domenica 9 dicembre 2007

Il ritorno

San Nicola. Cielo terso d'inverno, aghi di freddo pungente che si spezzano al contatto con la nostra pelle inspessita dagli anni che ci ha visto lontani ed estranei, altri l'uno rispetto all'altro. Seguo i fili delle nostre strade, diverse, tento di farli intersecare di nuovo; per un attimo vi riesco, li avvolgo attorno alle mie dita secche ed incerte. Mi sfuggono, poi, di mano. Dalla mia finestra li seguo dipanarsi sotto le stesse luci che ci videro bambini e poi fanciulli, per poi arrivare alla tua stanza, fino ad oggi ancora vuota. Ti trovano raggomitolato sulle tue sciarpe e sulle tute da calciatore in erba.
Lontano dall'acciaio dei reclusi e degli ultimi, vegliato dallo sguardo materno, ti siano da conforto e riscatto le parole e le frasi non dette di chi ha portato con sé nel mondo il ricordo di tanti palloni scagliati contro le saracinesche appena dipinte, di tanti pomeriggi di pioggia passati ad aspettare il sole di mezzanotte, del mare fuoriporta.
San Nicola. Cielo stellato d'inverno, aghi di freddo pungente ridotti a dei punti, le loro crune. Dal balcone di fronte, quei fili di ritorno tra le mie dita. La luce è poca, fioca. Mi sforzo di vedere, di guardare. Insisto. Prima che la campana annunci il nuovo giorno, vi riesco. Ogni cruna è trapassata dal filo giusto.
Sant'Ambrogio. Riposa. Dormi pure. Il giorno è ancora lungo. Ma non temere, che preconcetti e maldicenze nella cruna dell'ago non ci passano.

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