità ad un sistema di corruttela diffuso, si ritrovano a vivere esistenze difficili ed ai margini; rimangono invisibili, nell'ombra. Una grossa fetta si adagia, di volta in volta, a spostare l'indirizzo del proprio consenso, una volta di qua una volta di là, ma sempre rimanendo con l'amaro in bocca di una scelta da rinnegare. La storia, come sempre, non insegna. Se lo facesse ci ritroveremmo ad invertire una linea di tendenza che vede l'Italia tra i primi paesi Europei a riversarsi nelle urne per le elezioni. Testimonianza questa di un invadenza della classe politica, che oggi tutto può e tutto fa per continuare a trascinare un carrozzone di consensi, tra la tutela di micro interessi e coinvolgimenti diretti nella vita politica di individui che poco hanno a che fare con l'idea di democrazia ed istituzioni. Ad emergere in tutto ciò, a trionfare ancora una volta è il denaro, il suo potere taumaturgico di guarire ogni conflitto e contraddizione sociale; il denaro, la vera consolazione di un popolo "dissociato" e sempre più privo di idee e voglia di imporle. Il denaro: modello di comportamento, status sociale assoluto, unico strumento di valutazione di ciò che è giusto e sbagliato, bene e male, successo e sconfitta. E proprio in questo contesto ecco emergere all'attenzione dell'opinione pubblica, fare opinione, esprimersi sui temi di principale attenzione sociale e politica una classe di manager e politici (che spesso si confondono con essi...) che dettano ritmi e tempi del vivere in società. Sono ovunque: nella cultura, in tv, sui giornali, scrivono libri, dicono e sentenziano; ce li abbiamo in famiglia, li vediamo in pizzeria ed in barca quando ci sversano addosso il loro carburante; camminano per strada con i loro ultra gipponi carenati, scaricando belle donne con carte di credito archiviate alfabeticamente. Sono trionfanti, tronfi, spavaldi; senza più ritegno e cordoglio per le vittime non solo carnali che mietono ogni giorno. Hanno preso il volo. E non solo, spadroneggiano nei cieli del mondo come aquile, ma quando si prende il binocolo per guardarli da vicino ci si accorge che sono solo porci, porci con le ali.

martedì 2 gennaio 2007

Sinceramente preferisco i vecchi



Il cinema italiano prende ossigeno grazie Michele Placido che in due anni di lavorazione tira fuori uno dei pochi film memorabili che la mia frustrazione filmica ha registrarto negli ultimi tempi, un film che vale la pena tenere nella propria videoteca e rivedere quando ci si dimentica troppo facilmente dell'Italia che fu ed, in fondo, anche dell'Italia che "diventò". Romanzo criminale è un film, se vogliamo, d'essay in chiave meno cinematografica e più storica. Non è facile seguire una storia, quella della Banda della Magliana, attraverso l'ascesa di un gruppo di cani sciolti che iniziano con un sequestro per poi ad arrivare ad essere la banda più temuta della Roma degli anni' 70, si incrocia con molti dei momenti topici della storia del Bel Paese, in un'epoca ricca di fermento politico e culturale e di sempre affascinante e complicata interpretazione. La storia del Libano, di Dandy e Freddo e gli altri della banda si intreccia con fatti e nomi della storia d'Italia, a volte solo accennati o detti tra i denti, come la strage dell'80 alla Stazione di Bologna, il sequestro Moro, l'ascesa al potere della P2. Il pepe del film è la torbida storia d'amore tra il commissario Scialoia e Patrizia, la prostituta che diventa la donna dell'ormai potente Dandy ma sempre segretamente attratta dal commissario; ed ancora la tragedia di Freddo e Roberta, simbolo femminile della purezza e della morale. Ma Romanzo Criminale è soprattutto la storia nuda e cruda, interpretata magistralmente da un cast di grande efficacia, di un gruppo di "ragazzi di vita" e della loro disperata follia criminale, ambientato in una città tra le più turbolente e martoriate da un'epoca storica nella quale tanto è accaduto e troppo deve essere ancora spiegato. Con questo film un ricordo viene aggalla, un'emozione si materializza, un tassello che ricostruisce il quadro si rende pubblico per chi ha ancora orecchie per sentire, occhi per vedere.