venerdì 2 febbraio 2007

Laici non laici

Pier Paolo Pasolini, in uno dei suoi "Scritti Corsari", ebbe a riflettere sulla trasformazione in senso laico cui la societa' si stava avviando. Il laicismo di cui "Pa'" parlava era inteso come un inesorabile svincolarsi dai lacci della fede e dalle maglie della ideologia. Il poeta di Casarsa tendeva ad evidenziare come a valle di un affrancamento ingannatore si sarebbe configurato l'assoggettamento dell'agire sociale e di quello politico a logiche personalistiche, familistiche, e di lobby. L'interesse privato sopra tutto. Il denaro come movente delle azioni umane.
Il mutamento preconizzato da Pasolini, si e' realizzato in maniera drammatica durante quel periodo storico che va sotto il nome di riflusso, e compiuto definitivamente all'indomani della fine delle ideologie.
Viviamo strani giorni, cantava il maestro Battiato. L'odierno laicismo, nella accezione pasoliniana del termine, e tutto quello che ne consegue, conduce i componenti la classe politica ad intraprendere azioni e promuovere manovre che si rivelano ispirate dalla mera quadra del bilancio, e dall'urgenza di adempiere ai compiti affidati loro dai gruppi di potere o dalle famiglie che li esprimono. D'altro canto, un siffatto atteggiamento laico, impedisce la costituzione e la costruzione di una classe dirigente che si possa definire formata da veri public servants, che abbiano come unico fine quello della gestione della cosa pubblica nell'esclusivo rispetto del corpo elettorale che li colloca sugli scranni del potere.

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