lunedì 25 febbraio 2008

Quello che mi resta

Ore 18,30. Non mi resta che scendere in strada. C'è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l'unica salvezza...
Ieri sera ho visto Paris, Texas di Wenders. La storia di Trevis, un uomo che non sa dove andare. Uno sconosciuto che vaga per il deserto con una meta, raggiungere la sua Parigi. Della trama molto semplice messa in scena dal film di Wenders. resta l'arte. La trama, dicevo, è semplice: un uomo che cerca di ricostruire la sua famiglia, disgregatasi in una disgraziata notte di qualche anno fa. E' l'arte? Quella sta non nell'idea ma nella narrazione. Una messa in scena sul posto (il deserto) di una storia semplice ma mai banale; la caratterizzazione di un uomo che non è un uomo qualunque: è un uomo che ha perso quanto aveva di più caro e cioè le sue consolazioni. Difficile vivere senza il conforto di qualcosa che esiste. Trevis è il personaggio che interpreta una storia che non c'è: quella di un uomo che cercando di ricostruire la sua vita, con un figlio ed una moglie bellissimi, si danna per rimetterli insieme e poi fugge via, lontano. Una contraddizione. Una persona dotata di un'ingenua sensibilità storcerebbe il naso, non dormirebbe la notte per un mancato lieto fine che invece tutti, anche i protagonisti stessi si aspettano. Ed invece il lieto fine non c'è; non c'è la fine. Sì, perché Trevis potrebbe ritornare; Anne la moglie potrebbe poi innamorarsi di un altro uomo oppure accettare il suo Trevis. Un po' come nella vita: non c'è fine stabilita, non c'è una direttrice che taglia una cosa dall'altra, un anno dall'altro un'amore dall'altro. C'è solo finzione e quando qualcosa finisce e poi ricomincia c'è solo molta fantasia che immagina. E basta. In verità la vita è un continum, la morte anche. Non c'è vita senza un dopo e la vita ci pervade. Anche la morte ha il suo dopo: quello che resta e poi chissà che altro di quell'individuo che immagina il suo dopo...
Dunque un film bellissimo, da ricordare. Una fotografia unica, adattata in un contesto difficilissimo dove la luce spara forte e gli interni sono quasi impossibili. Seguendo le interviste di Wenders nel dopo film si assiste quasi ad una scuola di cinema. Vien voglia di mettere in scena un bel film, avvalendosi di tutte quelle dritte necessarie alla realizzazione di un'opera d'arte. Ma prima, prima, prima, prima....L'opera deve trovare te!
Evviva l'arte!... Dunque. Quella che passa sotto le cose; quella che non prende premi, che non passa al telegiornale o negli showbusiness ma che riesci a riconoscere solo quando è il momento giusto. Quella che trova te, quando meno te lo aspetti!

giovedì 21 febbraio 2008

Alla stazione degli autobus

Alla mattina presto mi piace andare alla stazione degli autobus. Una volta, dove oggi vi sono le piattaforme per gli arrivi e le partenze, c'era un gasometro. Quando arrivo, la nebbia e' ancora fitta. Le uniche cose che riesco a percepire sono le voci delle persone che scendono o salgono sui mezzi. E pure i loro passi. Con il tempo ho imparato a distinguere la signora ucraina, venuta in citta' per andare a servizio da una coppia di anziani signori che abita nei pressi della basilica, dalla studentessa che frequenta il primo anno di universita', probabilmente e' iscritta a chimica. Alle volte, spingendomi oltre la coltre, mi pare anche di intravedere i volti di questa umanita' a spasso. Barbe rasate, orgasmi raggiunti, disperazioni incipienti, felicita' nascoste tra la pelle dei sedili e i vetri appannati. Uno spettatore, ecco. Questo, in fondo, sono sempre stato nella vita. Qualcuno me lo rimproverava nel passato. Mai una volta che abbia deciso di volere partecipare in maniera totale, come il calcio di quella favolosa nazionale olandese di calcio di qualche tempo fa, agli eventi. Sono rimasto sempre un passo indietro, sempre con un compiaciuto distacco. Ma perche' poi. Forse per non rimanere ancora una volta deluso, poi disilluso, e poi "io, io, io, io vorrei sapere se davvero mi vuoi bene e se pensi a me". Pero', se vado indietro nel tempo, ricordo che una volta, forse due, non di piu', per carita', ci ho provato a vivere per davvero. Una volta ha a che fare sicuramente con qualcosa dal colore rosso, forse erano bandiere, forse cocomeri, o ancora capelli, ora non ricordo bene. Fu un bel periodo quello. Quel rosso che mi avvolgeva mi teneva compagnia e mi faceva sperare addirittura che tu potessi volermi bene, almeno per un attimo. Ora, mi pare tutto cosi' lontano, irreale, e di quel colore mi rimane solo un riverbero sbiadito tra le tapparelle abbassate della sera, e la voce di un omone grosso che dalla tivvu' parla a favore della vita. Poi, ci sono ricascato un'altra volta, e stavolta veramente credevo che tutto potesse essere possibile, veramente credevo di potere complementare il mio cielo con l'altra meta'. Ma niente, tutto evaporava in sillabe e parole che si facevano strali, si conficcavano nel mio petto in fuori che voleva sfidare il vento ed il tempo. Trapassato da parte a parte, come un sansebastiano, a terra stecchito come le mosche uccise in estate. Rialzarmi, e' una parola. Svegliarmi, forse, ma con le ossa e la testa rotte in un pianto che fa eco tra le valli e le montagne e con i fiumi si vomita nel mare. Vuota la mia testa, pieni i miei occhi delle facce della gente intorno a me che sa sempre come si fa, che sa sempre quale e' la scelta giusta. Ma, se io potessi avervi davanti, vi implorerei, vi scongiurerei di farvi, almeno una volta, i cazzi vostri. Andate pure, pontificate, rifugiatevi nella vostra comodita' domestica che i cattivi ve la potrbbero portare via da un momento all'altro.

Rimango seduto su una della panchine della sala d'attesa. Sono quasi le due. I ragazzi escono da scuola, fanno casino. Ansiosi salgono sugli autobus che li ricondurranno alle loro case, dalle loro mamme, dai loro fratelli. Chissa' se qualcuno di loro oggi andra' alla scuola di calcio, o a quella di musica, o semplicemente a guardare sotto le gonne della signore che vanno a fare la spesa. Una prospettiva interessante, direi. Io, oggi, rimango qui, non mi sposto nemmeno di un millimetro. Magari il mondo mi casca addosso. E si ricomincia.

venerdì 8 febbraio 2008

Mi e' venuta come l'impressione

Ci risiamo. Caduto un governo, se ne fara' un altro. Tutto sotto controllo. E' la normale fisiologia della democrazia declinata all'italica maniera, quella dei governi balneari, come si diceva un tempo. Ogni cosa si ripete uguale a se' stessa, o forse anche peggio. Politici e politicanti si accomodano nel salotto di Vespa, si sbracciano dalle poltrone di Mentana, si scannano sugli spalti di AnnoZero. Una volta, tempo fa, assistendo alle trasmissioni televisive che pretendevano di parlare dei problemi del Paese, mi appassionavo. Ad un certo punto, ho cominciato a sintonizzarmi su quei programmi per divertirmi un po', magari per stemperare le tensioni inflittemi da una donna che non me la voleva dare o me la voleva dare troppo esplicitamente. Ora, nulla. Sono approdato alla fase della indifferenza prima e a quella della tristezza poscia. Si, guardo la Prestigiacomo e sono triste, perche' penso che una "cavalla" del genere, con quell'accento siculo che la rende cosi' eccitante, potrebbe dedicarsi a qualche atro mestiere, facendomi felice quando vado in videoteca a consultare il catalogo dei nuovi arrivi. Guardo Ciriaco De Mita e sono triste. Ottandueanni suonati, e il ras di Nusco e' ancora la' a mettere bocca, e in maniera determinante, sulla fattibilita' di alleanze, sulla papabilita' di questo o di quello per il segretariato campano della piddue in salsa buonista, sulla spartizione della ultima lenzuolata di fondi freschi freschi da Brussel. Guardo Franceschini - non il capo storico delle bierre- e sono triste. Cazzo, mi sembra il clone di Gianfranco Fini, bello e ripulito dall'odore di fogna, con il capo circondato dall'aureola approntata giusto per lui tra i sentieri di Barbiana.
Ieri sera, mi e' venuta come l'impressione che mi stessero rubando il tempo e che tu, tu mi rubi l'amore, avrebbe cantato l'uomo di Zocca. Mi sono percio' rivestito, e in piena seconda serata mi son gettato in strada tra una pattuglia di "falchi' alle prese con due presunti spacciatori di erba, e un gruppo di ragazzi che festeggiavano un loro amico che si era laureato la mattina. Mi sono diretto verso la stazione centrale, dove dall'altoparlante una voce dall'accento meridionale annunciava un treno intercity proveniente da Trieste e diretto a Lecce. Mi sono immaginato seduto in uno di quei vagoni, a guardare fuori dal finestrino il mare Adriatico incollarsi con il cielo di una qualunque notte di febbraio, e leggere i nomi delle fermate giu' giu' fino a Lecce. Mi son visto, prima curioso dell'irrisolto paesaggio, e poi piano piano addormentato, con la testa ora tra le mani, ora riversa sui poggiatesta di sedili impregnati di polvere, di capelli, e di chissa' che altro ancora. Ad ogni fermata, un sobbalzo. Ad ogni nome di citta', il sogno si interrompe, ma niente paura, ho ancora un altro bel pezzo si strada ferrata a disposizione per concentrami e riprendere da dove tutto si e' fermato. Fino a destinazione di tempo ce n'e', e forse questa e' la volta buona che la riesco a conquistare e magari a farci pure l'amore. Poi, potremo scendere insieme a Lecce, andare alla spiaggia di San Cataldo o a quella di San Foca, che di questi tempi, e a mattina presto, devono essere proprio belle.

Camminando camminando mi concentravo, e facendo del mio meglio riuscivo a sentire la sabbia entrare nelle scarpe, risolvere una parlata salentina, un accenno di taranta. Guardo l'ora. Si e' fatto proprio tardi. Seguendo i binari del tram numero quattro, guardo le gocce di umidita' che si e' fatta sui binari. Sono sotto il portone di casa. Tre scale alla volta, e sono nella mia stanza.

Un altro giorno, ci sono ancora. Anche oggi cerchero' il mio posto nel mondo. Va tutto bene, se non fosse per questi maledetti granelli di sabbia che si insinuano tra le dita, e mi fanno prurito.

venerdì 1 febbraio 2008

Qualcuno era...

Alla vigilia della caduta del governo P. la tentazione è forte di riproporre e risentire uno dei pezzi teatrali che hanno reso celebre Giorgio Gaber. Dedicato a chi ama ancora sognare e risvegliarsi all'improvviso, sudato, nella notte fonda...

L'asso nella manica

E' andata cosi'. La colpa non e' di nessuno. O forse si'. E' meglio assumersi la propria parte di responsabilita'. Non e' cosi' che si dice? Non ho piu' la forza di mettere i punti alla fine delle frasi, le faccio continuare sino a quando la mia gola non si secca, fino a quando, come capitava a Clint Eastwood nel deserto a ruota di un perfido Eli Wallach a cavallo, la mia gola non arde alla ricerca anche della piu' insignificante goccia di acqua. Ecco, in quel punto, proprio li', mi vien da gridare, ma l'urlo rimane soffocato, e lo sorprendo sospeso a rimbalzare sulle corde vocali, che si tendono come le braccia di chi chiede aiuto, fosse pure nella forma di una firma su una lista di appello. Ma ben piu' straziante e straziato e' il grido di chi in qualche parte del mondo non puo' nemmeno brindare, scrivere una poesia in forma di lettera, cucinare del riso. Si', vorrei che la mia voce rimbalzasse dal fondo della mia gola verso chi e' stato mutilato delle sue parole, della vista del sole, gettato nel fondo dell'oceano da un aereo in volo, privato del sorriso dei suoi affetti piu' cari.

Percio', se io potessi, fratello mio, ti implorerei di non rinviare alla prossima mano il tuo asso nella manica, perche' gli anni passano e lo potrebbero stampare a fuoco sulla tua pelle, dunque non piu' possibilita' di riscatto, ma vetro mandato in frantumi con un sol soffio.