venerdì 31 agosto 2007

E non mi hanno fatto del male

Non avrai altro Dio, all'infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse, venute dall'est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te,
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano
davvero, lo nominai invano.

Onora il padre. Onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice "non devi rubare"
e forse io l'ho rispettato
vuotando in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri, nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami, così sarai uomo di fede:
poi la voglia svanisce ed il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore,
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice "non ammazzare"
se del cielo vuoi essere degno.
guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno.
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino
e scordano sempre il perdono.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri, già caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l'amore.
(Fabrizio De Andrè, Il testamento di Tito, 1966)


La questione dei lavavetri, dei mendicanti. Firenze, Trieste, Torino, Salerno. Amerigo frequenta un istituto tecnico. In periferia. Porta i capelli a caschetto, un pò lunghi sulle spalle, ed indossa pantaloni dai colori sgargianti, psichedelici quasi. Durante l'anno scolastico non bada molto ai compiti che i professori gli assegnano per casa. Seduto ad uno degli ultimi banchi, Amerigo guarda la finestra che da' sul cortile della scuola. Vi vede scorrere le quattro stagioni, le conseguenze degli eventi. Nel corso delle lezioni, pensa a qualcosa di diverso dai motori pentapolari e dai circuiti risonanti; pensa ai soggetti che i suoi burattini dovranno mettere in scena durante la prossima estate. Sul finire della primavera, il lungomare, le piazze, i giardini della citta`si riempiranno di bimbetti. Con una mano in quella della mamma e con l'altra impegnata a fare volteggiare nell'aria un palloncino gonfiato ad elio, o a riprodurre il beccheggio di una nave comprata dal venditore all'angolo, essi morderanno il freno per prendere posto sulle sedie in legno sistemate a quadrato dinanzi al palcoscenico del teatro dei burattini. Fare emozionare tutti quei bimbi, sentire le loro voci rivolgere improbabili domande ai genitori o ai nonni, e' inestimabilmente prezioso. Amerigo spende i pomeriggi interi a pensare a nuove eventualità e ai nuovi personaggi che le animeranno; prende spunto da tutto quello che gli gira intorno; dai telegiornali, dalle canzoni alla radio, dalle scene di vita quotidiana.
Amerigo se ne sta nascosto a manovrare le marionette. Quando si va in scena, il mondo fuori non esiste. Lui e` altrove. Non sente il profumo delle sere di maggio quando sul fare della sera i lampioni cominciano ad illuminare le passeggiate sul lungomare, e la gente si accalca al bancone dei chioschi per chiedere una granita. Non si cura della atmosfera della domenica pomeriggio, giorno di liberta` per le badanti venute da oriente per essere insidiate da squallidi signori dai capelli dipinti. Non sente le urla di nordafricani ubriachi che nell'ultima birra ci vedono riflessa la mezza luna dalla quale sono venuti, e i suoi occhi non vedono il manganello pronto a scacciare qualche ambulante, o qualche macchina dalla grossa cilindrata sparigliare gruppi di lavavetri fermi ai semafori. Perchè tutto questo Amerigo lo mette in scena ogni sera sul proscenio del suo piccolo teatro.
L'altra notte ho sognato Amerigo. La sua baracca, i suoi burattini. Le piccole seggiole vuote, i lampioni spenti, la gente non chiedere piu` granite. Solo una coppia di uomini in divisa fare la ronda.


La ballata dei lavavetri, film diretto da Peter Del Monte nel 1998.


Alla fine degli anni '80, giunta a Roma per un'udienza del Papa, una famiglia polacca si ferma e, in attesa di un visto per il Canada, s'industria per sopravvivere: gli uomini come lavavetri, le donne come domestiche. La morte accidentale del capofamiglia, discordie interne, contatti con la violenza e l'illegalità la sfaldano. Dal romanzo Il polacco lavatore di vetri di Edoardo Albinati, adattato liberamente dal regista con Sergio Bazzini e Dominik Wieczorkowski. Rifiutata l'opzione della denuncia sociale (l'immigrazione straniera in Italia, colta nella sua fase iniziale dell'Est europeo; la disgregazione di un gruppo familiare in un contesto nuovo; la descrizione dell'intolleranza, esplicita o indiretta, dell'italiano medio verso gli immigrati stranieri, parallela al loro sfruttamento, tutti temi presenti nel film), Del Monte ha scelto la chiave del grottesco fantastico, onirico, surrealistico di tipica derivazione dalla letteratura e dal cinema polacco.

Da: il Morandini- Dizionario dei film.

martedì 28 agosto 2007

La lingua del santo

Ricorrente nelle pellicole di commedia all'italiana- o in maniera più asciutta ed efficace, commedia italiana, come ci redarguirebbe Dino Risi- è l'ambientazione nella provincia bianca. Nel 1965, il genovese Pietro Germi vi girò Signore e signori, Ettore Scola vi fece indagare Il commissario Pepe nel 1969, Sophia Loren -diretta da Dino Risi- vi tentò di diventare La moglie del prete nel corso dell'anno successivo.

Correva l'anno duemila, e a Padova l'indigeno Carlo Mazzacurati, metteva in sequenza i fotogrammi che avrebbero composto La lingua del santo. Protagonisti del film sono Antonio Albanese -già con Mazzacurati in Vesna va veloce- e Fabrizio Bentivoglio, il quale reciterà sotto la guida del regista padovano in A cavallo della tigre, libero rifacimento dell'omonimo film di Luigi Comencini, decano della commedia (all') italiana.

Per l'occasione, Antonio Albanese -Antonio nel lungometraggio- indossa i panni di un mestierante del furto con la passione per il rugby. Fabrizio Bentivoglio si cala nella parte di un affascinante rappresentante di penne stilografiche -nel film soprannominato Alain Delon- che perde il lavoro in seguito alla separazione da sua moglie, interpretata da una eterea e fragile Isabella Ferrari, la quale sceglierà come nuovo compagno di vita un facoltoso chirurgo, un Ivano Marescotti viscido al punto giusto.

I due protagonisti, dopo essersi vanamente misurati con furti all'insegna della tecnologia e dell'informatica, si impadroniranno, per puro caso, della reliquia del santo patrono di Padova, la lingua di Sant'Antonio. A questo punto della storia, i nostri eroi intravedono in tale azione una occasione di riscatto nei confronti di una società, quella del ricco Nord-Est, che espelle e colloca ai suoi margini qualunque persona mostri un momento di esitazione o chi, fosse anche per un solo istante, esca, per un motivo o per un altro, dal ciclo produttivo. Produrre, consumare, crepare. Questi i dettami che conducono alla legittimazione delle azioni individuali nella collettività dalla quale, nella finzione cinematografica, Albanese e Bentivoglio sono respinti. Dal manzoniano "non resta che far torto, o patirlo", sembrano essere animati e poi procedere i due furfanti, e dunque ritornare a vivere attraverso lo stesso mezzo che li ha estromessi dalla società, l'arma del ricatto: chiedere una ingente somma di danaro in cambio della reliquia. Il riscatto sarà consegnato, nel sottofinale girato tra le acque di una laguna, da un ricco imprenditore veneto, che si erige a baluardo delle tradizioni popolari, e campione di uno stile di vita consacrato esclusivamente alla produzione cieca e all'arrichimento.
Albanese fuggirà in aereo alla volta di una terra nuova. Bentivoglio, per far calmare le acque, si farà arrestare dagli uomini della forza pubblica; all'indomani del carcere, egli ritornerà, ma stavolta da uomo famoso, in quello stesso bar che lo aveva visto bello e fallito. Tra un tavolo da biliardo e un gagliardetto di una qualche società sportiva, il nostro Alain Delon rifletterà su come sia bello poter posare i propri occhi su due occhi di donna; e prima che scorrano i titoli di coda, la macchina da presa esiterà per un attimo sullo sguardo di una donna dipinta sul muro, quasi una donna di Gaugin, una donna, forse, dello stesso paese nel quale Antonio sta cercando, per parafrasare un altro titolo di Mazzacurati, un'altra vita.

lunedì 27 agosto 2007

Venezia: la Palestina in tre film


Alla mostra di Venezia (29 agosto - 8 settembre) ben tre film sono dedicati alla questione palestinese. Dello statunitense, Jonathan Demme, del quale ricordiamo il suo thriller politico The Manciurian Candidate, è in programma la proiezione di Man from Plains, tratto dal libro dell'ex presidente degli USA Jimmy Carter: Palestine: peace not apartheid. L'altro film che mostra il punto di vista di un israeliano dissidente è Disimpegno, di Amos Gitai (nella foto) con Juliette Binoche e Jeanne Moreau, film non in concorso che tratta dello sgombero dei coloni israeliani da Gaza nel 2005 attuato da Sharon. Infine Madri, dell'attrice e giovane cineasta esordiente a Venezia Barbara Cupisti. Un film italiano doc prodotto da Rai Cinema, che racconta la nascita di "Parents Circle", un'associazione di madri palestinesi e israeliane colpite dalla morte dei propri figli.

domenica 26 agosto 2007

Carlo

Un ciao agli amici!

Profumo di donna


Nella seconda serata di giovedi ventitre agosto ultimo scorso, il primo canale della televisone di Stato mi ha riservato una gradevole sorpresa. RaiUno trasmetteva Profumo di donna, pellicola del 1974 tratta dal romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino, sceneggiata da Ruggero Maccari e da Dino Risi, e diretta dallo stesso Risi.

Al centro delle vicende del film vi è Fausto Consolo -interpretato da Vittorio Gassman- ufficiale torinese dell'esercito divenuto cieco in seguito ad un incidente occorsogli durante una esercitazione militare. Fausto ha in programma di raggiungere Napoli, dove vive Vincenzo, anch' egli ufficiale dell'esercito e anch'egli rimasto cieco. Vincenzo trascorre i suoi giorni circondato dal suo attendente, dalle premure e dalle moine pruriginose di quattro ragazze, tra le quali si distingue Sara, ruolo affidato alla graziosa Agostina Belli, innamorata sin da bambina del capitano Fausto, il quale, però, tenta di respingerla in ogni modo. Ad accompagnare Gassman-Consolo nel suo viaggio verso la "più settentrionale delle città nord-africane" è il giovanissimo attendente Giovanni Bertazzi, interpretato da Alessandro Momo. Ciccio, come Fausto ribattezzerà il suo attendente, seguirà il capitano nelle sue puntate a Genova, dove Consolo farà visita alla prostituta Mirka-Moira Orfei, e a Roma, dove l'ufficiale incontrerà un suo cugino prete. Il fine ultimo del capitano Consolo è quello di giungere a Napoli per suicidarsi insieme al collega Vincenzo, così da mettere fine a quel surrogato di vita che entrambi stanno conducendo. Tuttavia, essi non riescono nell'intento. Fausto deciderà, alla fine, di affidarsi alle amorevoli cure di Sara.

Il buio e il miele. Due flash nel titolo del romanzo di Arpino. Il buio della cecità fisiologica a cui il protagonista è stato condannato; ma pure il buio interiore e culturale nel quale è sprofondata l'Italia all'indomani del boom economico, sulle cui strade correva euforico, irresponsabile ed ignorante del futuro il Bruno Cortona-Vittorio Gassman de Il sorpasso diretto nel 1962 da Dino Risi, e sceneggiato insieme a Ruggero Maccari ed Ettore Scola. L' Italia del boom ha aggredito la vita, ha tentato la scalata al cielo, ha cementificato le periferie; durante la folle rincorsa al mito dello sviluppo senza progresso, essa ha dissipato le energie buone, bruciato gli spazi verdi, praticato un feroce genocidio attraverso la creazione della società di massa. Al momento della fine della corsa, nella convinzione delirante di avere tagliato il traguardo, si scopre di essere divenuti- prendendo a prestito le parole del capitano Fausto- undici di picche, ovvero una carta che non sta nel mazzo, buona per nessun gioco. Una vita segnata dalla amarezza derivante da una tale scoperta e dall'aridità legata alla assenza di luce può trovare nuove ragioni in ciò che trascende il senso della vista. Finalmente, nuova linfa nella fluidità e nella dolcezza del miele di un profumo di donna.



sabato 25 agosto 2007

Raquel e i ragazzi di Brixton

La sera prima ci eravamo lasciati un numero di telefono, semi ubriachi alla stazione metropolitana di Queensway. Non so neanch'io come avessi fatto ad entrare in contatto con lei ed i suoi compagni. Facevo fatica a concepire come potessi dopo solo pochi giorni, avere intessuto un rapporto così intenso con persone che non conoscevo affatto e non parlavano la mia lingua. Sicuramente il merito era di Carmen, un vero "vulcano" che mi è eruttato addosso il mio terzo giorno a Londra, presentatami dagli amici spagnoli della Mancia, con i quali si divideva una camera da otto. Mi avevano detto che Londra in autunno e per tutto l'inverno brulicasse di gente, relazioni, pulsioni umane; ma mai mi sarei aspettato di andare a bere con una comitiva di una decina di persone che parlavano tre lingue dopo tre giorni passati lì! Eppure è successo e questo mi fa ripensare al miracolo di una città sull'orlo della schizofrenia capitalista, che riesce però a conservare al suo interno sacche di ricchezza umana (forse una reazione endemica alla ricerca sfrenata dell'arricchimento). Ed è stato così che quella sera, da quasi febbricitante nella solitudine del mio lettino a castello, mi ritrovai a bere in un "qualunque" pub inglese, dove la gente ti ignora ma non ti disprezza. Ed è stato così che quella sera conobbi Carmen, il vulcano che portò al nostro tavolo Raquel: una ragazza magra, dalle dita affusolate ed il volto scavato e spigoloso, un sorriso che gli invadeva la faccia. Fumava senza imbarazzo decine di sigarette e mentre parlava di politica gli tremavano le mani dall'emozione. Quella sera rimase sorpresa a sentire che ero un giornalista e rimasi sconvolto nell'appurare che tra di noi c'era un'affinità speciale, un moto di attrazione idelogica che ci accomunava in una diffidenza verso il nostro mondo: l'immagine pulita che esso ci mostra, l'illusione di darci quello tutto quello che desideriamo e che tutti chiamano felicità. Tutto ciò era fin troppo chiaro, nonostante non comunicassimo che in inglese, che entrambi per ragione opposte non praticavamo bene. Uno strascichio d'inglese e un morso di italiano, con Raquel riuscimmo a parlare della situazione politica in Europa e delle guerre nel mondo. Lei mi parlò della situazione latinoamericana, di come laggiù il benessere non avesse attecchito la maggioranza della popolazione e di come ci fossero ancora focolai rivoluzionari appoggiati da molti strati popolari. Del resto l'Argentina era cosa fresca: lì il capitalismo era fallito! Fuori era freddo, l'ora ormai improponibile e mentre gli altri scherzavano e si inseguivano sulla strada quasi a ritmo di danza verso la stazione di Queensway, il nostro parlare diventava sempre più fluente: come se non bastasse la condanna della lingua a comprometterlo. Io gli parlai anche del caso di Saviano e di quelle dichiarazioni sul riciclaggio del denaro dal sud Italia verso Spagna e Germania. Lei rimase colpita perché disse di non aver sentito mai quella notizia nonostante vennisse dalla Spagna e fosse stata in Germania da un ragazzo col quale ora non si frequentava più. Io gli confermai che l'informazione ha ancora molti muri da abbattere...Così se ne andò giù nel "tubo", insieme a Carmen, correndo per non perdere l'ultimo treno per Greenwich, dove abitava. Allora rimanemmo male: mentre i nostri discorsi continuavano la serata era finita; ma lei fu così lesta e rapida a capire la situazione che mentre teneva la sigaretta in bocca penzolante e altalenante, mi strappò il quaderno che tenevo tra le mani per scrivermi il suo numero di cellulare.
Così il giorno dopo ci sentimmo. Io la chiamai da una stazione a sud di Londra, verso Greenwich che non riuscii a raggiungere, tanto era intricato quel maledetto tubo! Ma lei mi disse subito di vederci alla stazione di Brixton, dove abitava Carmen con i suoi compagni e lì sarebbe stato più facile per tutti e due. Così di nuovo "giù nel tubo" e lì uscii e mi trovai in un quartiere nero dove dopo solo pochi minuti qualcuno mi passo vicinissimo sobillandomi nell'orecchio: "Skank! Skank!" Dopo poco correndo velocissimi due ragazzini a piedi e solo dopo pochi secondi due sbirri che si tenevano la cinta e che li inseguivano. Poi passarono auto della polizia a sirene spiegate che andavano nella direzione opposta, seguite da un'ambulanza. Questa era Brixton. Passò mezz'ora e dopo aver visto dipanarsi davanti ai miei occhi scene di vita quotidiana di uno dei quartiere più vicini e allo stesso tempo più malfamati della controllatissima Londra, decisi di provare a chiamare Raquel: lì la situazione cominciava un po' a preoccuparmi...Mi raggiunse finalmente ed insieme andammo a casa di Carmen dove subito venimmo accolti da grandi ospiti dai suoi compagni di casa con caffè, dolci e sigarette. Tentammo di connetterci ad internet rubando una connessione wireless con l'unico computer portatile a disposizione della compagnia, ma quel giorno niente. Lei voleva farmi vedere il sito web del suo gruppo di studio, Bancaja Obra Social, ed io quello che stavamo creando sul cinema d'autore. Ed allora approfittammo per stringere amicizia con i ragazzi, che anche lei conosceva appena e che quel giorno erano tutti a riposo dal lavoro. Carmen era l'unica a lavorare quel giorno e ci raggiunse solo la sera. Lavorava in un ristorante di fronte al British Museum, dove faceva la cameriera. C'erano anche Stephan, spagnolo, di una generosità ed un senso del gruppo straordinario che è stato particolarmente ospitale con me. Lavorava allo Starbucks, di fronte alla Victoria Station. La sera dopo mi avrebbe insegnato uno strano gioco con la carta e i dadi. Shoan, un irlandese musicista che studiava e forse sognava di diventare famoso. Isabelle, francese di origine spagnola, anche lei impiegata allo Starbucks che la sera successiva doveva uscire con un nuovo ragazzo ed era tutta eccitata e nervosa. Momenti bellissimi, fatti di commistioni straordinarie tra persone di lingua, nazionalità e mentalità diverse che si fondevano in un unico, piccolo ma importante, abbraccio di solidarietà...
Rachel, invece, era venuta a Londra per un progetto Erasmus e qui aveva deciso di trasferirsi per un anno o più, ma da ragazza single non aveva avuto un impatto troppo positivo con la città. Da pochi mesi era andata a stare da sola in un appartamento e dopo solo due mesi aveva ricevuto la visita della polizia perché la sua proprietaria di casa l'aveva denunciata per tre giorni di ritardo nel pagamento dell'affitto. Si rifiutava di imparare l'inglese, seppure nei momenti del bisogno parlava discretamente. Di norma, Rachel, parlava spagnolo o anche si sfrorzava di capire l'italiano quando dialogava con me.
La sera dopo eravamo di nuovo lì, in uno degli "house party" tipici della vita londinese laddove i locali costano cari, così come i trasporti per andare da un posto all'altro. Cari per chi la vita se la guadagna giorno dopo giorno, nei caffè, nei ristoranti, dove turisti e lavoratori benestanti andavano a consumare residui di capitale. Ragazzi di Brixton: giovani che giorno dopo giorno facevano i conti e con le proprie illusioni, che giorno dopo giorno facevano i conti con la realtà, ma sempre sostenuti da una solidarietà viva e pulsante, forse temporanea, ma che creava ogni giorno quella giusta empatia atta ad alimentare i loro grandi sogni.

giovedì 23 agosto 2007

Bisognerebbe...

Bisognerebbe avere la forza di dire tutto. Dopo tanto silenzio, si dovrebbe avere l'impeto di sputare, con rabbia, parole nuove: neologismi rivoluzionari (di una intima rivoluzione). Ed ancora, si dovrebbe cercare il coraggio di dire a ciò che è vecchio che è vecchio, sbatterglielo in faccia senza mezzi termini mezzi.
Bisognerebbe potersi liberare una volta per tutte di queste zanzare che infestano la stanza: piccoli fastidi condizionanti. Col cominciare a dire parole nuove, pensieri nuovi, nuovi schemi mentali...dai quali subito rifuggire, per ritrovarsi sempre e soli su una sedia rotta. Non basta cambiare apparenza, ci vorrebbe una mutazione materiale, globulare, ormonale per far sì che quello che era vecchio non resti mummificato, ma venga seppellito! Si potrebbe portare via con noi una borsa in finta pelle piena di emozioni, qualche ricordo e un po' di sapere da ricollocare, riqualificare, cancellare e riscrivere. Ma senza cadaveri!...Quelli pesano sulla coscienza.

domenica 19 agosto 2007

Tra una vocale e l'altra

Il mondo e' cambiato. Così mi dicono. Amici e compagni si affannano a convincermi che le priorità sono ben altre, diverse. E' un gioco al compilare una sorta di lista della spesa. Questo va bene, quell'altro no, in quell'altro ancora sono rimasti in pochi a crederci e a sperarci. Penso. Rifletto su quello che avrei potuto fare, sugli errori di valutazione che ho commesso, e sono tanti, una infinità non numerabile.
Mi fermo. Li guardo negli occhi. Guardo le loro mani. Ascolto la loro voce. Essa è ferma, di chi ha capito qual è il trucco. Non una esitazione. Tra una vocale e l'altra, solo il riverbero di un passato che essi credono oramai lontano, e che giudicano sbagliato, inutile. Forse hanno ragione. Ma ora, anche se una frase non si inizia mai con il ma, abbiate pietà di me; mi servirà per lenire la pena con la quale cerchierò i punti del vostro elenco.

lunedì 13 agosto 2007

Il pane e le rose

Nel corso della seconda settimana di agosto, Francesco Caruso - deputato indipendente eletto tra le fila del Partito della Rifondazione Comunista- è balzato agli onori nazionali della cronaca politica. Alcune esternazioni del no-global campano sulle riforme introdotte nell'ambito del mercato del lavoro dall' ex ministro Tiziano Treu ( il pacchetto Treu approvato nel giugno del 1997) e dal giuslavorista Marco Biagi (la legge 30 varata nella passata legislatura), vigliaccamente assassinato dalle nuove sedicenti Brigate Rosse, hanno dato fiato alle trombe della carta stampata e dei giornali elettronici.

Le inopportune parole attraverso le quali Caruso ha espresso il suo pensiero hanno provocato reazioni improntate al "dagli all'untore". Nei fatti, le dichiarazioni dell'onorevole di Rifondazione hanno indotto in quella parte della pubblica opinione veicolata dai quotidiani mainstream una unanime condanna di una violenza verbale ed ideologica dietro la quale si nasconderebbe una potenziale energia terroristica pronta a divenire, secondo la peggiore vulgata anti-comunista, cinetica. Questo strapparsi le vesti, dinanzi alla verbosità e alle frasi ad effetto pronunziate da Caruso, ha finito con l'evitare di entrare in medias res. Cosa ha prodotto in Italia l'applicazione della legge 30? Più precisamente. Quali sono stati gli effetti causati da una cieca applicazione di quella che strumentalmente viene chiamata "legge Biagi"? La cecità di cui a questo ultimo interrogativo si concretizza nella quasi completa assenza di un substrato strutturale sul quale fare crescere un mercato del lavoro in cui entrare attraverso tutte quelle forme contrattuali previste dal pacchetto Treu prima e dalla legge Biagi poi (job on call, staff leasing, et cetera). Il nodo cruciale da risolvere è la drammatica assenza di una rete, più o meno fitta, di imprese e realtà lavorative in generale, che garantisca al lavoratore in uscita da una azienda di ricollocarsi nel mondo del lavoro entro un tempo ragionevolmente breve. Oltre a tale vacanza, potremmo dire di hardware, ne esiste un'altra, altrettanto drammatica: quella del software. Esistono solo timide tracce di un sistema di ammortizzatori sociali che possa armonizzarsi efficacemente con le modalità di lavoro dettate dalla economia globale.

Secondo il sommesso parere di chi scrive, le "uscite" di Caruso potrebbero avere il merito di spostare, anche se minimamente, l'attenzione di chi è impegnato a costruire la copia aggiornata ai tempi odierni del cattocomunismo, su un problema che non è frutto di velleitarie elaborazioni oppure di onanismi ideologici.