sabato 20 gennaio 2007

In un giorno qualunque

Il vestito buono indossato per la festa, dalle chiese vedo uscire borsette ciondolanti da polsi avvinti da bracciali di bigiotteria, qualche spicciolo lasciato cadere distrattamente nel cappello del mendicante seduto sul marmo freddo. La domenica della buona gente è sempre uguale a se stessa. I giornali sottobraccio percorrono l'andata e il ritorno della promenade cittadina, costeggiata da centri commerciali serrati sui cui muri rimbalzano le note, suonate da un complesso che si esibisce per il sessantesimo anniversario della regione, e la luce del pallido sole di mezzogiorno.
Seduto su una panchina di legno, mi convinco che il tempo si lasci ingannare dai miei tentativi di mantenermi impegnato, e leggo di finanziarie da approvare, di scaloni da abbattere, di ferie da scaglionare, di missioni in terre lontane. Di tanto in tanto, alzo lo sguardo e mi vedo riflesso nelle ante della vetrina di fronte. La mia figura, le gambe accavallate, si incastra a perfezione tra un manichino che indossa un gessato ed un altro vestito a tinta unita. In quest'uomo seduto a leggere un quotidiano italiano, vi scorgo il surrogato della persona che fu qualche mese fa.
Difficile persuadersi del fatto che ogni giorno sia divenuto identico al precedente, e rassegnarsi alla certezza che sarà uguale a quello che verrà. Impossibile non pensare ai versi di una canzone di Luigi Tenco:

Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.

Richiuso il giornale sulle pagine che riportano un pezzo dedicato a Pier Paolo Pasolini, mi incammino verso la stazione centrale della ferrovia . Incrocio un gruppo di punkabbestia, dal quale si distacca una ragazza. E' bionda con la cresta rossa ed indossa una felpa di un gruppo metal. Venendomi incontro mi chiede qualche spicciolo. La guardo. Al collo porta un ciondolo con il segno di divieto tracciato sulla svastica. Affondo la mano sinistra nella tasca dei miei pantaloni, e ne estraggo una montagna di monete, che riverso nelle sue mani. Mi saluta. Se ne va. Proseguo, e canto a bassa voce

Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.
E gli occhi intorno cercano
quell'avvenire che avevano sognato
ma i sogni sono ancora sogni
e l'avvenire e' ormai quasi passato.

Mi fermo per lasciare passare il tram numero dieci diretto ad Ahlem, la città del pifferaio magico.
Qualcosa di istintivo mi porta a toccare laddove ci sono la tasche superiori della mia giacca di jeans blu chiaro. Frugandovi, vi trovo un sacchetto viola tenuto chiuso da una cordicella bianca. Al suo interno, un Buddha in un prisma di vetro. Una cara persona me ne fece dono tornando dal Giappone. Molti, troppi ricordi che mi sforzo di mettere a fuoco. Tutto, però, sembra contrarsi in un punto lontano. Tutto, però, sembra perdere di consistenza. Oramai, come diceva il cantante

La nave ha già lasciato il porto
e dalla riva sembra un punto lontano
qualcuno anche questa sera
torna deluso a casa piano piano.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
e la speranza ormai e' un'abitudine.

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