giovedì 11 ottobre 2007

Democrazia del potere




pg scrive:




Ho letto sul sito dell'Ansa, della vittoria schiacciante del "no" da parte degli operai del protocollo sul welfare avvenuta negli stabilimenti della Fiat a Torino; quindi in aperto dissenso con gli orientamenti delle confederazioni sindacali. Contemporaneamente nella sede centrale della Fiom-Fim-Uilm a Roma, i leader dei metalmeccanici votavano invece "si". Ancora una volta si è creata una divergenza sostanziale tra chi è investito e ricopre ruoli e posizioni di potere e chi di questo potere ne ssubisce mestamente le scelte e deve inesorabilmente adeguarsi. In questa grande melassa che è la democrazia, ciascuna struttura di potere (politica, economica, finanziara-affaristica, di informazione, religiosa, militare) cerca di difendersi; perchè in fondo questa democrazia è sinonimo di difesa di posizioni corporativiste che garantiscono privilegi e rendite di potere da gestire. Quando in questo muro si aprono delle piccole crepe, prodotte da elementi che si insinuano come elementi " veramente" destabilizzanti, ecco che il muro miracolosamente e consapevolmente si ricompatta, e tutti a gridare "salviamo la democrazia": la loro democrazia, ovvero la democrazia del potere. Per Raskolnikov, "la società è fatta di uomini che hanno il potere, di uomini superiori che hanno solo diritti e non conoscono doveri, uomini per i quali la legge non ha valore semplicemente perchè essi stessi sono la legge".

3 commenti:

Lazarus ha detto...

Mi sono chiesto se per caso Noi in quanto una minoranza di persone che si pongono il problema del potere, ma anche in quanto maggioranza che il POTERE (a diversi livelli di intensità e dal grado di coinvolgimento) lo subiscono...se, forse, non abbiamo una visione un po' troppo ristretta delle cose...
Di una cosa siamo ormai certi: il principio del potere di esercitare un'egemonia è mutato e tende sempre più a diventare controllo. Questa tendenza è affermata da anni ed è in crescita esponenziale e laddove in passato abbiamo visto repressione, esercizio materiale della propria egemonia da parte del potere verso le forze contrarie a questo ordine di cose, oggi assistiamo invece ad un esercizio di manipolazione di quelle forze, ormai conclamato già storicamente e che vuole arrivare a diventare pratica diffusa nei diversi ambiti sociali nelle realtà sviluppate; d'altro canto diffondersi attraverso contesti geopolitici più "arretrati". Potremmo anche dire che non è essa una tendenza assoluta, ma semplicemente una tendenza ciclica in quanto possiamo identificare in altre epoche storiche la riproposizione di altrettante dianamiche (...). Ma mai il potere, soprattutto in Occidente, era riuscito a controllare così bene gli individui ed in maniera così totalizzante e tanto diffusa. E' ovvio che oggi il potere ha molti complici ed è forse questa la chiave del controllo. A me sembra che la forma più diretta verso la manipolazione di forze contrarie e al controllo di eventuali forme di reazione ad un sistema già da anni in via di strutturazione, oggi è rappresentato inequivobilmente dalla democrazia. Bush in Iraq vuole portare democrazia; quando ci sono contraddizioni interne ad un paese, come l'Italia ad esempio, i discorsi politici, come di sovente quelli del di Napolitano sono sempre improntati a "ricondurre tutti al dialogo democratico". Vuol dire: "Fine dei giochi, ora si ritorna a fare sul serio!" E' una tremenda stroncatura delle contraddizioni, la certezza che non vengano intaccate posizioni di dominanza rispetto a quelle che possiamo considerare subalterne. Ma, come detto in precedenza, dobbiamo chiederci per noi che cosa siano le cosiddette posizioni di subalternità perché come abbiamo imparato dalla recente storia, tutto il dibattito sull'esclusione di classe e sulle conquiste dei lavoratori è ampliamente manipolabile da quella che definiamo elité, ma che ha diversi livelli di accensione nella società. Come ad esempio i sindacati. Essi rappresentano ormai una garanzia per gli imprenditori e per i politici che detengono il controllo di un sistema-nazione, dell'immobilità della volontà dei lavoratori. Questa è democrazia (!): quella che abbiamo voluto; quella per cui si è combattuto e in gran parte si continua a combattere oggi. Ovvero, quando parliamo di rappresentanza parliamo di democrazia e laddove esiste in questa modalità la rappresentanza è sia manipolabile che strumentalizzabile. Si può dire che i termini di questo discorso siano ciclici e tornino ogni volta indietro per inseguirsi: esercizio del potere attraverso il controllo conduce ad una democratizzazione di tutti i settori della società che porta ad un capillare controllo di tutti i componenti sociali. Ed eccoci di nuovo punto e daccapo!

Il fatto è che da quando osservo questa realtà dei fatti, comincio a vedere un disegno globale sotto il quale si agita una complessità riflessa. Non ho intenzione certo di definire i contorni di un Grande Complotto che a parere mio, e proprio per la presenza di quelle feritoie nel controllo che storicamente e ciclicamente emergono, non sarebbe plausibile giustificare attraverso i parametri una realtà nota. Ma solamente di riflettere sulla possibilità che questo Controllo, che c'è e del quale abbiamo le prove tangibili, sia riconducibile ad una comunanza di intenti da parte delle diverse elité di potere globali. Alla fine mi chiedo semplicemente al di là di questi interessi nazionali, corporativi e di "casta" se esista o meno una "linea di condotta". Cioè, siamo sicuri che il capitalismo sia quello che ci appare da due secoli a questa parte e che esso sia il fine di questo "fare" globale? No, perché ho motivo di credere, ma più che altro è una mia sensazione, che la guerra in Iraq, ad esempio, sia uno di quegli eventi che non ha motivo di giustificarsi solamente con "l'affaire petrolio", ma forse paradossalmente che si avvicini maggiormente alla spiegazione ufficiale: "Porteremo la democrazia". Ho l'impressione che germi del futuro controllo o destino, a seconda della nostra visione, siano dettati da questa enorme operazione che va al di là del dispiegamento di forze militari; ma che ha coinvolto soprattutto la messa in campo di una costruzione ideologica operata dagli operatori dell'informazione. L'Iraq, come l'11 settembre o la Guerra Fredda, ha cambiato il modo di intendere le cose; ha modificato il modo di parlare di politica avallando, ad esempio, una "Ragion di Stato" rispetto ad una volontà popolare e persino rispetto ad un "comune buon senso delle armi": in questo è stata la testa di ponte per quello che potremmo definire un futuro modo di intendere il potere; una realtà di pensiero con la quale forse ancora non abbiamo fatto i conti. Ma ricordando la guerra di Korea, la guerra fredda e l'11 settembre per citare eventi arcinoti con i quali possiamo paragonare il conflitto (di chi? contro chi?) iraqueno, forse è il solito modello, la solita "macchinetta" che si ripete: lo Stato interviene militarmente mentre le sue popolazioni contestano le politiche estere dei propri governi. Una riproposizione paranoica della macchina, ma che, a questo punto, sta scaturendo in una paranoizzazione dell'immaginario collettivo; che non sa più che parole usare per definire questo film proiettato di nuovo nella nostra quotidianità.

Giovanni ha detto...

Nelle righe che seguono, delle mie brevissime considerazioni sulla "immutabilità democratica".

Tra le pieghe degli Stati Nazionali, quello che, in più occasioni, mi è piaciuto definire status quo, si è mantenuto, si sta sostenendo, e si preserverà attraverso una dinamica, per così dire, di auto-consistenza. Il sistema in esame, cioè, trova al suo interno il modo e la maniera di reagire alle spinte a ai venti di de-stabilizzazione che si paventano dal basso.

In Italia, ad esempio, il Partito Comunista Italiano (PCI) -unitamente alle organizzazioni sindacali- ha rappresentato uno dei vettori delle esigenze di stabilizzazione del Paese. Il PCI, nei fatti, prendendo le distanze dai brigatisti rossi e dal movimento che animava i centri culturali nel corso del 77, ha tenuto bordone -coronando il suo capolavoro di reazione alle richieste di rinnovamento nel compromesso storico- alla organizzazione "democratica" dello Stato.

Prendendo in esame la realtà dei giorni nostri, il fenomeno Beppe Grillo sta assolvendo, in qualche maniera, ad una funzione di ammortizzatore sociale, che nelle sue adunate nelle piazze virtuali e reali catalizza le tensioni e il malcontento di una certa fetta dell a popolazione, che in assenza di bacini alternativi potrebbe far defluire e sfociare la protesta secondo canoni non propriamente democratici. In buona sostanza, è o non è Grillo ed il medium che egli utilizza una pedina sullo scacchiere globale, un prodotto che si annida in quelle feritoie a cui Toni fa riferimento? La risposta è, certamente, positiva; quelle feritoie sono crate ad hoc. L'autoconsistenza di cui prima.

Toni ha detto...

No, non penso che Grillo ed il sistema dei blog sia parte di un "complotto", sarebbe assurdo pensarlo! (anche se nulla può considerarsi tale...). Il movimento di Beppe Grillo mi sembra evidente che sia nato da un'iniziativa popolare e proprio questo forse rappresenta il suo più grande limite (...). Sull'argomento vorrei ritornare nel blog...

Quello che tu definisci "autoconsistenza" non è altro che un fenomeno di riequilibrio proprio dei sistemi meccanici di cui facciamo parte e che mai riusciremo a controllare come massa perché è ovvio che questi sistemi non sono contrallabili dal basso.

Quando ho parlato di feritoie mi riferivo a quegli spazi all'interno del controllo che si aprono per chi vuole e sa coglierli. All'interno di questi spazi, può germinare una nuova libertà. Ma ad un certo punto questi spazi finiscono e nel percorso di chi sta cercando di trovare "risposte" si ricade nella griglia. Perché la griglia è ovunque...Per adesso siamo costretti a muoverci solo in quegli spazi, cercando di opporci a modo nostro a quella "autoconsistenza". Quando sapremo trovare nuove strade potremo disporre di nuove prospettive ed avremo le idee più chiare tali da poter scorgere forse qualche cosa di più.