giovedì 26 aprile 2007

Bush mette il veto al parlamento

“Rispettare il parere dei comandanti militari ed assicurare la sicurezza degli americani”. Un brutto rospo da ingoiare per i militari impegnati nel contingente militare in Iraq le parole del portavoce della casa Bianca, Dana Petrino, che arrivano per annunciare il veto che il Presidente degli Stati Uniti porrà sul disegno di legge in favore del ritiro delle truppe dall’Iraq entro il marzo del 2008 (qui). Un incubo che sembra non finire mai per i soldati americani, dopo una due giorni di sangue in tutto il paese. Parole che ormai non sembrano avere più effetto nella lettura di una cronaca quotidiana di un paese in guerra, che continua a proporre ogni giorno notizie di attentati e stragi, unica vera costante del conflitto iraqueno nel quale le azioni militari del contingente americano sono ormai diventate azioni di difesa del territorio. Tra ieri ed oggi si sono consumati nuovi attentati nel nord del paese.



Oggi a Khalis (qui), nella provincia del Diyala, a nord ovest di Bagdad, un kamikaze si è lanciato con la sua autobomba contro un posto di blocco facendo strage di 9 soldati iraqueni, causando anche 15 feriti civili. Già ieri le vittime degli attacchi kamikaze erano salite a 18 nella settimana, dopo l’esplosione di un kamikaze in un commissariato a Balad Ruz, precedete da un primo attentato di lunedì nel quale nove erano i soldati americani rimasti uccisi tra le macerie del loro avamposto di al-Sadah, alle porte del capoluogo provinciale Baquba, raso al suolo da due camion carichi di esplosivo. È ormai quella di Diyala la provincia più colpita dalla guerra e che strappa il tragico primato a quella occidentale di al-Anbar. Ma ancora oggi a Zumal (QUI), vicino alla città di Mosul, sempre nord dell’Iraq, invece, un triplice attentato alla sede del partito democratico del Kurdistan, il cui presidente curdo, Mossud Balzani era entrato nelle mira dei guerriglieri nella zona già da tempo. Sembrai ormai chiaro che il centro del conflitto sia proprio nella zona a nord di Bagdad (qui), laddove si sono concentrati gli odi settari della popolazione mista sciita e sannita, altro leitmotiv del conflitto in Iraq. Un incrocio di interessi di guerra che sfugge al controllo non solo degli organi d’informazione, ma anche agli stessi militari impegnati nel nuovo diktat del governo iraqueno: “Imporre la legge”, partita il 14 febbraio scorso. Una legge che artificiosamente si è voluta creare in un paese da anni tenuto sotto la dittatura di Saddam Hussein che da un lato, di fatto, impediva l’esplosione dei conflitti settari tra sunniti e sciiti; e dall’altro, tutelava gli interessi occidentali in Medio Oriente. Interessi che oggi gli Stati Uniti stanno tentando di tutelare in prima persona e che indubbiamente vanno molto al di là delle questioni di “sicurezza degli americani”. Altrimenti non si spiegherebbe la ferma e dura presa di posizione del presidente George Bush, nell’affermare il suo diritto di veto alle volontà della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che con 218 voti favorevoli e 208 contrari ha approvato a maggioranza un disegno di legge che stanzia 124,4 miliardi di dollari per il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq e dall’Afghanistan (QUI).

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