martedì 20 novembre 2007

Che tenerezza

Stasera l'aria è fresca, cantava Goran Kuzminac. E ancora, potrebbero venirmi dei pensieri, o qualcosa del genere. Sono appena uscito da una birreria del centro. Mi sono fatto a Tennent's ed occhi neri e capelli ricci di una bellissima madonna che era seduta di fronte a me. La sciarpa multicolore indossata senza cappotto, le dita che sottolineavano opinioni contrastanti. Poi, di improvviso mi ha lasciato. Io, il mio bicchiere mezzo vuoto, e un gatto nero che cercava frammenti di vita tra le gambe traballanti di un tavolo intriso di fumo, di alcool, e di tacchi che vi hanno provato a danzare il ballo lento dell'ultima sera di libertà. Leggo il fondo del Corriere di oggi. Parla del Cavaliere. Berlusconi mi fa tenerezza. Negli anni in cui mi apprestavo a seguire il gesso che disegnava superfici e descriveva hamiltoniane, l'ho odiato, dal profondo. Oggi, sotto questa luna congelata dai pezzi di ghiaccio che risalgono, facendo dispetto alla gravità, dalle colline e dalle montagne della Terra, il Cavaliere mi fa tenerezza. Una tenerezza sincera. Di quelle che si prova verso chi è solo e indifeso. Tutti paiono abbandonarlo e segnarlo con l'indice. I fascisti, che lui ha emancipato dalle fogne, i registi che nemmeno la più scalcagnata tra le reti locali avrebbe distribuito, gli scrittori che nemmeno i mattinali della questura avrebbero annoverato tra le loro pagine. Alle volte, mi viene in mente un vecchio adagio che vuole il bene perso tra le pieghe della memoria e il male impresso indelebilmente. Il Cavaliere ha accolto tutti nel suo grembo. Stalinisti pentiti, craxiani derelitti, democristiani miscredenti, liberali improvvisati, fascisti democratizzati a cui la giacchetta fa difetto sulla spalla, ex lottatori continui dal grilletto e dalla spranga facili, soubrette pronte per la pensione o per il ruolo di maitresse in qualche bordello televisivo, critici d'arte schizoidi.
Tra il rosso dei capelli di una donna in lontananza, e della tessera che custodisco nel portafoglio, chiaramente dalla parte del cuore -avrebbe detto il cantante di Correggio, riconosco il comunismo, l'ecumenismo di quest'uomo dai capelli oramai più lunghi dei miei. E penso che se un giorno hai arruolato tra i gendarmi delle stalle della tua modesta casa un capomandamento, lo hai fatto solo per evitare che i tuoi adorati figlioletti venissero incapucciati e rinchiusi in una baita di montagna da qualche comunista mangiapreti. Chi di noi non lo avrebbe fatto? Chi di noi non avrebbe chiesto consiglio a qualche mammasantissima anzichè alle forze di pubblica sicurezza? Ci hai insegnato l'arte di arrangiarsi, quella vera. Corrompere gli uomini dalle divise grigie e dalle fiamme gialle sul berretto, ricoprire di banconote di vario taglio l'ermellino della toga dei giudici severi. Tanto la legge è uguale per tutti, ma per alcuni è sempre più uguale. E che dire dei pomeriggi che ci hai fatto trascorrere davanti alle trasmissioni in cui le ambre di turno si diemenavano, lolite pruriginose, facendo intravedere mutandine e reggiseno? Questo popolo di falegnami del sesso, antenati della platea dei saranno famosi, ti hanno eletto a paladino, non lasciandoti da solo sulle rive del fiume di parole che tutti gli altri sono capaci di riversare contro di te e quello che sei stato capace di creare. Certo qualcuno, il travaglio di turno, dirà che lo hai fatto con l'aiuto di qualche loggia, di qualche socialista milanese. Sono solo calunnie, strali dell'invidia di chi, ah meschino, non riesce a vedere oltre i suoi milleuromensilinoncelasifaadarrivareallaquartasettimana. Riconoscenti ti saranno le vecchiette che hai anestetizzato con le telenovelas del pomeriggio, le casalinghe che hai frustrato con le centovetrine del corso di canilecinque -come dicono i detrattori che si firmano sul mucchio selvaggio della musica italiana-gli eiaculatori precoci che hai generato con le tettute e scosciate starlette del second time e della domenica pomeriggio. Lasciali tutti parlare. Solo invidia, fiamme che brucianio sotto la cenere. Il tempo ti darà ragione. Ah, se ti darà ragione. E sotto villa san martino, un esercito di profughi albanesi chiederà di entrare per giocare alla ruota della fortuna per cercar di vincere un giro nel mausoleo pensato dall'insigne maestro cascella. E io tra di loro, come uno qualunque della folla, vorrò vedere, ansioso come una vergine alla prima notte di nozze, il letto di granito ove sarai in eterno.

Oramai è mattina. Le campane della chiesa battono le otto. Trafelato scendo per le scale, saluto la mia vicina di casa che torna dal mercato, la sporta piena di arance e pane fresco. Macchine in fila al semaforo ad attendere il momemto di passare. La rugiada sui petali della tua bocca, e madonna come sono sdolcinato, evapora facendosi fiato che mi urla viva questo e abbasso quest'altro. Chiuso nel traffico di città. Uno zingaro mi chiede qualche spicciolo e la cortesia di non fare di tutta l'erba un sol fascio. Il fascio, si. Purtroppo, qui non ce ne siamo mai liberati. Serpente di traffico annoiato, vipera che sputa catene di ottani e carati di oro nero. Proseguo a passo d'uomo. Un autobus mi passa accanto. Scorgo all'interno persone sedute, altre vicino ai vetri, altre che animosamente parlano fra loro. Una mamma tiene in braccio una bimba, ricci biondi e occhi azzurri. Le faccio una boccaccia, lei divertita mi sorride, poi si gira e posa la guancia sulla spalla materna. Dormirà fino al capolinea, o fisserà con quei suoi occhioni tutta la gente di questo pullmann di città. Lei ancora incosciente di quel che sarà. Questa bimbetta mi ha fatto tenerezza. Accidenti, devo stare attento acchè il mio cuore non diventi troppo tenero. Ma poi che male ci sarebbe. Qualcuno un tempo, in una isola lontana disse che bisogna esseere duri senza perdere la tenerezza.

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