sabato 25 agosto 2007

Raquel e i ragazzi di Brixton

La sera prima ci eravamo lasciati un numero di telefono, semi ubriachi alla stazione metropolitana di Queensway. Non so neanch'io come avessi fatto ad entrare in contatto con lei ed i suoi compagni. Facevo fatica a concepire come potessi dopo solo pochi giorni, avere intessuto un rapporto così intenso con persone che non conoscevo affatto e non parlavano la mia lingua. Sicuramente il merito era di Carmen, un vero "vulcano" che mi è eruttato addosso il mio terzo giorno a Londra, presentatami dagli amici spagnoli della Mancia, con i quali si divideva una camera da otto. Mi avevano detto che Londra in autunno e per tutto l'inverno brulicasse di gente, relazioni, pulsioni umane; ma mai mi sarei aspettato di andare a bere con una comitiva di una decina di persone che parlavano tre lingue dopo tre giorni passati lì! Eppure è successo e questo mi fa ripensare al miracolo di una città sull'orlo della schizofrenia capitalista, che riesce però a conservare al suo interno sacche di ricchezza umana (forse una reazione endemica alla ricerca sfrenata dell'arricchimento). Ed è stato così che quella sera, da quasi febbricitante nella solitudine del mio lettino a castello, mi ritrovai a bere in un "qualunque" pub inglese, dove la gente ti ignora ma non ti disprezza. Ed è stato così che quella sera conobbi Carmen, il vulcano che portò al nostro tavolo Raquel: una ragazza magra, dalle dita affusolate ed il volto scavato e spigoloso, un sorriso che gli invadeva la faccia. Fumava senza imbarazzo decine di sigarette e mentre parlava di politica gli tremavano le mani dall'emozione. Quella sera rimase sorpresa a sentire che ero un giornalista e rimasi sconvolto nell'appurare che tra di noi c'era un'affinità speciale, un moto di attrazione idelogica che ci accomunava in una diffidenza verso il nostro mondo: l'immagine pulita che esso ci mostra, l'illusione di darci quello tutto quello che desideriamo e che tutti chiamano felicità. Tutto ciò era fin troppo chiaro, nonostante non comunicassimo che in inglese, che entrambi per ragione opposte non praticavamo bene. Uno strascichio d'inglese e un morso di italiano, con Raquel riuscimmo a parlare della situazione politica in Europa e delle guerre nel mondo. Lei mi parlò della situazione latinoamericana, di come laggiù il benessere non avesse attecchito la maggioranza della popolazione e di come ci fossero ancora focolai rivoluzionari appoggiati da molti strati popolari. Del resto l'Argentina era cosa fresca: lì il capitalismo era fallito! Fuori era freddo, l'ora ormai improponibile e mentre gli altri scherzavano e si inseguivano sulla strada quasi a ritmo di danza verso la stazione di Queensway, il nostro parlare diventava sempre più fluente: come se non bastasse la condanna della lingua a comprometterlo. Io gli parlai anche del caso di Saviano e di quelle dichiarazioni sul riciclaggio del denaro dal sud Italia verso Spagna e Germania. Lei rimase colpita perché disse di non aver sentito mai quella notizia nonostante vennisse dalla Spagna e fosse stata in Germania da un ragazzo col quale ora non si frequentava più. Io gli confermai che l'informazione ha ancora molti muri da abbattere...Così se ne andò giù nel "tubo", insieme a Carmen, correndo per non perdere l'ultimo treno per Greenwich, dove abitava. Allora rimanemmo male: mentre i nostri discorsi continuavano la serata era finita; ma lei fu così lesta e rapida a capire la situazione che mentre teneva la sigaretta in bocca penzolante e altalenante, mi strappò il quaderno che tenevo tra le mani per scrivermi il suo numero di cellulare.
Così il giorno dopo ci sentimmo. Io la chiamai da una stazione a sud di Londra, verso Greenwich che non riuscii a raggiungere, tanto era intricato quel maledetto tubo! Ma lei mi disse subito di vederci alla stazione di Brixton, dove abitava Carmen con i suoi compagni e lì sarebbe stato più facile per tutti e due. Così di nuovo "giù nel tubo" e lì uscii e mi trovai in un quartiere nero dove dopo solo pochi minuti qualcuno mi passo vicinissimo sobillandomi nell'orecchio: "Skank! Skank!" Dopo poco correndo velocissimi due ragazzini a piedi e solo dopo pochi secondi due sbirri che si tenevano la cinta e che li inseguivano. Poi passarono auto della polizia a sirene spiegate che andavano nella direzione opposta, seguite da un'ambulanza. Questa era Brixton. Passò mezz'ora e dopo aver visto dipanarsi davanti ai miei occhi scene di vita quotidiana di uno dei quartiere più vicini e allo stesso tempo più malfamati della controllatissima Londra, decisi di provare a chiamare Raquel: lì la situazione cominciava un po' a preoccuparmi...Mi raggiunse finalmente ed insieme andammo a casa di Carmen dove subito venimmo accolti da grandi ospiti dai suoi compagni di casa con caffè, dolci e sigarette. Tentammo di connetterci ad internet rubando una connessione wireless con l'unico computer portatile a disposizione della compagnia, ma quel giorno niente. Lei voleva farmi vedere il sito web del suo gruppo di studio, Bancaja Obra Social, ed io quello che stavamo creando sul cinema d'autore. Ed allora approfittammo per stringere amicizia con i ragazzi, che anche lei conosceva appena e che quel giorno erano tutti a riposo dal lavoro. Carmen era l'unica a lavorare quel giorno e ci raggiunse solo la sera. Lavorava in un ristorante di fronte al British Museum, dove faceva la cameriera. C'erano anche Stephan, spagnolo, di una generosità ed un senso del gruppo straordinario che è stato particolarmente ospitale con me. Lavorava allo Starbucks, di fronte alla Victoria Station. La sera dopo mi avrebbe insegnato uno strano gioco con la carta e i dadi. Shoan, un irlandese musicista che studiava e forse sognava di diventare famoso. Isabelle, francese di origine spagnola, anche lei impiegata allo Starbucks che la sera successiva doveva uscire con un nuovo ragazzo ed era tutta eccitata e nervosa. Momenti bellissimi, fatti di commistioni straordinarie tra persone di lingua, nazionalità e mentalità diverse che si fondevano in un unico, piccolo ma importante, abbraccio di solidarietà...
Rachel, invece, era venuta a Londra per un progetto Erasmus e qui aveva deciso di trasferirsi per un anno o più, ma da ragazza single non aveva avuto un impatto troppo positivo con la città. Da pochi mesi era andata a stare da sola in un appartamento e dopo solo due mesi aveva ricevuto la visita della polizia perché la sua proprietaria di casa l'aveva denunciata per tre giorni di ritardo nel pagamento dell'affitto. Si rifiutava di imparare l'inglese, seppure nei momenti del bisogno parlava discretamente. Di norma, Rachel, parlava spagnolo o anche si sfrorzava di capire l'italiano quando dialogava con me.
La sera dopo eravamo di nuovo lì, in uno degli "house party" tipici della vita londinese laddove i locali costano cari, così come i trasporti per andare da un posto all'altro. Cari per chi la vita se la guadagna giorno dopo giorno, nei caffè, nei ristoranti, dove turisti e lavoratori benestanti andavano a consumare residui di capitale. Ragazzi di Brixton: giovani che giorno dopo giorno facevano i conti e con le proprie illusioni, che giorno dopo giorno facevano i conti con la realtà, ma sempre sostenuti da una solidarietà viva e pulsante, forse temporanea, ma che creava ogni giorno quella giusta empatia atta ad alimentare i loro grandi sogni.

2 commenti:

Giovanni ha detto...

Toni carissimo,
mi è piaciuto moltissimo questo post che hai intitolato "Raquel i ragazzi di Brixton".

Tra le righe vi ho letto tutto l'entusiasmo che l'esperienza londinese ti comunico' e che, a quanto ho evinto, ti continua a comunicare. Ho come l'impressione che la comunanza di visioni, le "simbiotiche intuizioni" - come diceva la cantante- con la Raquel del racconto nascondano qualche vacanza, qualche latitanza nel tuo menage quotidiano. Quegli otto giorni trascorsi in Inghilterra ti hanno fatto intravedere la possibilità di intessere con le persone trame e rapporti non già fondati sulla titolarità di interesse di cui ognuno, più o meno consapevolmente, è portatore, ma bensì sullo stare insieme per il piacere di farlo, per raccontarsi i propri sogni.

La permanenza a Londra ti rese libero dagli schemi ipnotici e pedissequi alla realtà nella quale ti vedevi ed eri confinato. Allora mi dicesti che durante il soggiorno nella "perfida Albione" tutto ti pareva a portata di mano, anche fare un viaggio lungo migliaia di chilometri; mi riferisti che al rientro a Battipaglia parlavi una sorta di nostratico misto di spagnolo, inglese,e via discorrendo.
Tuttavia, andare all'inferno da turista è un conto, andarvi da emigrante un altro paio di maniche.

Nonostante tutto, nonostante durante una chiacchierata battipagliese sostenevi che il parlare con me ti provocava un abbassamento della "carica" (sic!), spero che l'onda d'urto della esplosione innescata dal detonatore londinese continui a propagarsi e a tenere vivo quel sacro fuoco, che non si spenga nella abitudine.

Un abbraccio fraterno.
Con affetto e immutata stima,
Giovanni.

Lazarus ha detto...

Il parlare con te ed il condividere questo blog mi da più di una carica...Da un senso a tutto ciò che nella vita chiamiamo "rinunce", ma che forse sono le cose che in realtà ci interessano di più. Il sacro fuoco è ancora acceso, altrimenti non saremmo qui, come due latitanti in una stanza a Parigi, a parlare di cose che non interessa più nessuno! Il mio difetto si ripete: chiedere alle persone che mi circondano di darmi quanto più egli possano chiedere a sè stessi. E' un difetto chiederlo, non cercarlo: per questo sto industriando tutta la mia autocoscienza ed il controllo su me stesso. Ho appena finito di leggere la tua ottima recensione su Profumo di Donna ed i riferimenti al libro Il buio e il miele e mi ha dato una carica di sens-ualità che la lettura del mondo circostante e quotidiano ogni giorno cerca di togliermi. Il tuo "scrivere" migliora a vista d'occhio. La nostra amicizia cresce.