martedì 27 maggio 2008

Sorprese nel cabinato verso il confine

In uno spazio vuoto si fa largo una vampata di calore. Si chiama morte. Un'afa tremenda ossessiva stimola il mio glande, mentre all'incedere dei passi si fanno sotto turbini di aria fredda provenienti da dentro la realtà: il consumo. Io sono fuori e cammino sotto al sole, tra qualche linea d'ombra ed in mezzo all'afa. A grandi falcate avanzo su una delle tante salite, parlando da solo.Del resto che fare? Hicstress. Nessuna idea dell'orrido fetare, della insulsa putrefazione del corpo e dell'anima. Solo la sensazione che presto mi invaderà i sensi. Francesca sa già tutto ed io ancora niente: per me la morte non è che un lontano ricordo, una spiacevole sensazione; mentre per lei una realtà impellente, che le entra a poco a poco dentro lo stomaco, fino ad essere espulsa con un sorriso amaro, con parole vuote.
- Che c'è che non va - mi fa lei.
- Tutto! - dico io - E niente. Non ci si può lamentare quando le cose vanno come devono andare- . L'inevitabile accade ancora, ogni giorno. Il lavoro va come deve andare, il sesso anche, anzi molto meglio. Se tutto funzionasse così naturalmente, se tutto andasse forte come quella turbina...
Al confine della città c'è una stazione, laddove finisce tutto e ricomincia la nuova volontà. Un corto circuito manderebbe tutto a puttane. Ma intanto la ferrovia scorre sotto città e campagne. Entro in un mondo fatto di mostri lucidi e specchi nei quali vedere chi sei. Insetti enormi spuntano dagli scompartimenti stagni dei vagoni.
- Mi scusi lei dove va?
- In un posto che non ha ritorno
- E quale sarebbe questo posto?
- Il confine della vita conosciuta, laddove tutto ciò che assume una vita ti sorprende e spaventa come un maniaco deformato che sbuca da una porta a vetri con il volto dell'assassino. E lo vedi prima che ti agguanti!
- Buona sera a tutti...Mi scusi quello è il mio posto! - Il tipo ha l'impermeabile e trasuda sicurezza e potere e morte. - Nessun problema, mi siedo affianco a lei. Le dispiace?
- Affatto. Sarà un viaggio di piacere e niente e nessuno me lo rovinerà!
L'uomo con l'impermeabile parla con voce cancerosa e si muove con gesti lenti e decisi, dita sottili, . Magro, nella sua pettinatura robotica apre il mantello da invertebrato da dove sbuca una cintura ascellare. Rovista nella tasca interna e tira fuori una sigaretta fatta a mano. Se l'accende e prima che me ne accorga è in piedi ad aprire un lembo di finestrino che scatta verso il basso a serramanico. Si apre di più l'impermeabile, da dove sbuca una fondina in pelle chiara e marroncina, di stile. Il fumo di rigetto si dipana nel cabinato: è salvia divina e subito mi penetra nei polmoni e si diffonde nel plasma, fino al cervello. Il vetro del cabinato diventa convesso e tutto l'ambiente si stringe e si allunga verso la testa sempre più sottile e squamata del nostro. L'ambiente è sempre più instabile, traballante. L'uomo si gira verso di me, dall'alto del suo collo allungato. Ha gli occhi di un serpente, senza vita, e mi guarda come fossi una preda ma si vede che si prende gioco di me. Ora anche la sua bocca non ha più labbra e si allunga verso le orecchie sempre più spalmate dietro la nuca. La sua testa è schiacciata e con le sue dita sempre affusolate si riporta quella sigaretta tra le labbra traslucide e sempre più magre, fa un tiro e sputando fuori altro fumo divino porta la lingua bipartita a dieci centimetri fuori dalla bocca, passandosela lievemente sotto il mento. Mi porge il magico calumé, sorridendo senza espressione. Io inizio a tirare guardandolo negli occhi sempre più tetri ed inespressivi. La stanza è tutta pervasa da una luce blu. Di fronte a me, l'uomo che "va in un posto senza ritorno" non c'è più. I suoi vestiti? Ammucchiati sul sedile come in cesto di panni sporchi. Da sotto al sedile sbuca una coda grigia, enorme. I miei polsi iniziano a vibrare e così il pavimento del cabinato e le pareti e fuori non si vede il panorama che scorre. Solo il rumore assordante mi fa capire che sto andando verso un luogo che non c'è a folle velocità. Come un terremoto la terrà trema e sbucano montagne che mi rimbalzano verso l'alto con scosse violente e secche. Il topo enorme finalmente esce furtivo da una siepe, non più dal sedile e sgattaiola verso fuori dalla scena. Il serpente mi guarda con uno sguardo assassino e penso: "Mi ucciderà! Non ho più scampo!" e mentre io muoio di terrore quello si avventa con le fauci velenose verso la mangusta enorme che grassa si incastra nella porta del cabinato. Un morso: arrghh! E il topo squittisce di dolore ma continua a fuggire, agitandosi e riuscendo a passare nel corridoio del vagone dove si allontana a gambe all'aria a passi pesanti di rumore. Il serpente strisciante e famelico gli si fionda alle spalle, mentre il topo culone fugge via. Cado per un secondo, in preda al cuore impazzito - un tilt cardiaco! - e mi precipito senza fiato fuori dalla cabina. Vedo l'UOMO con l'impermeabile che insegue quell'altro, come un cacciatore la sua preda per catturarla e fare cena della sua carcassa. Lo vedo già che morde e scortica le ossa, strappando via fino all'ultimo lembo di carne ancora viva.

Paolo Sorrentino

All'indomani del festival di Cannes, voglio omaggiare quello che secondo Dino Risi è il miglior regista italiano.

Nell'ordine:

L'uomo in più

Le conseguenze dell'amore

L'amico di famiglia








mercoledì 21 maggio 2008

Scrivere non conta per me

Scrivere non è una cosa importante nella mia vita. Più importante è pensare. Sarebbe importante più di tutto studiare, continuare a studiare. Leggere! Quello sì che è prioritario!
Anche per puro piacere; anche e persino il giornale. Per me, a volte leggere il giornale è necessario. Almeno per avere un contatto materiale, anche lento e macchinoso, con quelle informazioni che, comunque, pervadono la mia sfera percettiva (Che talento!). Dicevo percezione...Cambiare la propria percezione, delle cose che siamo abituati ad ascoltare davanti un piatto caldo, in una modalità audio/video. Provare a leggerla, esaminarla, scomporarla e ricomporla con qualcos'altro, così da costruirsi una propria realtà. Era questo che intendevo per "pensare".
Ma neanche questo è prioritario in questo momento per me.
Mi interessa andare a fondo. E scrivere è lo strumento, lo strumento indispensabile. Ciò che ha creato Dio sulla Terra!... La Scrittura! Non si può rinunciare ad essa se si vuole lasciare una traccia del passaggio. Una traccia e non uno strascico.

lunedì 19 maggio 2008

Uno più uno fa tre

Alla stazione Termini di Roma non c'è umanità. Tutti calpestano ed ignorano tutti. Viaggiatori incazzati con le ferrovie, ferrovieri sdegnati con i viaggiatori; baristi ladri, tassisti peggio. Gente sbandata con treni sbandati, lobotomizzati davanti a cartelli elettronici strampalati. E poi intossicati in cerca di spiccioli (1 euro per favore!), pazzi sbandati a darsi pugni in petto e sulla faccia; signore con l'accento meridionale che ti attaccano bottone per scucirti qualche euro con le scuse più pietose; prostitute che si fingono gentili compagne di viaggio. E poi c'è quello che ti chiede i soldi alla biglietteria automatica, quello che scippa il cellulare alla grassona distratta; e quell'altro che ti taglia la borsa e ti ruba tutto il possibile mentre tu timbri il tuo bel biglietto di viaggio. Tutto farebbe pensare alla caduta più bieca dell'umanità, ed invece non è così...Perché è facile parlar male di un contesto caotico e decadente come questo. Non sempre uno più uno fa due.
La cosa più incredibile mi è successa proprio un giorno mentre facevo il biglietto alla macchinetta automatica. Solitamente infilo la carta di credito e faccio il biglietto per far prima e non aver scocciatori intorno ai miei soldi che ti assediano fino al binario. Stavolta non potevo perché nella carta niente credito! Ed allora ero lì con gli spiccioli, le banconote a far il mio biglietto e dietro di me uno che educatamente aspettava che finissi per chiedermi dei soldi. Quando hanno un minimo di tatto, rispetto e porgo perché so' che vuol dire "appararsi" e dunque gli faccio un sorriso, qualche spicciolo in mano e me ne vado di corsa a prendere il mio treno. Alché ad un certo punto mi accorgo di non avere più il portafogli. "Cazzo!" penso, "lo tenevo tra le gambe mentre tenevo una borsa con una mano e prendevo il biglietto con l'altra!". Quando ad un certo punto mi sento chiamare in lontananza "Giovane! Dove vai?!" era il mio elemosinante (pure paesano) che mi inseguiva con il mio portafogli in mano! Mi correva incontro per restituirmelo. E dentro: tutto! Carta di credito, soldi, patente!...
...Ed allora me ne sono tornato a casa senza neanche riuscire a dir nulla, a pensar nulla se non a che quello che mi era acccaduto come una piccola meraviglia di un'umanità in decadenza.

venerdì 16 maggio 2008

Prostitute.

Stasera mi sento leggero. E' davvero una strana sensazione. Stavo al banco del bar a sorseggiare il mio solito caffe' della sera. All'improvviso, cosi', senza colpo ferire, senza un preambolo apparente, mi son sentito a gravita' zero. Deve trattarsi di una transizione netta, di quelle che non avvengono in maniera graduale, di quelle che hanno luogo bruscamente. E' chiaro che questo passaggio dal pesante al leggero ha tutta una fase di preparazione dietro, e' la natura che me lo insegnato questo. C'e' una storia che si sviluppa lungo la linea del tempo, e poi ad un certo punto avviene quel che deve accadere. Ma qual e' questa storia, laddove essa esista. Mi sono reso semplicemente conto di come sono fatto, di quello che sono, e soprattutto di quello che non potro' mai essere. Prendere coscienza di me stesso, questo quello che la mia freccia del tempo ha visto compiersi. Sono cambiato molto negli ultimi tempi, e sono arrivato ad essere quello che sono in questo momento, e di qui ai prossimi tre secondi, tre mesi, tre anni, questo non lo so ancora.
Vivere dei momenti con alcune persone, anche intensi, ma poi basta, non cercarsi piu' per mesi. Odio stabilre un rapporto che poi rischi di precipitare nella abitudine, che si trascini per inerzia secondo gli stilemi di un meccanicismo consunto dal tempo. Ritrovarsi dopo mesi, anni, e sentirsi ancora vicini, e' qui che si vede se il rapporto tra due persone e' vero, se esiste la sostanza umana. Perche' avere necessariamente il bisogno della quotidianita' per saldare un sodalizio con una persona. La gente ha sempre paura che l'altro possa scappare, e quindi si inventa la convenzione, che sia essa il matrimonio, il rapporto di lavoro, o una qualsivoglia forma di contratto da stipulare fra le parti. Coraggio, gettiamo giu' la maschera, e diciamo che siamo tutti un esercito di puttane pronte a vendersi a chi si fa titolare dell'interesse piu' appetitoso. La possibilita' di fare un figlio per la donna vicina alla menopausa, la possibilita' di ricevere un favore dall'amico appena promosso ad una carica prestigiosa. Amici, compagni, forza il marciapiede ci aspetta, bruciamo l'ultimo copertone per scaldare questa nottata del cazzo.

mercoledì 14 maggio 2008

Scambi

Io non ho mai capito come fa a ricordarsi il punto preciso dove il treno sembra perdere il controllo sugli scambi. Ogni volta rimango stupefatto dalla sistematicita' con cui dice: ecco ci siamo, questo e' un brutto scambio, e non sbaglia mai, si tratti della Battipaglia-Potenza, della Torre-Cancello, o della Salerno-Napoli. Un sobbalzo, siamo fuori binario, anzi no, la corsa procede. Fra un poco siamo arrivati. E qui, a mangiare un saporito burrino, una sfogliatella calda di forno, riccia o frolla come la vuoi?, o un piatto di pere e o musso da una bancarella fuori della stazione di Nocera inferiore, chissa' se ci sta ancora quello che ti faceva un piatto enorme di lupini, di olive e di pere e o musso appunto. Davvero bei momenti, e lo dico sul serio, non e' una cosa retorica, io veramente stavo bene mentre a piazza Garibaldi mi promettevi di portarmi da Attanasio per una sfogliata o nella duchesca per una pizza piegata a portafoglio. E mo che cazzo vuoi continuare a scrivere che mi e' venuto pure da piangere!!!

domenica 4 maggio 2008

Vai Alemanno, pensaci tu

Davvero penso non sia il caso stracciarsi le vesti dinanzi ad Alemanno sindaco di Roma; tra le altre cose, il fascistissimo Giovanni mi sta pure simpatico, sarà che si chiama come me, oppure perchè spero che levi le sedie da sotto al culo alla gente come la Dandini e a tutta la vulgata intelletualoide che EgoWalter ha fatto sedere sulle più importanti poltrone romane. In fondo lo so che non lo farà, ma per un momento mi piace immaginare che questo possa succedere. E già me la vedo, con i suoi collant neri che le avvolgono le gambe ben curate e depilate, la maestrina dalla penna rossa a parlare contro la dittatura, a dire che in Italia la democrazia rischia di scomparire. E mò se ne accorge sta paracula, dopo che tutti gli amichetti suoi se so fatti li cazzi loro, dopo che hanno piazzato i rampolli e le fidanzate dei rampolli davanti ad un microfono, dietro ad una macchina da presa, o con una penna in mano davanti ad un quaderno immacolato a scrivere un copione o il testo di una trasmissione. Ve piaceva, a 'mpuniti, spartirve la torta alla faccia de noantri, azzerando tutte le dinamiche sociali e meritocratiche. Non è forse pure questa morte della democrazia? Ma di cosa state a parlare, voi uomini austeri della sinistra, se per anni avete snobbato la televisione? Ma cosa cazzo reclamate se per anni avete considerato la televisione come er passatempo delle casalinghe anarfabete e dei pensionati 'gnoranti? E' arrivato Berlusconi, si è fagocitato tutti sti spazi, ha fatto le trasmissioni per prendersi i voti, mentre voi facevate i sordi con Mondadori, e la Medusa. E chi era er padrone de Mondadori e d'a Medusa? Ma quel dittatore der cavaliere. Dandini, Mannoia, e quant'altri: lo sapevate già che le cose sarebbero andate a finire così. Ma in fondo, ma neanche tanto in fondo, avete pensato, ma che ce frega? Fino a quando ce facciamo er giro nostro, fino a quando facciamo i nostri film, le nostre belle trasmissioni radical-chic, che cazzo ce frega? Ma sta branca de farisei!!! Alla fine della storia, ve voglio dì solo di andarlo a prendere nel culo.

giovedì 1 maggio 2008

Language is a virus



Londra, 8 Duke Street, St. James, Piccadilly, 1972.
Robert Palmer, giornalista di Rolling Stone, intervista William S. Burroughs.


RP. Senti, quando hai detto "cancellate la parola", intendevi dire "imparate ad usare le parole invece di lasciare che le parole vi usino?".

WSB. (...) In origine, naturalmente era un concetto di Brion. Diciamo che prima bisognerebbe farsi un'idea precisa di cosa sia il mondo e con che logica funzioni. Posso annunciare che il linguaggio è a tutti gli effetti un virus, che ha raggiunto una condizione di equilibrio con l'organismo ospite e quindi non è avvertito come tale. Possiedo molti libri scientifici sull'argomento e ci sono diversi virus che hanno raggiunto questa condizione. Ne consegue che possono autoriprodursi all'interno delle cellule senza però danneggiarle.

[Estratto da Rock'n'roll virus di William S. Burroughs]