lunedì 28 maggio 2007

Commissione rifiuti: "Per la malavita meglio i rifiuti della droga"

Qui di seguito riporto un articolo tratto dal Sole24Ore del 16 maggio, intitolato: "La spazzatura hi-tech in viaggio verso la Cina" e nel quale spiccano due dati allarmanti: il primo le dichiarazioni di Camillo Piazza, vicepresidente commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti che ha affermato che "alla mafia oggi conviene più investire nel traffico dei rifiuti piuttosto che in quello degli stupefacenti"; il secondo dato è che ogni anno finiscono in Cina 150 milioni di televisori, lavatrici, e frigoriferi: circa il 70% della produzione dei paesi occidentali. Ovvio che tale dato è un paradigma adeguato per valutare la mancanza di regole nello sviluppo capitalistico della Cina e che i danni sull'ecosistema ambientale rimarranno incalcolabili nel tempo.


"Un investigatore racconta: "Dopo questa indagine non mi fido più neanche a consumare l'acqua minerale". Da Roma, ma anche da Frosinone, da Pescara, da Milano e da Catania stipati dentro container, destinazione Cina. Rifiuti, ma di un genere particolare: rifiuti industriali e tecnologici. Un'inchiesta coordinata da Italo Ormanni e Adriano Iasillo, della direzione distrettuale antimafia di Roma, ne ha di recente scoperto un mega traffico: con la complicità e la copertura di alcuni italiani, reponsabili di ditte di spedizione, venivano stoccati in capannoni (una decina quelli scoperti nel Lazio tra la zona Prenestina e Guidonia), poi ammassati in container e quindi trasferiti in Cina, dove si sospetta venissero trasformati in materie prime, come bachelite e policarbonati. In questo modo riprendevano la rotta dell'Italia per essere rivenduti ad alcune fabbriche. Solo con questa operazione sono state sequestrate due tonnellate di rifiuti. Solo una goccia, dato che, in Italia si sono perse le tracce di 18,8 milioni di tonnellate di rifiuti industriali, secondo Legambiente, di circa 23 milioni ince per la commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Una montagna con una base di tre ettari e una altezza di 1880 metri, fatta di scarti di lavorazione, ma anche di vecchie carcasse di lavatrici e frigoriferi, e sempre più spesso computer e cellulari.

La chiamano spazzatura hi-tech e si calcola che in Europa ce ne siano almeno 11 milioni di tonnellate da smaltire. Un business illegale destinato ad aumentare: "Se si pensa - spiega il rapporto Ecomafia 2007 - che nel 2004 sono stati ritenuti obsoleti 315 milioni di computer e che si stanno trasformando in apparecchiature elettroniche molti oggetti di uso quotidiano. Inevitabili le mire della criminalità organizzata: "Finalmente - ha spiegato il vicepresidente della commissione sul ciclo dei rifiuti Camillo Piazza - il Parlamento e la commissione d'inchiesta hano presentato un disegno di legge che spero passerà entro luglio, che classifica i reati contro l'ambiente come reati penali". Per Piazza, alla mafia oggi conviene molto più investire nel traffico dei rifiuti piuttosto che quello degli stupefacenti. "E' un investimento che rende fino al 3 mila per cento a fronte di un costo medio per lo smaltimento di 70 euro per ogni tonnellata di firiuti pericolosi". Questo vuol dire che finché non costruiranno impianti per smaltire correttamente i 103 milioni di tonnellate di rifiuti speciali e industriali prodotti dal nostro Paese "mafia, n'drangheta e camorra continueranno a fare affari d'oro".

(...)

Nella Silicon Valley il traffico illegale di rifiuti tecnologici è un affare dalla convenienza a più zeri: dalle componenti elettroniche vengono veongono estratti metalli preziosi come platico argento e oro. Poco importa se questo viene fatto da operai a mani nude, usando acidi, senza maschere, precauzioni o partiolcari competenza, In America riciclare un computer costa circa 20 dollari, i trafficanti indiani sono invece disposti a pagarne fino a 15 per portarli nel loro Paese.

Salvador, 26 anni contro


"Più di mille e cinquecento persone erano venute al suo funerale. Il paese dopo la sua morte si stava finalmente scuotendo. Forse Salvador aveva ottenuto quello che voleva: smuovere la coscienza di questo paese maledetto".




Correva l'anno 1973 ed in pieno fermento terroristico si consuma la storia di Salvador Puig Antich un esponente del Movimiento Iberico de Liberation, l'ala più estrema della sinistra armata nella Spagna del regime franchista. Salvador è raccontato come un ragazzo normale che fa la cosa più normale che può fare un giovane idealista in un regime fascista che si affacciava alla metà degli anni '70: faceva il rivoluzionario. La storia girata da Manuel Huelga vive due momenti antitetici tra il primo ed il secondo tempo. Il primo, l'esaltazione un po' superficiale del processo di creazione di un eroe moderno (il rivoluzionario armato) ci si accorge che ben presto lascerà spazio al secondo, all'uomo, il martire che vive la sofferenza umana dell'ingiustizia di regime che lo condanna a morte con una pena esemplare. Salvador è innocente (anche se la sua innocenza è sempre celata e mai indagata nella dinamica filmica); ma la sua innocenza non è importante, perché, come dice lui stesso al cospetto del suo avvocato: "Ho deciso di essere colpevole quando sono entrato nella lotta armata". Una seconda parte da vivere passo passo con il protagonista, dal supplizio dell'attesa, alla speranza di una grazia, alla rassegnazione dell'inevitabile sentenza punitiva non di un crimine, ma di una stagione politica che cominciava a diventare esplosiva per il regime franchista e che avrebbe minacciato fino alla sua disfatta di lì a pochi anni, nel 1975. Con uno stile moderno e con l'uso sapiente dell'8mm, Huelga ripercorre non solo un pezzo importante della storia spagnola, che si fonde inevitabilmente con quella europea, ma ripropone (come è chiaro riferimento delle immagini del crollo delle Twin Tower a New York o i comunicati di Bin Laden) con sottile intelligenza un dibattito sul terrorismo moderno, come per invitare lo spettatore a riflettere sulla irrimediabile attualità di talune problematiche politiche.



Nota. Documentazione e foto sul sito web del film.

La disfatta di Serre

Questo di segiuto è un articolo tratto da Il solo 24 ore di mercoledì 16 maggio, dove si documentano i danni economici, oltre che ambientali, che l'emergenza rifiuti in Campania sta facendo alla piccola comunità del salernitano, ed indirettamente, a tutta la provincia a sud di Salerno.


"Due chilometri di tornanti più giù del Municipio, il sindaco di Serre, Palmiro Cornetta, anche ieri era alla guida dei ribelli che si oppongono alla discarica che accoglierà - in un'area paesaggisticamente protetta - centinaia di miglia di rifiuti di Napoli. Sopra, nel Municipio il sindaco ha lasciato l'avvocato Raffele Falce a spiegare le ragioni di una scontitta che non è solo ambientale ma anche economica.

Fogli, carte e mappe alle sette di sera sono ancora lì, nella sala consiliare. Alcune ore prima erano state fatte visionare al Commissario per l'emergenza dei rifiuti in Campania, Guido Bertolaso, e ai tecnici del mistero dell'Ambiente. In quelle carte bollate e in quei contratti rescissi per colpa della discarica, ci sono le tracce dei danni per le casse comunali.

Il consorzio Persano Royal Golf ha appena annunciato la risoluzione delle convenzioni per l'investimento di 50 milioni (20 del Consorzio) per un green naturale da 36 buche a 500 metri dalla discarica. Peggio: ha chiesto al Comune e alla Regione di rifondere il costo di quanto afinora speso (circa sei milioni), oltre a decidere unilateralmente di non versare i 240 mila euro di concessione 2007. Ma non è l'unico affare andato in fumo. Una catena alberghiera spagnola ha rinunciato - dopo aver preso visione nei mesi scorsi della splendida area naturalistica e ricevuta garanzia di una variante urbanistica - a costruire un complesso del valore di oltre 20 milioni.

Finito qui? No. Nell'area di insediamento produttivo (Pip) a 200 metri dalla discarica di Valle della Masseria, il Comune aveva già venduto 20 lotti a 15 imprenditori che avrebbero instalato caseifici, depositi alimentari e panifici. La metàha annunciato la recissione dei contratti.

Ma nelle carte, fogli e mappe sparse sul tavolo al secondo piano del Comune, ci sono anche i segni delle battaglie legali in corso, senza esclusioni di colpi. La madre di tutte le carte bollate è quella che ha visto uscire vincitore il Comune di Serre il 28 aprile dal Tribunale civile di Salerno,. Il giudice Antonio Valitutti, nella sentenza esecutiva depositata due giorni dopo, ordinava al Commissario Bertolaso di "astenersi dall'installare e dal porre in esercizio la discarica a Valle della Masseria". Alcuni giorni dopo, l'11 maggio, arriva il decreto legge del Governo con il quale nonsolo si attivano i siti, ma il loro uso è autorizzato in deroga alle "norme ambientali, paesaggistiche, di difesa del suolo e igienico sanitarie". Insomma, un potere assoluto al Commissario Bertolaso sui siti "che sono sottratti all'adozione di misure cautelari reali fino alla cessazione dello stato di emergenza". Ieri il terzo, nuovo colpo di scena: il Comune ha presentato un esposto penale alla Procura di Salerno con il quale solleva un conflitto di attribuzione di poteri di fronte alla Corte costituzionale e alla Corte di giustizia europea. Il decreto legge, infatti - controfirmato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - non può essere sovraordinato a una sentenza esceutiva di un Tribunale civile che inibisce immediamente l'uso della discarica.

La sensazione è, comunque, che la storia non finisca qui. Sul tavolo ci sono anche i pesanti dettagli delle denunce del Comune, indirizzate al sostituto procuratore della Repubblica di Salerno, Angelo Frattini. A pagina 7 si legge che il 27 marzo 2006 - quando si intuiva che la scelta sarebbe caduta su Valle della Masseria - la società Rdb di Pontenure (Piacenza) ha venduto per 7,8 milioni alla Terrecotte srl di Lucera (Foggia) con capitale iniziale di 10 mila euro, costituita dalla Fantini-Scianatico di cui è socio unico, la proprietà del complesso di cui fa parte la cava d'argilla da adibire a discarica. "Il gruppo Fantini - scrive il sindaco - è stato già segnalato anni fa alla Commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti pericolosi attraverso la miscelazione con l'argilla per produrre laterizi". La discarica - tra le altre ragioni - è stata scelta proprio perché è argillosa. Nella stessa pagina, però, si legge che il 7 marzo 2007 la Regione con il decreto 323 ha autorizzato l'ampliamento del comparto estrattivo in quell'area a rischio frane, quando l'area stessa in tutto o in parte era già stata individuata come discarica. E infine quel sito - come risulta dalle visure regionali - è ancora una cava attiva. Per Utilizzarla come discarica - chiosa l'avvocato Falce - bisogna prima dismetterla.

E il costo dell'esproprio è altissimo, così come il guadagno per chi la cede."


Il notevole contenuto dell'articolo che spiega bene quali sono i danni collaterali della decisione, al di fuori della legalità da parte delle più alte cariche dello Stato, si arricchisce ulteriormente di contenuti sulla questione terreni, sulla quale spesso si consumano i principali atti di illegalità della questione delle discariche. L'emergere dei particolari su chi vende e chi guadagna in quest'affare è indicativa sia di come sono portate avanti le scelte del Commissariato di governo che di quali siano i piccoli interessi di piccoli speculatori immobiliari che si inseriscono con naturalezza e nell'indifferenza assoluta della magistratura in questi sporchi affari.

domenica 27 maggio 2007

Le ceneri di De Luca

All´indomani dei fatti di Serre- provincia di Salerno- dove i cittadini hanno protestato contro la possibilita´ di realizzare una discarica nel cuore dell´ oasi WWF della frazione Persano, si sta discutendo della riapertura della discarica di Parapoti di Montecorvino Pugliano (Salerno).

http://www.repubblica.it/2007/05/sezioni/cronaca/serre-discarica/parapoti-sit-in/parapoti-sit-in.html

Nella giornata di ieri, sul sito www.salernonotizie.it , e´ stata riportata la notizia dal titolo:
Salerno avra´ il termovalorizzatore

Guido Bertolaso ha deciso. Il sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, avrà poteri straordinari per realizzare un impianto per il trattamento finale dei rifiuti nella città capoluogo. L’intesa tra il primo cittadino ed il commissario straordinario è stata formalizzata venerdì pomeriggio, durante un vertice in Prefettura.

In questo modo Bertolaso dà un implicito via libera ed un impulso decisivo al termovalorizzatore proposto già il 15 dicembre scorso dal sindaco De Luca, che nel frattempo ha chiesto uno studio dettagliato all’Università sulla tecnologia migliore possibile per un impianto che avrà un impatto ambientale limitato, pari a quello di un normale insediamento industriale. Oltre al conferimento dei poteri di subcommissario a De Luca, Bertolaso ha dato altre indicazioni sulla macchina organizzativa.

Alla Provincia spetterà la realizzazione degli impianti di compostaggio a Eboli, Pagani e Salerno, che ospiterà, come detto, anche il termovalorizzatore. Il Sub Commissario Angelo Villani avrà i poteri necessari alla progettazione della discarica in località Macchia Soprana, a Serre, individuata dai comitati locali in alternativa a Valle della Masseria. Al Consorzio di Bacini Sa/2 il compito di gestire la bonifica di Parapoti e Macchia Soprana.

Interessanti, a mio parere, i commenti scritti da due utenti del sito di cui sopra.

1) Marco Cattini -docente alla Bocconi- da sempre contro i termoinquinatori. Partendo da una riflessione intellettuale, il professore della Bocconi ha sviluppato una sensibilità ambientale che lo ha portato in prima linea nella battaglia per fermare il raddoppio dell’inceneritore a Modena. Cattini ha sviluppato una forma di ambientalismo che, negli ultimi anni, lo ha sempre più coinvolto, fino a farne il portavoce di “Modena salute e ambiente”, un comitato che si oppone al raddoppio dell’inceneritore del capoluogo emiliano, dove vive. “Li chiamano termovalorizzatori”, sostiene, “ma sarebbe più corretto dire termoinquinatori. Vengono accettati perché si cade in due trappole percettive. La prima è quella dell’invisibilità dell’inquinamento. I fumi emessi da questi impianti a più di 100 gradi di temperatura vengonosparati nell’atmosfera a 1.500-2.000 metri d’altezza. Le sostanze inquinanti, comprese polveri così sottili da non essere trattenute né dai filtri degli impianti, né dai filtri naturali che proteggono i nostri polmoni, ricadono ad ombrello entro un’area del raggio di molti chilometri. Paradossalmente, chi vive nei pressi degli impianti è come nell’occhio del ciclone e la sua salute corre meno rischi di chi abita o lavora entro una vastissima area circostante”. La seconda trappola è più sottile. “Si pensa che, con un inceneritore che crea energia bruciando rifiuti, si possa trarre ricchezza da sostanze che altrimenti andrebbero occultate nelle discariche. E invece il vantaggio è apparente, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico”, sostiene ancora Cattini. “Dal punto di vista ambientale dopo l’incenerimento rimane da smaltire un volume di ceneri iperinquinanti che, trattate per solidificarle, rappresenta comunque il 30% dei rifiuti bruciati, mentre gli impianti utilizzano e surriscaldano grandi quantità di acqua, che viene poi reimmessa nelle falde. Dal punto di vista economico, la produzione di energia dai rifiuti è conveniente solo in ragione delle sovvenzioni pubbliche. Senza di esse sarebbe più costosa di quella tradizionale”. Dal semplice compattamento meccanico all’utilizzo di microrganismi che degradano i rifiuti umidi, le soluzioni alternative non mancano, come dimostrano esempi virtuosi in giro per il mondo. E tutti partono da una capillare raccolta differenziata, che può sottrarre allo smaltimento anche l’80% del materiale di scarto, come accade in Svezia. “Nel sistema californiano”, dice il professore di storia, “i cittadini riescono addirittura a farsi pagare dalle imprese di riciclaggio per quanto riescono a differenziare. E si badi che Stati Uniti e Giappone, in passato le nazioni più entusiaste degli inceneritori, non ne costruiscono più da anni e stanno demolendo i più vecchi”. “Misuriamo le pm10, ma difficilmente le polveri più sottili come quelle degli inceneritori”, spiega, “non perché non siano nocive, anzi lo sono di più perché ci entrano direttamente nel sangue e nelle cellule, ma perché non sappiamo come farlo. E anche per le pm10 non siamo abbastanza determinati. L’Unione europea consente 35 giornate l’anno di superamento dei limiti (e di recente il parlamento europeo le ha portate sciaguratamente a 55!); ebbene, secondo i dati ufficiali di Arpa per l’anno 2004 a Milano si è oscillato fra 98 e 172 superamenti della media giornaliera ammessa come limite. Una recente indagine condotta su 13 città italiane con oltre 200 mila abitanti ha verificato che una morte su dieci degli ultra trentenni si deve agli effetti deleteri delle polveri sottili. Mentre tra gli scienziati cresce la consapevolezza della loro pericolosità, gli amministratori italiani se la cavano pagando le multe previste per gli sfondamenti”.


2) In Giappone, come già detto, i limiti di rilascio di diossina nell’ambiente sono severissimi. In Belgio un esperimento scientifico ha dimostrato che lo sviluppo puberale di adolescenti di sesso maschile residenti in un quartiere vicino a due inceneritori è risultato statisticamente più lento (rispetto al gruppo di controllo) e analogamente è stato osservato un ritardato sviluppo del seno nelle ragazze adoloscenti del quartiere vicino agli inceneritori. Negli Stati Uniti, paese precursore degli inceneritori, già nel 1993 il “Wall Street Journal” avvertiva che l’uso degli inceneritori, per smaltire i rifiuti urbani, era una vero disastro economico per le amministrazioni pubbliche e per i contribuenti. In Svezia la costruzione degli inceneritori è stata abbandonata a favore della raccolta differenziata dei rifiuti. 62 PAESI DEL MONDO (21 dell’Europa, 18 dell’Asia e Pacifico, 12 dell’Africa, 8 dell’America Latina e 3 del Nord America) hanno aderito all’Alleanza Globale Contro gli Inceneritori (GAIA). La Direttiva 2000/76/CE dell’Unione Europea afferma testualmente: “Misure più restrittive dovrebbero ora essere adottate per la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e le direttive attuali (89/369/CEE) dovrebbero pertanto essere abrogate”.

giovedì 24 maggio 2007

Studia che ti passa

"Ho sentito che non volete imparare niente. Deduco: siete milionari. Il vostro futuro è assicurato. Esso è davanti a voi in piena luce. I vostri genitori fanno sì che i vostri piedi non urtino nussuna pietra. Allora non devi imparare niente. Così come sei puoi rimanere e se nonostante ciò ci sono delle difficoltà dato che i tempi, come ho sentito, sono insicuri hai i tuoi capi che ti dicono esattamente ciò che devi fare affinché tu stia bene. Essi hanno letto i libri di quelli che sanno la verità che hanno validità in tutti i tempi e le ricette che aiutano sempre. Dato che ci sono così tanti che pensano per te non devi muovere un dito. Però se non fosse così allora dovresti studiare."



venerdì 11 maggio 2007

Questioni interessanti

L´ottimo Antonio Di Lisi ci segnala i sguenti link

http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1982599&r=PI

http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1982606&r=PI

http://www.wimaxlibero.org/

77, le gambe delle donne















Nel corso degli ultimi mesi, molte pubblicazioni cartacee ed elettroniche sono state dedicate al 1977.

Un caro amico mi ha fatto dono del numero bimestrale di Diario, interamente dedicato all´anno della rivoluzione che viene. Sulla prima di copertina campeggia l´incipit de L´Avvelenata di Francesco Guccini: se io avessi previsto tutto questo.

Nell´immaginario collettivo, il 1977 e´ l´anno cardine della saga del piombo e delle sprangate che i ragazzi rossi e neri si scambiavano tra le strade, nelle manifestazioni di piazza, davanti alle sezioni di partito. Questo e´ indubbiamente vero. Negarlo o confutarlo offenderebbe il ricordo dei giovani che caddero da una parte e dall´altra.
Tuttavia, si farebbe torto alla Storia e a chi la scrisse in quei giorni, se non si tenesse a mente che quello fu pure l´anno in cui un movimento di opinioni, di idee, e di azioni vide la luce. Tale movimento -che al contrario di quello sessantottino, fu tipicamente italiano- si poneva in contrapposizione netta all´appiattimento ideologico ed esistenziale che veniva propinato dai vertici di partito. Erano gli anni in cui i due piu´ grandi-nel senso del numero di voti che essi catalizzavano- ed importanti partiti di massa italiani, la DC ed Il PCI, convergevano parallelamente, per dirla con Aldo Moro. Stava per nascere il compromesso storico, che preludeva ad una svolta in senso autoritario in seno allo Stato democratico. Sul finire del settembre (23, 24, e 25) di quell´anno, a Bologna, capitale ideale del "settantasette", si svolsero incontri e dibattiti incentrati sulla questione della repressione.

I giovani del settantasette colorano il catrame ed il cemento delle citta´ con i volti dipinti degli Indiani Metropolitani. Gli studenti universitari interrompono grigie lezioni accademiche improvvisando spettacoli dadaisti. Il movimento femminista ricopre un ruolo assai importante all´interno della sinistra rivoluzionaria, lanciando un forte e critico j´accuse contro certo vetero maschilismo di una ampia fetta di "compagni".

Molti intellettuali, come Leonardo Sciascia, rispondono picche agli inviti che vengono dal Partito Comunista Italiano a difendere le scelte di solidarieta´ nazionale. Il movimento del 77 riceve l´appoggio di uomini di spicco della cultura francese (Jean-Paul Sartre, Felix Guattari).
Si percepisce tra le fila del movimento una critica ai vecchi stilemi ideologici che tendevano ad appiattire le individualita´ dei singoli su posizioni collettiviste. E´ il tempo in cui il personale e´ politico. Il tutto lo si puo´ leggere in termini di una critica a delle forze politiche specifiche, come il PCI o la CGIL (si ricordi la cacciata di Luciano Lama da "La Sapienza") che si sono rivelate falsamente progressiste, agevolando in Italia la nascita dei ghetti di catrame e di cemento ed il rabbuiarsi delle aule universitarie.
Molte di quelle voci di amore e di dissenso sono giunte sino ai giorni nostri: i fumetti di Andrea Pazienza, i romanzi di Enrico Palandri e di Pier Vittorio Tondelli, le fotografie di Tano D´Amico.
Qualcosa, nelle segrete stanze del potere, pareva cominciare ad incrinarsi. E laddove non si riesce o non si vuole rispondere ad una richiesta e ad un anelito di cambiamento provenienti dal basso, si interviene per mano della chimica, della tecnica, dei sequestri eccellenti. Eroina, televisione (nel 1976 in Italia e´ adottato ufficialmente lo standard PAL per le trasmissioni a colore), un cadavere fatto ritrovare nel bagagliaio di una R4 rossa, stordiranno tutto e tutti, e consentiranno ad uno Stato di manternersi continuo e fedele a se´ stesso. E´ l´inizio dell´era del riflusso, del disimpegno e dell´edonismo che dominera´ tutti gli anni ottanta.

Ah, se io avessi previsto tutto questo...






giovedì 10 maggio 2007

Un borghese piccolo piccolo


Qualche sera fa ho (ri)visto Un borghese piccolo piccolo, pellicola del 1977 diretta da Mario Monicelli. L´attore protagonista e´ Alberto Sordi, nei panni di Giovanni Vivaldi, impiegato dello Stato. Il Vivaldi da´ fondo a tutte le sue risorse per raccomandare suo figlio Mario in vista di un mega concorso per entrare al ministero dove egli stesso lavora. Giovanni, iscrivendosi ad una loggia massonica di periferia, riesce nel suo intento.
E´ mattina. Mario , insieme a suo padre, sta recandosi a sostenere l´esame scritto; un colpo esploso nel mucchio da uno dei componenti di una banda di rapinatori lo colpisce: il giovane muore. Sordi-Vivaldi decide di farsi giustizia da se´; cosi´, pedina l´assassino di suo figlio, lo rapisce, e lo rinchiude nella sua casa di campagna, dove lo vedra´ morire a causa delle ferite infertegli al momento del sequestro.

Vincenzo Cerami
, autore del romanzo da cui il film e´ tratto, osserva che il comportamento di Giovanni Vivaldi rappresenta la manifestazione di una ben precisa forma di violenza: la violenza culturale. Una tale forma di violenza e´, in principio, connaturata ad una varieta´ piu´ o meno ampia di individui. In particolare a quelle classi sociali cui la storia permette solo ed esclusivamente di riempire il vuoto morale ed esistenziale con formule rituali, abitudinarie; formule queste, che fino ad un certo momento storico sono state scritte mediante le lettere ed i numeri dell´universo familiare, religioso, ideologico. Umano.

Laddove, per ragioni contingenti non dipendenti da ciascun individuo, tale involucro di riti venisse ad essere scalfito fino ad essere spaccato, quel vuoto a cui pocanzi ci si riferiva emerge. Non piu´ punti di riferimento, ma una presa involontaria di coscienza della propria condizione. Dunque, la labilita´ del confine, tra violenza culturale e brutalita´ nelle azioni quotidiane, e la disarmante facilita´ nel colmare la misura.

Per il borghese piccolo piccolo di Cerami e Monicelli, la traduzione della violenza culturale in violenza tout court si legge in termini dell´aggressione nei confronti di chi ha sparato al figlio. In generale, pure il ribellarsi contro il potere e le sue manifestazioni, potrebbe rappresentare un modo di "vendicarsi" del vuoto a cui ci si rende conto di essere stati consegnati e relegati. Occorre colmare il vuoto. Occorre non sentire. E in quale modo, se non attraverso surrogati di quei riti che non esistono piu´?
L´eroina, la televisione, gli spalti degli stadi, la tecnologia di massa. In una parola, l´omologazione, per dirla con Pier Paolo Pasolini.

mercoledì 9 maggio 2007

Si salvi chi può!

Stamattina ci sono andato vicino: stavo per fare un danno e comprarmi la Playstation 2, accattivato dal prezzo ormai irrisorio (120 €) per uno che come me è cresciuto mangiando televisione, calcio e videogame ed essendo questa (vedi foto) la fusione perfetta di tutti e tre questi elementi. La Playstation non è solo un oggetto di culto ormai da anni per grandi e piccini (soprattutto per grandi!) ma bensì rappresenta una sintesi perfetta dei desideri del maschio italiano (non diciamo globale, perché suonerebbe retorico). Anche io ho ceduto quasi dieci anni fa ed ho acquistato insieme ad un mio amico di cui evito di fare il nome, la playstation (la prima), abbagliato dalla luce di novità che emanava all'epoca in cui i videogame erano poco più che una simulazione virtuale. Ora quei giochi mi sembrano ridicoli forse peggio dei videogame anni '80! Potenza del progresso!
"No, questa volta no!" mi sono detto e non ce l'ho fatta riuscendo a non cadere nella trappola reale dell'industria dei videogame.
Ma non mi ritengo certo furbo o più intelligente di chi la Playstation non solo l'ha acquistata, ma che ne ha fatto oggetto uso e consumo quotidiano e passa ore non solo a giocare (per il qual verbo bisognerebbe coniare un termine nuovo, come un verbo che sintetizzi "essere" con l'aggettivo "duplice"...replicare potrebbe andare) ma a parlarne con gli amici o sui forum; comprare il nuovo videogame (tarocco è meglio) o installare l'ultimo crack. Non mi ritengo fuori da tutto ciò perché tutto questo è dentro di me e di tutti coloro che hanno vissuto in questo mondo virtuale dei computer e della realtà simulata. Oggi i videogame hanno superato persino un concetto ludico, di perdita di senso che potevano avere fino a qualche anno fa quando si fermavano a puro intrattenimento. Il riconoscersi in Spider Man, o nell'ultimo Final Fantasy; il confrontarsi in serratissime partite a Winning Eleven o Tennis Tour o Toka Race, sono stimoli a vivere la realtà virtuale con criteri assoluti (e per certe comunità di ragazzini esclusivi) dell'interesse culturale di massa.
L'interesse ludico ha prima sostituito gradualmente e poi cancellato d'un sol colpo la cultura di massa diffusamente intesa ancora oggi nella società come quella meritevole di dignità. La maggior parte di noi è attratta da questa cultura del multimedia che oggi comprende tutti gli oggetti tecnologici dei quali ci circondiamo: telefonini, videocamere e fotocamere, computer, consolle di giochi, e quant'altro. E allora tutto ciò che è legato ad essi diventa numeri esorbitanti attorno ai quali stanno proliferando la stragrande maggioranza dei nostri consumi che dovrebbero nutrire il nostro cervello. L'industria culturale è lì che sta spopolando: multimedia e realtà virtuale. Quindi, non nascondiamoci più! Dobbiamo avere il fegato di far venire fuori questa realtà: siamo drogati di tecnologia ed in particolare di quella che ci rende disimpegnati. Non siamo altro che una grande massa di persone intente ogni giorno a vivere una vita che non c'è, ma che "appare" premento un tasto e mettendo in funzione un transistor. A volte è la stessa mente che non riesce a reagire se di mezzo non c'è un'interfaccia elettronica a sollecitarci.
In tutto questo non so se vantarmi del fatto di non avere ancora la Playstation oppure se rammaricarmi per non avere letto ancora tanti e troppi libri che volevo leggere. Forse non si può pretendere troppo da sè stessi. Ed allora consoliamoci: "Si salvi chi può!"

sabato 5 maggio 2007

Che cosa sta succedendo?




Due fatti duri, allarmanti, inaccettabili balzano ai disonori della cronaca di un’Italia che non c’è più ma che ci ostiniamo a vedere. I casi in questione sono due. Il primo, a Roma la morte della giovane Vanessa Russo, 23 anni, ragazza di borgata Fidene, andata in centro e lì, in piena stazione Termini, infilzata dalla punta di un ombrello da una ragazza romena, spalleggiata da un’amica, accusata di omicidio colposo e che ha confessato di “non essersi resa conto di quello che faceva” dopo essersela battuta a gambe fino nelle Marche per sfuggire alla cattura della polizia. Il secondo caso a San Paolo Belsito, Nola, provincia di Napoli. Un fatto assurdo, che fa ancora più rabbia e ribrezzo è quello della morte della piccola Karolina, 5 anni, uccisa da un colpo di pistola alla testa, sparato da un uomo incensurato che è piombato in casa sua per sparare al padre col quale aveva avuto una lite in un bar.
Che cosa sta succedendo all’Italia della famiglia, della Chiesa, della pace sociale; ma soprattutto, l’Italia della solidarietà, della giustizia sociale, dell’integrità morale. Un’Italia forse mai esistita, ma che qualcuno ci ha raccontato un giorno essere tale e così gli abbiamo creduto e dicemmo tutti in coro: “Italiani, brava gente”. Siamo alla stregua, alla stregua: siamo al conflitto sociale. L’era dello spazio pubblico (o aperto), della solidarietà tra poveri, di una massa coerente… è finita. Non è più così! Nel nostro paese gli spazi si stanno stringendo; i denari finiscono (e se ne vorrebbero sempre di più); gli inganni aumentano.
È forse così da anni. Tanti, troppi comunicatori truffaldini tentano di tenere in vita questa immagine falsa, deviante, che diffonde il virus della menzogna in tutti noi.
Questa è l’Italia che non si vuole far emergere, della quale si racconta troppo poco e fin troppo male; ma soprattutto, quell’Italia della quale nessuno si occupa più se non per segnalare fatti di cronaca mostruosi. È l’Italia proletaria, non quella operaia ed impiegatizia, quella ormai borghese (tanto per usare una brutta parola) e benestante ma quella dei lavoratori a progetto, a contratto giornaliero, dei CoCoCo, CoCoPro, CoCo…bo’! Ma soprattutto quello dei lavoratori in nero; quella degli immigrati che si mischiano nei sobborghi delle città o ai margini delle metropoli e che entrano spesso in conflitto con chi, come loro e pur essendo italiani, sono fuori dai grandi numeri, fuori dalle manovre finanziarie, fuori dagli incentivi all’industria o ai nuovi stanziamenti alla Regione. Bensì da questi solo sfruttati, strumentalizzati e buoni solo per la campagna elettorale. Di questa larga fetta della popolazione, in crescendo al centro-sud, non se ne interessa più nessuno; nessuno ne affronta seriamente i problemi.
Che cosa sta succedendo, dunque, a quell’Italia dei tanti che sognano il benessere dei pochi. La risposta che mi viene in mente assistendo a fatti come quelli elencati è che la nostra società ha mollato la zavorra: ha scaricato chi del lavoro fa la sua sopravvivenza, in contesti sociali che non danno e non pretendono nulla in cambio. Una lotta sociale tra poveri che non fa che ridurre ai minimi termini le loro stesse problematiche. Un numero abnorme di sfruttati e disadattati che mai aveva conosciuto il nostro “bel paese”, una realtà con la quale prima faremo i conti e prima sarà facile tentare di saldarli e con i quali abbiamo già un debito enorme.