sabato 20 gennaio 2007

Assediati

L'assenza e' un assedio
(Piero Ciampi)

Tutti domandano di te. Sono in agguato. Aspettano.
Attendono, finalmente, una notizia. Per stringerla tra i ferri del taglia e cuci meschino e borghese, per darla in pasto alle sarte della chiacchiera, e farla sferragliare al ritmo serrato del ricamo del pettegolezzo.
Certo, non potevi essere che tu. Con quella nostalgia che si lascia pudicamente scorgere tra una citazione di Pasolini ed un verso d Tenco. Con quella malinconia che colora il tuo volto e si specchia nei tuoi occhi belli, e mai invadente, rende meno banale ogni tuo sorriso e meno salate tutte le tue lacrime.
Soddisfatto il mondo nel sapere che quelle che come te, quelli come noi, pessimisti al punto da dare fastidio a chi riesce a godersi la vita, non possono essere che destinati a trovare in un buco la consolazione che non siamo riusciti ad esaudire ad oriente e nelle facce della gente. La gente che ci guarda. Ci legge negli occhi che siamo finiti, oramai. Loro no. Destinati a compiacersi nel mondo e nella sua corruzione.
Noi. Egoisti, presuntuosi, permalosi, schifosamente puri di una purezza sporca di urina, di sperma, di liquido mestruale, di sputo, di vomito, e di liquori andati a male.
Hanno domandato di te. Non ho evaso le loro domande.
Ad ogni pugno che i nostri stanchi corpi dovranno ricevere, noi saremo pronti a reagire. Alzando il pugno sinistro. Pateticamente. Nostalgicamente. Come mi insegnasti tu, in una di quelle sere in cui condividevamo il sonno e le benzodiazepine, e un disco si incantava sulla voce di Piero Ciampi.
Se tu fossi ancora qui, guarderei in uno di quei buchi da tossica, e ci vedrei tutto il tuo amore. Invece sono qui, ad assistere allo stanco ripertersi dei gesti di chi si vuol convincere che nella vita ci sono dei compiti da assolvere, e delle pratiche da sbrigare. Muovetevi, affrettatevi.
Se tu fossi ancora qui, come dicevi tu masticando un arrabbiato Vian, andremmo a sputare sulle loro tombe.

Dal barbiere Salvatore

Al sabato mattina, quando l'aria della fabbrica è intrisa dell'odore di grasso rappreso sulla catena di montaggio ferma, e i banchi della frutta del mercato sono presi d'assalto da impiegati che si improvvisano a fare la spesa, il salone del barbiere è sempre molto affollato.
Da una certa ora in poi, tutti i personaggi del quartiere vi si cominciano a radunare, come se tutto fosse stabilito da un codice di appuntamenti mai scritto.
Salvatore sta facendo la barba ad un signore che ad occhio e croce avrà una sessantina d'anni. Il "mastro" , le gambe divaricate, il rasoio stretto tra le prime due dita della mano destra mentre le altre sono lasciate libere di rimanere per aria, fa scorrere la lama lungo la pelle bruna e tesa dell'uomo. Durante la giornata ne seguiranno molti altri, e la lametta esplorerà ora pelli ruvide come carta-vetro, ora guance morbide come il sederino di un bimbo di pochi anni.
Il salone è pervaso dagli odori di dopobarba, quelli di colore giallo contenuti nella boccetta con lo spruzzatore arancione, di cipria e di gel al cocco per capelli ribelli. L'atmosfera si impregna di rumori prodotti dalle voci di Spaghetto, storico tossicomane della Piana del Sele e di Tommasino, ultras mai pentito. I due si rimproverano a vicenda le loro fedi calcistiche, i loro credo politici, ed è tutto un susseguirsi di saluti romani, di pugni chiusi alzati, di cori curvaioli, di inni a Benito a destra, e a Baffone a sinistra.
Otto o nove persone siedono sulle poltroncine di finta pelle rossa, di quella che nei giorni di estate pieni di zanzare e grondanti umidità e sbuffi per il caldo, ti si appiccica al culo. Tra uno sguardo all'ultimo numero di Cronaca Vera, e una lettura della prima pagina del quotidiano rosa, si godono lo spettacolo. Vi prende parte pure Salvatore, che agita il rasoio con il quale disegna nell'aria una serie di circonferenze per sostenere le sue strane tesi sul movimento dei taxisti, dei panificatori, sulle paure dei farmacisti che temono di vedere trasformato il loro camice in un grembiule da pizzicagnolo. I tre intranittori estemporanei si guardano. Tacciono per un istante. E' il momento del caffé.
Tommasino mette la mano nella tasca destra dei suoi pantaloni, e tira fuori un telefono cellulare del quattro, come si dice da queste parti. Chiama il bar più vicino. Dopo qualche minuto, si vede arrivare un ragazzo con i capelli neri, gli occhi piccoli, che camminando come cammina chi ha giocato a pallone per molto tempo, porta un vassoio in braccio. E' il giovane del bar. Qui tutti lo chiamano Perry Nason, per un suo particolare anatomico importante, e perchè, a tempo perso, studia legge.
Ognuno accorre al vassoio appoggiato sul pianale di marmo accanto alle confezioni da schiuma da barba, alle lozioni per capelli deboli, agli stracci bagnati con i quali Salvatore pulisce i lavandini.
Il signore bruno si discosta dallo schienale della poltrona e facendo perno sulle braccia si tira su per stare più comodo. Libera il bicchierino di plastica dalla pellicola di alluminio che lo copre e manda giù il caffè. Mentre sorseggia guarda nello specchio che ha di fronte per vedere cosa c'è alle sue spalle.
Solo una poltronicina in finta pelle rossa. Vuota. Una volta, al sabato mattina, vi sedeva un ragazzo con i capelli legati nell'attesa che Salvatore gli dicesse che era il suo turno.

Stelle filanti

Dalla finestra della camera da letto si vedono saette che danzano al ritmo dei tuoni. L'aria rarefatta si comprime e si espande.
A pensarci bene, i fulmini, i lampi, disegnano nel cielo delle traiettorie che assomigliano a degli alberi con il fusto molto sottile, con lo stesso spessore dei rami.
Giada immagina di appendervi foglie di alloro, di basilico, di menta anche, così da poterne sentire l'odore umido durante i temporali.
Oppure, pensa che, in fondo, potrebbe cavalcarli quei serpenti elettrici, e da uno scivolare sull'altro che dal primo si ramifica. Qualcuno, da una casa lontana ma non troppo, riuscerebbe a scorgere una nuvola bionda rimbalzare da un lampo all'altro. Un folletto, una bimba ignorante di quello che il futuro le riserverà. Questo tornerebbe ad essere giocando con i fulmini e con i tuoni.

La pioggia, incessantemente, batte sui vetri della finestra-balcone di Giada. Il rumore delle gocce, quello sordo di una fontana la cui acqua laverà il viso di chi si appresta a montare il turno delle sei, la riportano nella sua stanza.
Contro le pareti. Il manifesto di un guerrigliero barbuto, la gigantografia della donna che scrisse del volo di una farfalla, e il ritratto di una madonna bruna. Giada si volta sul fianco destro. Si raggomitola su se stessa per impedire che il calore di quei pensieri fugga via per sempre.
Tiene gli occhi aperti e rivolge lo sguardo verso la sua scrivania. Vi vede tutte le cose che hanno scandito la sua vita fino a questo momento. Libri. Molti. Dai titoli singolari. Stato e rivoluzione. Il cinema dei formalisti russi. Dischi. Parecchi. Belli, bellissimi. Da Gaber a Guccini, passando per Claudio Lolli fino ad arrivare a Lalli. Medicine. Troppe. Antidepressivi. Ansioltici. Metadone. Fotografie. Una sola . Lei insieme ad una persona, nel giorno in cui si festeggia il lavoro, i cui controni appaiono sfocati. Ingoia amaro. Si volta dall'altra parte e richiude gli occhi. Stringe forte le palbebre. Vede tante stelle fillanti colorate. Come quelle che i bimbi, quand' è Carnevale, disperdono intorno soffiandoci dentro. I nastri colorati si intrecciano fra loro, si abbracciano a formare come delle ics multicolore, per poi separarsi e confondersi con i rami dei fulmini nel cielo.

E' giorno, dunque. Giada corre alla finestra per guardare le persone che tra un poco popoleranno il cortile. Pronte a percorrere la strada di ogni giorno. Cosa pensa tutta questa gente che stancamente ripete la vita di sempre? Questi uomini, queste donne che conducono per mano i loro bimbi. Questi uomini, queste donne che siederanno dietro un vetro per dare informazioni, per compilare stampati, per rispondere al telefono. Chissà cosa pensano mentre sono intenti a sembrare felici, a dissimulare la loro insoddisfazione. Chissà , se passandosi una mano fra i capelli, sono ancora capaci di trovarvi una stella filante colorata.

Lontano, sui binari

Il treno ha lasciato la stazione da pochi istanti. Nell'aria sono rimaste solo le scintille prodotte dal pantografo. Lontano, lungo i binari si intravede la sagoma dell'ultimo vagone pronto a fermarsi alla prossima stazione. Fra un minuto, tutto scomparirà, inghiottito dalla distanza. Lo sferragliare delle carrozze sui binari andrà a fare compagnia alle note disperse dalle radio attorno e alle briciole di fuoco della linea elettrica.
Aspettano il treno di dopo, sedute su una panchina in legno, delle giovani donne alle prese con i loro amori telefonici e le dispute sul cinema del sabato sera. Tra le gambe di una di loro, estranea a quel fitto inciuciare, una ferita aperta brucia ancora, e a nulla servono gli sforzi che ne vorrebbero bloccare le mille piastrine impazzite. Il tempo sigillerà con una cicatrice tutto quello che nessun uomo è riuscito a curare. Invano Giada aveva cercato di salvare il privato con il politiico. Ora, mentre il sangue cola tra le sue cosce, molti randagi leccano le gocce che quella piaga continua a stillare lungo le strade del mondo. E' tutta una questione di prospettive, pensava Giada alla fermata del treno. Ognuno trasforma il prorprio dolore alla sua maniera. Lei lo ha trasformato in sangue vivo con cui nutre chi stenta a campare e a vedere il nuovo giorno. Qualche altro lo trasforma in cattiveria colpendo i compagni e i fratelli alle spalle.
Una volta ci guardavamo negli occhi. Ed avevamo gli occhi belli, cantava il poeta.
Se tu fossi qui, non cercherei di medicare la tua ferita, ma mi basterebbe tenerti la mano per arginare il fiume in piena che vedresti nei miei occhi.

In un giorno qualunque

Il vestito buono indossato per la festa, dalle chiese vedo uscire borsette ciondolanti da polsi avvinti da bracciali di bigiotteria, qualche spicciolo lasciato cadere distrattamente nel cappello del mendicante seduto sul marmo freddo. La domenica della buona gente è sempre uguale a se stessa. I giornali sottobraccio percorrono l'andata e il ritorno della promenade cittadina, costeggiata da centri commerciali serrati sui cui muri rimbalzano le note, suonate da un complesso che si esibisce per il sessantesimo anniversario della regione, e la luce del pallido sole di mezzogiorno.
Seduto su una panchina di legno, mi convinco che il tempo si lasci ingannare dai miei tentativi di mantenermi impegnato, e leggo di finanziarie da approvare, di scaloni da abbattere, di ferie da scaglionare, di missioni in terre lontane. Di tanto in tanto, alzo lo sguardo e mi vedo riflesso nelle ante della vetrina di fronte. La mia figura, le gambe accavallate, si incastra a perfezione tra un manichino che indossa un gessato ed un altro vestito a tinta unita. In quest'uomo seduto a leggere un quotidiano italiano, vi scorgo il surrogato della persona che fu qualche mese fa.
Difficile persuadersi del fatto che ogni giorno sia divenuto identico al precedente, e rassegnarsi alla certezza che sarà uguale a quello che verrà. Impossibile non pensare ai versi di una canzone di Luigi Tenco:

Un giorno dopo l'altro
il tempo se ne va
le strade sempre uguali,
le stesse case.

Richiuso il giornale sulle pagine che riportano un pezzo dedicato a Pier Paolo Pasolini, mi incammino verso la stazione centrale della ferrovia . Incrocio un gruppo di punkabbestia, dal quale si distacca una ragazza. E' bionda con la cresta rossa ed indossa una felpa di un gruppo metal. Venendomi incontro mi chiede qualche spicciolo. La guardo. Al collo porta un ciondolo con il segno di divieto tracciato sulla svastica. Affondo la mano sinistra nella tasca dei miei pantaloni, e ne estraggo una montagna di monete, che riverso nelle sue mani. Mi saluta. Se ne va. Proseguo, e canto a bassa voce

Un giorno dopo l'altro
e tutto e' come prima
un passo dopo l'altro,
la stessa vita.
E gli occhi intorno cercano
quell'avvenire che avevano sognato
ma i sogni sono ancora sogni
e l'avvenire e' ormai quasi passato.

Mi fermo per lasciare passare il tram numero dieci diretto ad Ahlem, la città del pifferaio magico.
Qualcosa di istintivo mi porta a toccare laddove ci sono la tasche superiori della mia giacca di jeans blu chiaro. Frugandovi, vi trovo un sacchetto viola tenuto chiuso da una cordicella bianca. Al suo interno, un Buddha in un prisma di vetro. Una cara persona me ne fece dono tornando dal Giappone. Molti, troppi ricordi che mi sforzo di mettere a fuoco. Tutto, però, sembra contrarsi in un punto lontano. Tutto, però, sembra perdere di consistenza. Oramai, come diceva il cantante

La nave ha già lasciato il porto
e dalla riva sembra un punto lontano
qualcuno anche questa sera
torna deluso a casa piano piano.
Un giorno dopo l'altro
la vita se ne va
e la speranza ormai e' un'abitudine.