martedì 28 agosto 2007

La lingua del santo

Ricorrente nelle pellicole di commedia all'italiana- o in maniera più asciutta ed efficace, commedia italiana, come ci redarguirebbe Dino Risi- è l'ambientazione nella provincia bianca. Nel 1965, il genovese Pietro Germi vi girò Signore e signori, Ettore Scola vi fece indagare Il commissario Pepe nel 1969, Sophia Loren -diretta da Dino Risi- vi tentò di diventare La moglie del prete nel corso dell'anno successivo.

Correva l'anno duemila, e a Padova l'indigeno Carlo Mazzacurati, metteva in sequenza i fotogrammi che avrebbero composto La lingua del santo. Protagonisti del film sono Antonio Albanese -già con Mazzacurati in Vesna va veloce- e Fabrizio Bentivoglio, il quale reciterà sotto la guida del regista padovano in A cavallo della tigre, libero rifacimento dell'omonimo film di Luigi Comencini, decano della commedia (all') italiana.

Per l'occasione, Antonio Albanese -Antonio nel lungometraggio- indossa i panni di un mestierante del furto con la passione per il rugby. Fabrizio Bentivoglio si cala nella parte di un affascinante rappresentante di penne stilografiche -nel film soprannominato Alain Delon- che perde il lavoro in seguito alla separazione da sua moglie, interpretata da una eterea e fragile Isabella Ferrari, la quale sceglierà come nuovo compagno di vita un facoltoso chirurgo, un Ivano Marescotti viscido al punto giusto.

I due protagonisti, dopo essersi vanamente misurati con furti all'insegna della tecnologia e dell'informatica, si impadroniranno, per puro caso, della reliquia del santo patrono di Padova, la lingua di Sant'Antonio. A questo punto della storia, i nostri eroi intravedono in tale azione una occasione di riscatto nei confronti di una società, quella del ricco Nord-Est, che espelle e colloca ai suoi margini qualunque persona mostri un momento di esitazione o chi, fosse anche per un solo istante, esca, per un motivo o per un altro, dal ciclo produttivo. Produrre, consumare, crepare. Questi i dettami che conducono alla legittimazione delle azioni individuali nella collettività dalla quale, nella finzione cinematografica, Albanese e Bentivoglio sono respinti. Dal manzoniano "non resta che far torto, o patirlo", sembrano essere animati e poi procedere i due furfanti, e dunque ritornare a vivere attraverso lo stesso mezzo che li ha estromessi dalla società, l'arma del ricatto: chiedere una ingente somma di danaro in cambio della reliquia. Il riscatto sarà consegnato, nel sottofinale girato tra le acque di una laguna, da un ricco imprenditore veneto, che si erige a baluardo delle tradizioni popolari, e campione di uno stile di vita consacrato esclusivamente alla produzione cieca e all'arrichimento.
Albanese fuggirà in aereo alla volta di una terra nuova. Bentivoglio, per far calmare le acque, si farà arrestare dagli uomini della forza pubblica; all'indomani del carcere, egli ritornerà, ma stavolta da uomo famoso, in quello stesso bar che lo aveva visto bello e fallito. Tra un tavolo da biliardo e un gagliardetto di una qualche società sportiva, il nostro Alain Delon rifletterà su come sia bello poter posare i propri occhi su due occhi di donna; e prima che scorrano i titoli di coda, la macchina da presa esiterà per un attimo sullo sguardo di una donna dipinta sul muro, quasi una donna di Gaugin, una donna, forse, dello stesso paese nel quale Antonio sta cercando, per parafrasare un altro titolo di Mazzacurati, un'altra vita.

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