giovedì 10 maggio 2007

Un borghese piccolo piccolo


Qualche sera fa ho (ri)visto Un borghese piccolo piccolo, pellicola del 1977 diretta da Mario Monicelli. L´attore protagonista e´ Alberto Sordi, nei panni di Giovanni Vivaldi, impiegato dello Stato. Il Vivaldi da´ fondo a tutte le sue risorse per raccomandare suo figlio Mario in vista di un mega concorso per entrare al ministero dove egli stesso lavora. Giovanni, iscrivendosi ad una loggia massonica di periferia, riesce nel suo intento.
E´ mattina. Mario , insieme a suo padre, sta recandosi a sostenere l´esame scritto; un colpo esploso nel mucchio da uno dei componenti di una banda di rapinatori lo colpisce: il giovane muore. Sordi-Vivaldi decide di farsi giustizia da se´; cosi´, pedina l´assassino di suo figlio, lo rapisce, e lo rinchiude nella sua casa di campagna, dove lo vedra´ morire a causa delle ferite infertegli al momento del sequestro.

Vincenzo Cerami
, autore del romanzo da cui il film e´ tratto, osserva che il comportamento di Giovanni Vivaldi rappresenta la manifestazione di una ben precisa forma di violenza: la violenza culturale. Una tale forma di violenza e´, in principio, connaturata ad una varieta´ piu´ o meno ampia di individui. In particolare a quelle classi sociali cui la storia permette solo ed esclusivamente di riempire il vuoto morale ed esistenziale con formule rituali, abitudinarie; formule queste, che fino ad un certo momento storico sono state scritte mediante le lettere ed i numeri dell´universo familiare, religioso, ideologico. Umano.

Laddove, per ragioni contingenti non dipendenti da ciascun individuo, tale involucro di riti venisse ad essere scalfito fino ad essere spaccato, quel vuoto a cui pocanzi ci si riferiva emerge. Non piu´ punti di riferimento, ma una presa involontaria di coscienza della propria condizione. Dunque, la labilita´ del confine, tra violenza culturale e brutalita´ nelle azioni quotidiane, e la disarmante facilita´ nel colmare la misura.

Per il borghese piccolo piccolo di Cerami e Monicelli, la traduzione della violenza culturale in violenza tout court si legge in termini dell´aggressione nei confronti di chi ha sparato al figlio. In generale, pure il ribellarsi contro il potere e le sue manifestazioni, potrebbe rappresentare un modo di "vendicarsi" del vuoto a cui ci si rende conto di essere stati consegnati e relegati. Occorre colmare il vuoto. Occorre non sentire. E in quale modo, se non attraverso surrogati di quei riti che non esistono piu´?
L´eroina, la televisione, gli spalti degli stadi, la tecnologia di massa. In una parola, l´omologazione, per dirla con Pier Paolo Pasolini.