lunedì 3 dicembre 2007

Quest'uomo


Stasera la pioggia scende fitta fitta. Sto camminando senza ombrello. Le gocce rimbalzano sulla mia testa, e quasi quasi sembrano colmare quei pochi spazi vuoti lasciati da questo baccano che si sente tutto intorno. Nei gazebo, nelle urne delle primarie truffa, nei salotti televisivi dove modelle agitano il culo e reggono la coda al santoro di turno.

Cazzo, questa pioggia non smette. Ho tutte le guance bagnate. Vorrei che Michela fosse qui, ora, in questo momento. Forse lei saprebbe portare via dalla mia faccia quelle gocce che scendendo cercano di scavare un solco nella pelle, di trovare un varco per penetrare fino nelle viscere del corpo e lì farsi una sola cosa con le mucose. Sicuramente lei saprebbe far smettere questo coro di voci, farmi ascoltare, finalmente, una nota stonata. Rifugiarmi da Ninotto, trovare Oreste al suo posto mi farebbero stare meglio, lo so. In questa sera bagnata, in questa sera fatta di luci riflesse dalle pozzanghere, di tossicomani alla ricerca di una improbabile pensilina, di puttane con l'acqua negli stivali. E' fastidiosa l'acqua nelle scarpe. Avete mai provato a stare fermi sotto la pioggia per ore, per ore, per ore, per ore, con l'acqua che prima bagna la punta dei piedi e poi invade tutte le scarpe, fa fradice le calze? E' triste l'acqua nelle scarpe. E' triste l'acqua che i lavavetri prendono dai secchi per inzuppare le spugne e lavare i parabrezza delle macchine ferme ai semafori.

Stasera Ninotto non lavora, e Oreste non tornerà nella sua casa in collina. In qualche modo farò stasera. Proseguo nella mia passeggiata. Una macchina passa, un motorino bussa, uno zingaro suona il suo organetto. Piove. Governo ladro. Si può dire ancora? Non è che mo' i comunisti stando al governo, ci tolgono pure sta soddisfazione? In un bar un uomo solo al bancone sta ordinando un aperitivo, un cordiale, quattro chiacchiere a nolo con il ragazzo che armeggia con la macchina per fare il caffè, che dice lui va curata come una donna, le vanno cambiati i filtri, e bisogna farlo proprio adesso che il tempo è umido, dice lui con i capelli che mi sembrano tanti chiodi piantati sulla sua capoccia a forma di uovo. E' gentile questo ragazzo del bar, e parla, parla a voce bassa e in fretta con l'unico cliente della serata, che chissà come mai si è trovato per strada a quest'ora. Mi piace provare ad indovinare la ragione che lo ha portato fuori dalle spaventosamente rassicuranti pareti di casa sua. Un litigio con la moglie, una incomprensione con la figlia femmina, un mal di testa che manco con l'aspirina gli è passato e che perciò è meglio fare due passi e non pensarci più, o la voglia di bere qualcosa da solo senza sedersi al tavolo con i parenti e dare fiato alla bocca con le solite parole di circostanza, fuori piove, questo governo ci sta ammazzando di tasse, gli idraulici costano un occhio della testa oggigiorno, per natale venite voi a casa nostra o andiamo da mamma, ho visto quella cucina, bisogna portare l'auto dal meccanico, domani viene il falegname. Visto così, di spalle, quest'uomo potrebbe essere un ferroviere. Si, ce lo vedo bene con la divisa da capotreno. Già me lo vedo che si affaccia dalla carrozza e al verde dà il pronti al macchinista per iniziare o proseguire la marcia. Battipaglia, Eboli, Campagna-Serre-Persano,..., Picerno, Tito, Potenza Inferiore. Seduto nel suo scompartimento compila il foglio di corsa, da una delle tasche tira fuori una caramella per levarsi dalla bocca quel sapore di ferro che i ferrovieri sentono anche quando finiscono il turno, scende alla stazione di Sicignano degli Alburni per un succo di frutta da dividere con il collega o con un bambino capriccioso tutto mamma ma quando arriviamo. Poi, Potenza, il caciocavallo di Pace & Becce (ma non sarà pubblicità occulta?), le panelle di pane che tutti i figli di ferroviere conoscono, cazzo se le conoscono, quelle da mangiare a fette belle grandi con l'olio fresco sopra. Questa sera, è uscito da solo. Solo con i suoi pensieri che durante il giorno si confondono con il rumore del treno e con le voci dei passeggeri.

L'insegna del bar è una di quelle insegne a luce intermittente. Vedere questa luce mi dà una strana sensazione. Mi sembra quasi che l'acqua passandole accanto catturi i colori del neon per precipitarli nelle pozzanghere, e se uno potesse immergersi in queste pozze, riuscirebbe a scorgere giù giù in profondità tutto questo arcobaleno che la pioggia si prende quando dal cielo cade nel mondo. Vorrei vedere come è la faccia di quest'uomo. Fino ad ora, l'ho visto solo di spalle. Ha le spalle larghe, così larghe da assorbire tutti i dispiaceri e dispensare amore. Ah, se si girasse, forse riuscirei a riconoscere lo sguardo di qualcuno che ho già visto nella mia vita, ad intravedere il taglio degli occhi di questo o di quell'altro, a leggere qualche pena nel cuore, qualche gioia nascente, qualche dolore profondo. Dunque, entro. Un caffè caldo mi rifocillerà a dovere. Gli sono vicino, gli chiedo di passarmi una bustina di zucchero. Mi guarda. Sul suo volto si sono fermate delle gocce, quasi a volersi impregnare della bontà che pare sprigionare. L'acqua ha la memoria lunga; trattiene tutto quello che incontra nei suoi infiniti giri. Poi diventa nuvole, e poi ricade giù di nuovo. E ho sempre pensato che noi siamo buoni o cattivi cristiani, tristi o allegri a seconda di chi quell'acqua ha incontrato.

E' strano però che quest'uomo abbia ancora il viso bagnato. In fondo, è entrato in questo posto molto prima di me. Gli porgo un fazzoletto chiedendogli se vuole asciugarsi la pioggia sulle guance. Mi guarda, le dita strette attorno alla manica della tazzina marrone, quelle con il dentro bianco e il bordo spesso. Dopo il primo sorso, che forse si è scottato pure la lingua, mi dice: "Ragazzo mio, non è pioggia!"