martedì 9 ottobre 2007

Che cosa cercano?


In un articolo pubblicato su Osservatorio Iraq, il sito italiano probabilmente più documentato sulla guerra in Iraq, Seymour Hersh, reporter tra i più intraprendenti di questi anni al fronte, parla a Der Spiegel in un'intervista sulla situazione ormai fuori controllo da parte del governo degli USA e di un assurdo accanimento in una guerra che non sembra avere significato apparente. Hersc afferma che il presidente degli Stati Uniti in barba ai poteri del Congresso (parlamento) americano, che ormai ignora completamente, stia conducendo una guerra in Medio Oriente che condurrà ad una pulizia etnica degli sciiti, frazione opposta ai sunniti nella divisione civile non solo dell'Iraq ma di tutta quell'aria mediorientale, relegandoli nel sud del paese con la creazione di un Kurdistan indipendente e il sostegno da parte del governo americano di un Iraq a maggioranza sunnita. Una pulizia etnica in tutto il MO atta a ridisegnare la cartina geopolitica dell'antica Sumeria. "Ho sempre pensato - dichiara nell'intervista Hersh - che Henry Kissinger fosse un disastro perché mente come la maggior parte della gente respira, e nella vita pubblica non si può avere una cosa del genere. Ma se questa volta in giro ci fosse Kissinger, in effetti io sarei sollevato, perché saprei che la follia sarebbe legata a qualche accordo petrolifero. Ma in questo caso, what you see is what you get [quello che vedi è quello che ottieni – espressione presa dal linguaggio dei computer NdT]. Questo tizio crede di stare facendo il lavoro di Dio."(1)

Secondo le parole di Hersh, dunque, potremo sentirci di escludere (seppure sarebbe un'azzardo di superficialità) l'ipotesi che il governo Usa, o chi esso possa rappresentare, stia conducendo una guerra in favore dell'egemonia sui giacimenti petroliferi iraqeni. Secondo molti, forse la maggior parte di coloro che si interrogano sui perché la guerra in Iraq (a quanto pare non Hersh), il motivo sarebbe legato alla ricchezza di greggio nel territorio dell'Iraq e come afferma l'ITIC (International Tax and Investment Centre): "dovrebbe continuare ad essere considerato
come una testa di ponte per eventuali espansioni ulteriori in Medioriente”. L'ITIC è considerata dal rapporto dell'ente di ricerca Platform titolato Truffa a mano armata" e pubblicato nel febbraio del 2006, come "una potentissima lobby di imprese che esercita pressioni sugli stati per l'approvazione di leggi in favore delle imprese e degli investimenti" (2). Da questo stesso rapporto si evince come la presa dei giacimenti petroliferi dell'Iraq porti ad un incremento del 30% della produzione mondiale di greggio con un evidente fattore benefico di scorte suppletive a livello mondiale del più importante fonte di energia mondiale. E tutto sarebbe ovviamente nelle mani e sotto l'egida di importanti compagnie petrolifere americane che, come tutti sappiamo, sono state tra i finanziatori della campagne elettorali dei G.W. Bush oltre che il forte legame tra gli interessi familiari di Bush senior che avrebbero interessi diretti negli affari legati al petrolio. Tutto, dunque, si potrebbe spiegare facilmente. Ovvero: le forzature che l'amministrazione Bush sta facendo, più o meno democraticamente, nel proprio paese per continuare una guerra in Iraq sono volte ad aprire questa "testa di ponte" per la conquista del petrolio mediorientale da parte delle maggiori multinazionali interessate nei grossi affari che si andranno a costituire, delle quali gli Usa e l'Inghilterra di Tony Blair (non ce la dimentichiamo!) sono direttamente interessati in "prima" persona. O almeno finora si è accertato che lo sia l'amministrazione statunitense "in prima persona" mentre quella inglese diciamo che lo faccia solo per interessi strategici nell'area.



"Costruiremo la democrazia."

Secondo Hersh "La vera cosa che ha in testa questo presidente è che vuole ridisegnare il Medio Oriente e farne un modello." Un modello democratico, dunque. Ma per il raggiungimento di tale scopo sembra che il governo Bush (a questo punto, vista l'ormai insanabile frattura con gli apparati democratici del paese e primi tra tutti il Congresso che ormai non ha più voce in capitolo nelle decisioni sulla guerra in Iraq) stia percorrendo la strada contraria in tal senso. Quanto testimonia Robert Dreyfus, giornalista a tutto campo nell'opinione pubblica americana ed autore del libro Devil's Game - how the united states helped unleash fondamentalist islam (Il gioco del diavolo - come gli Usa aiutano il proliferare del fondamentalismo islamico), è improntato ad evidenziare come l'appoggio politico/militare degli Stati Uniti verte verso la frazione più separatista dell'Iraq, rappresentata dai separatisti kurdi e il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (SCIRI). Dreyfus mette in risalto il fatto che "Si può dimostrare che la maggioranza degli iracheni, sia per le strade che in politica, compresi i membri del parlamento, crede in un Iraq unito con Baghdad come capitale".

Secondo Dreyfus, fra coloro che sostengono questa visione c’è la vasta maggioranza degli arabi sunniti, che non vogliono essere schiacciati dentro un “Sunnistan” povero di petrolio, e una maggioranza significativa di arabi sciiti, che sostengono il blocco di Muqtada al Sadr, e l’importante, ma solitamente ignorato, partito Fadhila (della virtù). Se messi insieme con il ceto medio, che va gradualmente diminuendo ma è ancora importante, e il blocco laico di elettori rappresentato dal partito di Iyad Allawi, i “nazionalisti” raggiungono o si avvicinano alla maggioranza in Parlamento. Se si conteggiano le forze extra-parlamentari, compresa la resistenza irachena a guida sunnita e alcuni combattenti sciiti che rifiutano con disprezzo il Parlamento, i nazionalisti hanno un'ampia maggioranza fra gli arabi iracheni.


Ed allora ci poniamo tre semplici domande: E' veramente sicuro che il petrolio stia finendo? Ed ancora: quali effetti avrebbero l'immissione del 30% in più sul mercato mondiale del petrolio sul prezzo dello stesso e quindi sugli affari delle grandi multinazionali del petrolio? Terza: "Per raggiungere il petrolio in Iraq sarebbe ideale avere un governo stabile in quel paese. Allora perché gli Stati Uniti cercano di destabilizzare l'area invece di stabilizzarla con la pace e la democrazia, a quanto pare, a portata di mano?

I dubbi sollevati da Hersh ed avallati dall'intervento di Dreyfus dimostrano di come sia controversa e complessa la motivazione che spinge i paesi occidentali a proseguire l'occupazione militare ed influenzare le vicende politiche di tutta l'aria del Medio Oriente che storicamente (o almeno per quel che riguarda la storia contemporanea dal dopoguerra ad oggi) è e rimane legata agli interessi strategici dell'elité di potere di Stati Uniti e GB.

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