sabato 24 febbraio 2007

La ballata di Eli


Eli sta per Elian, israeliano non ebraico, laico. Elicotterista a 19 anni, tre anni di militare tra le bombe, quelle vere; due anni di lavori saltuari. Poi Londra per quattro mesi ed ora qui a Firenze per vivere, conoscere e meravigliarsi. Eli è venuto per riprendere ossigeno e cercare lavoro. "If i find the job...Fucker Mother! Florence is very nice only for the tourist". Ha vissuto dieci giorni nella speranza di trovare un lavoro che avrebbe potuto prolungarne la sua permanenza. Ha viaggiato per l'Europa con in tasca pochi soldi ed il sogno di una macchina fotografica digitale, per fissare le bellezze che man mano si lasciava alle spalle. Dopo pochi giorni con me ha imparato subito a parlare un inglese "spicciolo": forme verbali semplici, parole sempre le stesse: altrimenti non capivo. Ciò ci ha permesso per alcuni giorni di comunicare. Ma a farla da padrone è stato il non verbale, il non dicibile. Così in piazza della Signoria, l'altra sera, mentre un violino suonava nella semioscurità dei pochi lampioni accesi noi dicevamo poche parole, ci scambiavamo molti sguardi, con i quali ci venivano sentenze, giudizi. Ammirare per poi mozzicare qualche parola di incredulità di fronte alla bellezza delle statue in marmo, delle loro scene scabrose, pagane. Della maestosità di facciata di Palazzo Vecchio, fatto di quel brullo marrone, di quella sensazione di caduta imminente. "The tower is near...": la torre è vicina, dissi, passandoci sotto ed ancora quella facciata scoscesa e che sembra levigata nella pietra di una roccia: perfetta, monumentale. La torre viene verso di noi, il vertice sembra abbassarsi oppure schiacchiarci. "Che sera quella sera!" sentivo cantare...Poche parole, mal dette. Intensità di sguardi, di sorrisi, di "all right" tanti e tali da far resuscitare vecchi amici sepolti, in quel momento dimenticati. "I nostri popoli sono vicini (sempre e solo "near"!), gli dicevo spesso quando mi spiegava le tradizioni delle famiglie di Gerusalemme, il sesso e le ragazze; oppure la paura di un disastro imminente impresso in quegli occhi. Flussi di disperazione mi arrivavano dal fronte arabo-palestinese, e un senso d'incertezza proprio di chi non sa che sarà domani. Sud, pensavo: speranza di arrivare a domani. Forzatura, certo, a specchiarsi in Chi, come Eli, ha vissuto e vive la guerra sulla sua pelle non ha eguali se non i suoi simili nel mondo. Chi come Eli ha pilotato elicotteri che sganciano soldati di morte; chi come lui, distrutto da una perdita causata dalla deflagrazione di una bomba in un centro commerciale o in un caffè. Quella sera ero senza parole: le statue, la musica, il cielo che prometteva pioggia. "Sai cosa significa non sapere niente di cosa sarà domani, neanche se esisti?" disse. "Si, lo so". Da una parte il suo terrore, nel ricordo vivo della follia, della morte; dall'altra, incredulità ed inquietudine. Due esistenze per un attimo a contatto. Firenze è bella, la guerra è morte, Dio non è un giusto giudice, non esiste! Esistono solo gli splendidi marmi raffiguranti scene incentuose o grandi capi militari e prodi scrittori e letterati raffigurati nei più svariati modi. Solo musica e violini e barlumi di luminosità e piazze calde dove ti ci puoi adagiare sotto un cielo di nuvole gonfie e minacciose. Il dopo non c'è, ci coglie di sorpresa alle spalle. Foglie al vento, rami secchi da tagliare: definizioni astruse. Chi mai ci libererà dal male.