martedì 20 marzo 2007

La linea della fermezza.

Contestualmente alla liberazione del giornalista de "La Repubblica", Daniele Mastrogiacomo, e´spuntato qualche stravagante commento sulla linea della fermezza, seguita dal Partito Comunista Italiano, nel corso dei tragici giorni della prigionia dell´onorevole Aldo Moro.

Non e´mia intenzione levare gli scudi in difesa delle scelte della allora classe dirigente comunista, ne´ tantomeno condannare chi, durante quelle ore, scelse di non trattare con i brigatisti rossi comandati da Mario Moretti.
Tutto dipende dal sistema di riferimento adottato per "giudicare" le mosse degli uomini del PCI. Cerchero´di guardare e di vedere attraverso l´ottica di Enrico Berlinguer. Cio´che fu detto e che fu messo in atto dai comunisti italiani in merito al rapimento Moro, appare quanto mai autoconsistente e coerente; segnatamente con la politica di compromesso (storico) a cui si pervenne con l´altra grande forza popolare italiana, la Democrazia Cristiana, al fine di blindare l´assetto democratico italiano contro il piombo di quegli anni. Non solo. Il segretario del piu´importante partito comunista occidentale intese lanciare un segnale verso quel sentimento che nel nostro Paese, antistoricamente ancora oggi, e´viscerale: l´anticomunismo. Porsi come difensori dello stato democratico e fieri memici di un terrorismo rosso e sanguinario, aveva per Belinguer un significato essenziale. Tale posizione avrebbe consentito al PCI di configurarsi come partito di massa approdato ad una sponda realmemte democratica, e avrebbe potuto garantire ai comunisti un ruolo rilevante nelle scelte di programmazione economica e finanziaria in seno ai governi in senso realmente riformista e social-democratico, consentendo all´Italia di compiersi in quella democrazia pensata e progettata nella Carta Costituzionale nata dalla Resistenza.