giovedì 5 aprile 2007

Da Feltrinelli

Di seguito un articolo scritto da Massimo Del Papa. Il pezzo, apparso sulla versione on-line del periodico musicale Il Mucchio Selvaggio, illustra come la media e grossa distribuzione possa giocare un ruolo determinante ai fini della diffusione di quelle idee e di quegli scritti in grado di veicolare una informazione alternativa a quella fornita dalla editoria allineata e coperta.


Feltrinelli, quella risposta che non c'è

Feltrinelli, quella risposta che non c'è

La faccenda sta girando in queste ore: appresa l'esistenza, nel numero appena pubblicato, di una inchiesta sulle critiche condizioni di lavoro all'interno della catena “Feltrinelli”, il prestigioso marchio editoriale ha reagito rimuovendo il Mucchio dai suoi scaffali e cancellando alcune presentazioni del giornale già fissate a Milano e Roma. La tesi di fondo, sviluppata dal direttore Stéfani (mentre chi scrive ha proposto, di spalla, un servizio generale sull'attuale situazione del precariato in Europa e in Italia), è che questo nome storico della cultura si è ormai, come altri, managerializzato, dal che consegue lo sfruttamento più o meno sistematico di chi per questo nome a vario titolo lavora.

La reazione fulminea di Feltrinelli ha avuto in sé qualcosa di paranoico e di paradigmatico insieme: vorrei dire di manageriale. Personalmente non credo che nel sancta sanctorum di Feltrinelli si siano stracciati le vesti: più verosimilmente, si sono limitati a depennare una rivista caduta in disgrazia, con gelido e pavloviano approccio manageriale: il che significa pragmatico, acritico, impersonale.

La situazione, naturalmente, travalica l'ambito ristretto della vicenda in questione per sconfinare nel rapporto, a tutt'oggi mai precisato nei suoi limiti e confini, fra cultura e gestione della stessa. Naturalmente, dati i tempi, l'evoluzione dell'economia, la vittoria della democrazia sul comunismo e, in parallelo (ma non automaticamente!), l'affermarsi della dinamica di mercato, non sarebbe pensabile gestire realtà culturali-editoriali-commerciali fattesi così complesse senza un approccio tecnico-scientifico adeguato; il problema sorge quando l'area delle decisioni invade la sostanza dell'oggetto deciso, ovvero della merce trattata, che nello specifico è merce culturale. In un caso come questo, riemerge in tutta la sua urgenza la necessità di stabilire freni ragionati, meditati, ma fermi, tra ciò che viene trattato e le figure che, salendo di sovrastruttura, lo trattano.

Più nello specifico, non è vero che ogni merce sia fungibile ai fini del mercato, e che ogni manager (qualsiasi cosa questa categoria ormai inflazionata significhi oggi) sia di per sé competente a maneggiare qualsivoglia tipo di prodotto. Non stiamo ad allungare il brodo con il solito dramma dei vincoli imposti ad un foglio considerato come dissidente, perchè di questo passo si finisce senza scampo nell'autocompiacimento del vittimismo, del martirologio, della censura subita, degli eretici di professione. Ciascuno tragga le conseguenze che crede di fronte a una situazione come questa che ci riguarda: a noi basta, qui, fermare che rimuovere una rivista che si occupa di attualità, cronaca, manifestazioni legate all'arte e alla cultura, non è (non può essere) come eliminare dal catalogo una marca d'acqua minerale o di telefonini. Non solo perchè si investe il delicato, fragile - per consistenza e per resistenza - ambito delle opinioni espresse. Ma anche, e forse principalmente, perchè un veicolo in senso lato culturale negato equivale a una censura non tanto su chi la subisce: ma su chi fruisce abitualmente di quel veicolo, e non può più trovarlo in quella sede. Feltrinelli avrebbe potuto mandare una nota di protesta o di precisazione o di risposta agli assunti nell'inchiesta; avrebbe potuto anche invitare i rappresentanti della rivista a un confronto pubblico, magari in loco, magari per smentire coi fatti quanto affermato nel servizio “incriminato”: che nessuna di queste opzioni siano state adottate, qualcosa vorrà dire: anche su questo, lasciamo l'interpretazione a chi legge (anzi, non legge più).

Un'altra cosa, infine, va fermata, per amore di verità e per il rispetto che si deve alle parole. Qualcuno ha sostenuto che la scelta di Feltrinelli di rimuovere un giornale fattosi sgradito è una scelta pienamente democratica e come tale da rispettare: e, fino a qui, siamo nel campo della tautologia, che non viaggia mai sgravata dalla soma della banalità: a casa sua, ciascuno fa quello che crede. Il discorso, però, non sta più in piedi se, in esso, si contesta una matrice censoria: questa matrice c'è. Perchè un conto è rifiutare una testata dall'inizio, in quanto incompatibile con il ventaglio ideologico e culturale normalmente offerto (che in Feltrinelli è praticamente onnicomprensivo); un altro conto è rimuoverla di punto in bianco, quella testata, per fatto personale. Se non è censura questa, non so che cos'altro lo sia.

Massimo Del Papa