venerdì 23 novembre 2007

Alla sera, da Ninotto


Sulle due strade c'è una specie di baracca. Il padrone si chiama Ninotto. E' un uomo anziano, sulla settantina, con i capelli lunghi sulle spalle e la barba da vecchio lupo di mare, di uno che ne ha viste molte e ne vuol vedere molte altre ancora. Quando il freddo è umido e nel cielo di questo paesone cresciuto troppo in fretta si formano nuvole di vapori di sansa, mi piace andare da Ninotto. Mi siedo su una delle panche fatte con le tavole prese a prestito dai muratori, di quelle che si usano nei cantieri. Con le gambe incrociate sotto l'unico tavolo rettangolare che campeggia nel posto, scambio due parole con la moglie del padrone, una donna bassa con il mantesino unto di salsa e di condimenti vari e con i capelli nero corvino raccolti in uno spesso tuppo. Si parla delle solite cose. Il prezzo del pane, le quattro stagioni, questa gioventù che ha perso la bussola, e via suonando. Di fronte alla baracca c'è un semaforo. Attraverso i vetri appannati, riesco a risolvere il colore che dal verde transita per il giallo per arrivare al rosso. E poi di nuovo, verde, giallo, rosso. E ancora verde, giallo, rosso. E ancora una volta, verde, giallo, rosso. Perso in questo ciclico arcobaleno infelice, vengo ritrovato dalla voce di Ninotto che mi chiede se voglio il solito soffritto, il solito quarto di vino rosso e la solita fetta di ciambellone, pezzo forte della pasticceria della moglie. Il soffritto è davvero buono. Salsa di pomodoro fumante, pezzi di carne alla deriva nel piatto. Una forchettata, un morso di pane bagnato nel sugo, un sorso di rosso bello tosto. Intanto al tavolo arrivano altri figuranti di questo palcoscenico di periferia. Una coppia un poco malandata e infreddolita, un tossicomane in cerca di un piatto caldo per la sera, una donna con il suo bambino.

E' democratica la baracca di Ninotto. Si è seduti tutti allo stesso tavolo. Si può parlare con tutti. Nessun rischio per le coppiette o gli orsi di turno di scavare un solco tra loro e il mondo. Una parola tira l'altra. Mi passi il sale per favore?. Di dove sei? Sono di Eboli. Ah mi dispiace, però ti poteva andare peggio, potevi essere uno che è andato a votare alle primarie per Veltroni. Si, forse l'ho fatto, non ricordo, ero fatto col mercurio in vena come stasera. Ninotto, portami una coperta che ho freddo. Ancora più democratico sarebbe se il tavolo fosse rotondo, senza capitavola. Prima o poi glielo dirò a Ninotto di fare una bella tavola alla re Artù.

Qui vedo Michela per la prima volta. Un piercing sul sopracciglio destro, un paio di vecchie nike bianche ai piedi, e un libro su Mara Cagol nella mano destra. Seduta lungo l'altro lato del rettangolo, la vedo immersa nella lettura mentre sorseggia il rosso della casa. Pioggia battente sul telone che fa da tetto al baraccone, e io che cerco di spiare il nome dell'autore di quel libro, e lei che mi dice di farmi i fatti miei. Ninotto se la ride. Con quella faccia di cazzo che si ritrova, mi fa ridere pure a me. Lo guardo pure io. Gli dico Ninotto guarda da un'altra parte, fai finta di sentire le notizie al telegiornale, ma fai solo finta però, che senno puoi vedere per davvero il simbolo nuovo del piddì e non so se ti conviene, metti una canzone, vatti a fare una pisciata, vedi tu, ma non restare qui che mi metti in imbarazzo. Non lo so, questa ragazza ha un volto familiare. Di quei volti, che quando non ho sonno e mi rigiro nel letto, mi figuro per calmarmi e per augurarmi sogni d'oro. Di quei volti, che quando fuori piove ci vorresti fare una passeggiata a braccetto, sotto lo stesso ombrello. Senza parlare, però, come mi piace a me. Tanto le parole sono superflue. Di quei volti che quando al mare ci sono i cavalloni alti alti, la schiuma delle onde te la ricostruisce sulla pelle quella faccia. Di quei volti, che quando ti guardi allo specchio, alcuni dei lineamenti ce li rivedi lungo la tua di faccia, e li segui con le dita per vedere poi se continuano fuori e ce la fanno a disegnare una persona intera. E poi, d'altronde, il padreterno, la donna non la fece dalla costola dell'uomo? Dicevo di quei volti. Quali volti? Quelli che grondanti umanità impressionano il sudario della nostra memoria. E la memoria mia, che mi hanno detto sempre di avercela buona, si mette al lavoro ma non trova un bel niente. Penso addirittura che sta Michela, me la sto solo immaginando seduta stante. Può pure essere. Visto tutto il vino che Ninotto mi ha dato a bere. Sono arrivato a tre di litri. E meno male che ho mangiato assai così ci ho un substrato per assorbirlo l'inchiostro. Pure un nome le ho dato a sta visione. Michela. E perchè mai Michela? Forse perchè quando ero alle elementari facevo il tifo per Michel Platini? Forse perchè Michela Miti è una bella pornoattrice? Può essere in onore di Michele Pecora, il cantante da cui Zucchero scopiazzò sere d'estate? Vai a saperlo, perchè.

Passata abbondantemente la mezzanotte, fuori nel mondo le macchine corrono veloci sulle due strade. I semafori lampeggiano solo di giallo, e gli ombrelli giacciono oramai richiusi negli ottoni domestici. Ninotto è molto stanco, glielo leggo in faccia se settantanni vi sembran pochi, la moglie è andata a letto da un pezzo, e siamo solo io e lui nella baracca vuota riscaldata dalle voci di un notturno televisivo e dai raggi di una stufa alogena. Faccio leva su muscoli delle mie cosce, e curioso raggiungo il lato opposto del tavolo. Tra i resti del giorno prima, un biglietto. A matita una scritta incerta. Ci leggo, Anche quest'anno qualcuno ha portato dei fiori sulla tomba di Mara Cagol.