mercoledì 10 ottobre 2007

E se ti togliessero anche l'acqua?

L'estate 2007 è ormai archiviata da mesi, eppure è stata la stagione del conclamato scandalo dell' "Aqua avvelenata" di Pescara, in Abruzzo. Tetracloroetene e idrocarburi nell'acqua di rubinetto per gli ignari cittadini pescaresi che avrebbero fatto il caffè e bollito spaghetti nell'acqua avvelenata dalla discarica più inquinata d'Europa: la discarica di Bussi. La meccanica è semplice ed inquietante. Fin dal 2004 le istituzioni abruzzesi quali Asl e soprattutto gli enti di controllo e gestione dell'acqua (privatizzati!), ovvero l'Aca dell'ormai conosciuto Donato Di Matteo che con un articolo su la Repubblica venne pubblicamente denunciato da Antonello Caporale come il creatore di un sistema di clientelismo costruito sulla gestione delle acque potabili della regione Abruzzo. Da allora Asl e ministero della salute poco hanno fatto per impedire che i migliaia di cittadini della provincia di Pescara bevessero acqua contenente sostante altamente cancerogene. La vergogna, per la verità storica, risale agli albori dello sviluppo industriale in Abruzzo quando il fascino dell'industria che "portava ricchezza e posti di lavoro" era intaccabile e i cosiddetti "effetti collaterali" non venivano affatto presi in considerazione dalla pubblica opinione. Ma di quello che fu una tendenza mondiale ed europea, e cioè quell'industrializzazione selvaggia che oggi ci fa scontare quelle ricchezze accumulate a danno di uno sviluppo equo e nel rispetto delle regole ambientali, molti paesi si sono fatti carico cercando di porre rimedio ai disastri operati nel nome del "Dio Sviluppo". Non è il caso della discarica di Bussi sul Tirino, sulle sponde del fiume Pescara, dove sono state accumulate nel terreno per anni 250.000 tonnellate di scarichi nocivi di cento anni di scorie dell'industria chimica e di chissà quante altre provenienti da tutta Italia (qui). Tutto ciò passato nel silenzio più totale di amministratori e politici dell'area dove la discarica era ormai coperta da una vegetazione che si stagliava tra le sponde del fiume e una strada statale. La polemica vede la luce nel 2004, quando l'Arta (agenzia regionale per la tutela dell'ambiente) effettua una serie di prelievi denunciando il superamento del livello di Tetracloroetene nei pozzi adibiti all'acqua potabile e invitando l'Asl ad un immediato intervento. Da questo fatto in poi partono una serie di iter burocratici con una sequela di scarica barili tra Asl, ministero e Aca, l'ente privato a partecipazione pubblica addetto alla conservazione e manutenzione ordinaria delle acque potabili della zona. Dovranno passare ben tre anni perché la polemica tocchi i media e vi sia una presa di posizione e di responsabilità (assolutamente ancora da assegnare!) per decine di amministratori pubblici. Questo avviene quando un deputato di Rifondazione Comunista effettua un'interroganza parlamentare al governo sulla discarica di Bussi, posta proprio ai bordi del fiume Pescara. Da quel punto in poi scattano tutti gli antivirus di protezione ad un sistema malato: quello della presunzione d'innocenza di chi ha gestito e coperto per anni senza muovere un dito.*
L'allarmante vicenda che non si è ancora conclusa mette in evidenza di come si sia diffusa attualmente in Italia, con l'avallo dei partiti politici, una fame di affarismo personale che si manifesta con l'apparizione di una nuova figura retorica nella vita della polis italiana: l'AFFARISTA RAMPICANTE. Questa tipologia di essere sociale tende a mettere radici in particolare in territori privi di un controllo pubblico da parte dell'opinione pubblica (vedi alla voce: giornalisti comprati o assenteisti). Tale specie di affarista parte tende ad insediarsi negli uffici degli amministratori locali dai quali prende il concime che gli permetterà di costruire la sua scalata. Attraverso una politica di compravendita di favori (assumo tuo nipote, presento tua figlia al figlio di Quello e la sistemo), questo essere ottiene incarichi di rappresentanza che poi fa fruttare in moneta di scambio politico. Vista tutta la disponibilità di risorse pubbliche da privatizzare in un momento in cui tutto sembra privatizzabile, l'affarista rampicante impiccia e 'mbroglia fino a che non riesce a far portare la sua azienda o ente che sia ad un livello di ricatto politico a scapito di bilanci trasparenti e del servizio per il quale tale incarico gli è stato affidato. Lo scopo di tutto è raggiungere un bacino di voti plausibile per poter rivendere quella "macchinetta" al suo partito di riferimento (o magari ad un altro...non importa! Vedi alla voce Sergio De Gregorio) così da raggiungere pian piano lo scopo finale della sua corsa: il vertice del tetto, o anche detto, palazzo Montecitorio.
E la colpa di tutto questo di chi è? Ovvio: nostra! Di chi vota, di chi appoggia, di chi sostiene, di chi si piega e per un posto di lavoro (presunto!) si vende il futuro dei propri figli, della sua famiglia, il proprio paese e soprattutto la propria dignità.
Qualcuno potrà pensare che nel mondo di oggi chi non va in Tv o sui giornali o non ha un "blog" (visitato o abbandonato che sia) sia impossibilitato a farsi sentire, a dar voce a sé stesso ed alla sua "politica". Qualcuno, anzi troppi, pensano che per essere visibili si devono commistionare a quegli affaristi rampicanti, a questi nani della politica che invadono le nostre assise democratiche, nate dal sacrificio della storia ed offese nella loro essenza da voraci "esseri" per lo più sessualmente ammalati, gobbi e privi di un pensiero che si possa definire tale, di una condotta di qualunque tipologia, che si possa definire tale. Senza l'appoggio della maggioranza - di tutti noi! - questi "gobbi" sparirebbero in uno schiocco di dita; senza il consenso dietro di loro, gente come Sergio De Gregorio, tanto per fare il primo nome che mi viene in mente, tornerebbero a fare quello per cui sono nati: morire di noia!