sabato 17 novembre 2007

Oreste


Oggi sulla strada statale che corre verso Agropoli c'è un'aria strana. I vecchi edifici del mercato ortofrutticolo di San Nicola Varco di Eboli sono più bui e vuoti del solito. Ragazzi e uomini venuti da molto lontano vi fanno ritorno in bicicletta. Costeggiano la strada percorrendo la corsia d'emergenza. Una pedalata, e poi un'altra ancora. Prima che cali la sera e diventino invisibili, perchè i loro di mezzi non hanno luci o catarifrangenti. Parecchi ci sono morti lungo questa fetta di pianura; Mihamed, quindici anni, fu ucciso da un carabiniere, mentre spaurito pensava di trovare rifugio tra le ombre della notte appena iniziata. Molti, in quei giorni, furono tra le vie di Eboli per ricordare Mihamed. Da allora nulla è cambiato. Le imminenti elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie hanno catapultato qui il segretario del sindacato. Da un palco di cemento appena un palmo dal fetido ed insalubre terreno, parole di circostanza e di fraterno conforto. Poi, un giro tra morsi di case ricavate tra il cemento umido e le paludi sorvolate da insetti affamati di sangue e monnezza. L'energia elettrica qui non è arrivata: al tramonto, la giornata è finita. Stasera, come tutte le sere, una frittata a molte uova, e poi a dormire. Domani si lavora, forse. Tutto starà al buon cuore di qualche caporale, che, ad arbitrio, sceglierà gli eletti, proprio come in Fronte del Porto, quello con Marlon Brando con la giacca a quadri grossi. Che film, ragazzi.

Dopo aver assistito alla pantomima sindacale, risalgo in macchina e proseguo il mio viaggio. Voglio andare ad Agropoli. Voglio fare visita al mio padrino, l'uomo che presenziò al mio battesimo cattolico. Oreste è un uomo dagli occhi neri e profondi, dolcissimi. Un uomo buono. Ricordo ancora, quando da bimbo, andavo a casa sua sulle colline di Agropoli, località Fuondi. Una specie di masseria con l'altalena, dei cani, un gatto biondo, e due ragazzine, le figlie, che mi tenevano compagnia. Ore ed ore a guardare il compare, così l'ho sempre chiamato, che giocava a ramino con mio padre Franz e altri compagni ferrovieri. Una mano a mantenere il ventaglio fatto di carte francesi, l'altra la sigaretta. Una pausa dopo l'altra. Una bottiglia di bianco dopo l'altra. Il profumo del risotto ai funghi porcini, che la moglie Anna preparava nella cucina al primo piano, si impossessava di me. Stordito, correvo in quel favoloso ed inebriante gineceo, dove dalle mani della commara, così l'ho sempre chiamata, veniva riversata nelle mie una manciata di pistacchi, di arachidi, o di indimenticabili fichi secchi ricoperti di cioccolata. Ah, donne come queste non se ne fanno più. Così avrebbe esclamato Oreste, maledicendo il progresso e l'emancipazione femminile. Oreste, un Roberto Vecchioni ante litteram: ricordate quando Vecchioni cantava Voglio una donna con la gonna, suscitando le ire delle patetiche vetero-femministe? Che pena!!!
E poi, la gallina da ammazzare per la cena. Il pesce da andare a comprare tra le strade di una Agropoli vestita a festa per il prossimo Natale. Non scorderò mai più l'odore di quelle pescherie, il ghiaccio prossimo a essere acqua che inumidiva, quasi nel ricordo del mare in cui furono, le branchie di spigole, orate, e tutto quel ben di dio che si spandeva sui banchi di legno. Alici avvolte nella carta del giornale della sera. Mio padre ed Oreste a scherzare, a schizzarmi addosso il nero di seppia. Ma niente paura, il nero che fa paura non è questo. Quello cattivo è finito da un bel pezzo, e noi faremo in modo che non torni più. Non ti daremo mai all'uomo nero. Lui è appeso a testa in giù a Piazzale Loreto, e sta bene dove sta. Solo uomini celesti, come la camicia dei ferrovieri, a fare veglia sui capricci di un me bambino, che rischiava di affogarsi con le lische, o che della gallina voleva la coscia. Sta cosa delle cosce, poi, mi piace ancora. E' la prima cosa che guardo in una donna, dopo il culo si intende. E al diavolo tutte quelle menate della sinistra politicamente corretta e falsamente progressista che dice di guardare gli occhi, le mani, il cervello. A me piace la sostanza, e meglio una bella tetta o una bella natica che una intellettuale sformata e acida. Sono brutto, lo so, e non è che posso aspirare a femmenazze. Ma tant'è. Mo' l'ho detto. Sputatemi addosso.
Si mangiava fino a notte fonda a casa del compare Oreste. Ad un certo punto, come in un rituale mai abitudinario, Oreste si alzava, e si posizionava vicino all'affettatrice elettrica. La moglie gli passava soppressate, pancette tese ed arrotolate. Lui tagliava. Senza soluzione di continuità, ci porgeva fette di pancetta, adagiate sulla sua grossa mano o su un tagliere di quercia. Era uno spettacolo a vederle. La carne e il grasso complementari fra loro. E poi il lardo fuso sulle fiamme del camino. Ce ne era per tutti i gusti. E poi panettoni, ciambelle, caldarroste. Poi, buonanotte.

Sono finalmente ad Agropoli. Alla fine del lungomare San Marco, subito a destra. Una curva, una controcurva e sono sotto casa del compare. Scendo dall'auto. Mi avvicino al cancello. Pure qui, nulla è cambiato. E' quasi tempo di raccogliere le olive. Donne chine a scegliere le più belle.
Mi guardo intorno. Mi decido a citofonare. Una voce di donna risponde. Chiede chi è. Sono Giovanni, Giovanni Mazzarella. Chi? Non ho il coraggio di andare avanti nella conversazione. Lascio che quella voce continui ad interrogarsi. Riprendo l'auto e mi incammino verso casa.

La radio trasmette la cronaca della visita del segretario del sindacato a San Nicola Varco di Eboli.
Metto una cassetta. La voce di Carmen Consoli mi terrà compagnia, almeno per questa sera.
E penso, prendendo a prestito i versi di Gatto, che un uomo con il cuore di Oreste è un sogno.


A Genova, ma perché?

LA STORIA SIAMO NOI

Un appello alla mobilitazione di tutti per il 17 novembre
"La storia siamo noi" non è uno slogan. E' un approccio preciso: da un lato la storia sociale, dall'altro la storia del potere. Chi lo ha cantato in questi anni lo ha fatto con l'istinto di chi sa di aver vissuto un pezzo importante della storia, ufficiosa o ufficiale che sia. E lo ha fatto pensando a Genova 2001. Con ogni mezzo necessario.Dal 21 luglio 2001 in poi la giustizia e la politica hanno cominciato la revisione della storia che ognuno di noi ha vissuto sulla nostra pelle: coloro che si sono ribellati a una certa visione del mondo sono diventati terroristi; coloro che hanno seminato il panico nelle strade di Genova sono diventati i paladini dell'ordine e della giustizia.Per sei lunghi anni tutto questo è serpeggiato nelle aule di tribunale, mentre la nostra voce collettiva si affievoliva, con un processo di rimozione collettiva che ha fatto sì che in molti dimenticassero che Genova non è stata solo il terrore in divisa, ma anche e soprattutto la forza e l'energia di centinaia di migliaia di persone che almeno per pochi giorni hanno pensato che il mondo potesse essere diverso da come ce lo hanno sempre raccontato e rappresentato.Per sei lunghi anni il teatrino delle corti penali si è sostituito alla presa di parola delle persone vive, nella convinzione che verità giuridica e realtà storica in qualche modo convergessero, nella speranza che in qualche modo tutto si sistemasse e non fossero in pochi a pagare la stizzosa vendetta del potere.Le requisitorie dei pm Anna Canepa e Andrea Canciani nel processo che vede 25 persone imputate per devastazione e saccheggio, hanno completato l'operazione di revisione della storia che è cominciata il giorno dopo le mobilitazioni contro il g8 del 2001 e si sono concluse con la richiesta di 225 anni di carcere.Pensiamo che sia arrivato il momento di prendere di nuovo la parola, di gridare con forza che gli eventi del luglio 2001 appartengono a tutti noi, di mobilitarsi in massa e con intelligenza per fare si che 25 persone non paghino per qualcosa di cui siamo stati protagonisti tutti, nessuno escluso.Vogliamo rilanciare con forza la mobilitazione di massa del 17 novembre a Genova, e tutte le iniziative tese a riappropriarci della nostra memoria e del senso di quei giorni lontani sei anni ma ancora vivi in quello che hanno rappresentato.Vorremmo che tutti rilanciassero questo appello senza firme, senza identità, senza se e senza ma, perché Genova non è finita, è ancora qui, oggi, e riguarda tutti e tutti se ne devono fare carico, senza esclusioni.

Per cominciare primo appuntamento a Genova: 17 novembre 2007 - ore 14 piazza Di Negro

Cari compagni e compagne (che io sappia ce ne sono ancora, vero?!) di tonisparsi, o meglio, a tutti i "toni" o voci sparse per la rete che confluite in questo blog; vi ho postato questa mail della newsletter di DeriveApprodi una delle poche realtà editoriali che pubblica gl autori del pensiero post-strutturalista riflettendo sui temi della politica, delle trasformazioni del potere, del lavoro e su tutti quei flussi filosofici che hanno caratterizzato la cultura della fine del '900 con una dialettica. In questo momento di totale confusione della società nei confronti di quell'ancora di salvezza della coscienza che oggi ci ostiniamo a chiamare ancora ideologia, faccio sinceramente fatica a comprendere un certo tipo di lotte nei confronti della politica, poi atti ad avallare quegli stessi politici contro i quali si tenta una protesta, più o meno rigorosa, più o meno violenta. Il fatto, cari reduci compagni e compagne, è che tanti forse la maggioranza di quelli che andranno a Genova per protestare legittimamente contro un sistema ancora violento, più che mai ancora fascistizzato dal di dentro (nella giustizia, nell'economia e tra gli stessi cittadini di questo paese diventati sempre più controllori di una bassa morale pubblica del potere), tutti questi ragazzi, donne e uomini; lavoratori, precari e sopravvissuti dell'economia del vertice della piramide; tutti o direi la maggior parte continua a votare, votare, votare uno Stato nel quale pensano ci sia ancora una dialettica politica. Quella del padre comunista e del figlio rivoluzionario; quelle della ribellione al linguaggio ed alla morale borghese...Ancora negli anni '70 (la nostra prigione!) col pensiero e con l'azione senza considerare che oggi votare Rifondazione Comunista vuol dire trovare e non avere un'identità; rifugiarsi in un luogo sicuro e protetto. Ma che cosa vuol dire in realtà? Stando ai fatti vuol dire appoggiare un'azione politica assolutamente contraria a quello per cui si tenta di alzare la voce a Genova, ieri oggi e domani. Vuol dire piegarsi alla forza del denaro, alla logica del potere che il partito dei post comunisti sta applicando da tre anni a questa parte ed ha applicato appoggiando ancora prima il governo prodi nel '96; ed ancora il governo D'Alema all'inizio degli anni '90. Bisognerebbe parlare con criterio storico, fare nomi e cognomi, elencare date ed avvenimenti. Ma è tale l'amarezza che abbiamo vissuto in questi anni nei quali il centrosinistra e tutti i politici che per anni hanno proclamato la rivoluzione hanno governato e di come sono riusciti ad inflenzare i cambiamenti del nostro Paese verso un fascismo ancora più evidente di quello dettato dai democristiani in cinquant'anni di potere. "Il mondo cambia, cosa possiamo farci?!" è stata l'unico alibi vigliacco che chi ha detenuto il potere in questi anni è riuscita a dare ad i suoi illusi elettori, sempre ingannati dal nemico giurato Berlusconi e senza sapere di avere una serpe in seno che fomentava e cresceva.
Forse con un po' di distacco, forse senza partecipare in prima persona, forse senza prendere neanche una manganellata in testa, c'è stato chi ha cercato in questi anni di delirio ideologico di affrancarsi da ogni falsa etichetta che veniva appiccicata sulla fronte degli ex comunisti dopo la caduta del comunismo europeo. Svegliarsi, per cominciare a pensare con la propria testa! Perché? Perché l'inganno ormai era fin troppo chiaro. Quale inganno? Quello della rivoluzione, quella rivoluzione contro un potere che negli anni '70 risucchiava per fare proprie le istanze socialiste e democratiche nelle quali ormai si erano dissolte le velleità rivoluzionarie della massa contestataria. E quindi: "Goodbye rivolution".
CONTINUA