sabato 23 agosto 2008

Dal divano al Libano

(in alto una foto tratta dal blog Donnelibertadistampa)

In allegato sopra un articolo preso dalla rassegna stampa del Ministero della Difesa tratto da Il Riformista del 19/08. Una articolo dal titolo un po' ammiccante e ironico "Nella terra di Hezbollah i napoletani insegnano la raccolta differenziata". Dietro queste righe ed al titolo un briciolo di ingenuità. Pena: l'inosservanza, se non fossi capitato sul blog di Donnelibertadistampa e seguito la storia di Valeria, giovane giornalista (probabilmente romana) che parte per il Libano, inviata non so se speciale oppure occasionale del quotidiano Il Riformista. A colpirmi sono stati i post un po' nostalgici, melanconici ma sempre molto battaglieri di una donna italiana che decide di mettersi in gioco seguendo un'ispirazione, un'idea, una rabbia più che un lavoro o roba simile.

A colpirmi di queste parole è il rifuggire da questa penosa condizione di una generazione di giovani a caccia di benessere e tranquillità e la consapevolezza che qualcuno ancora vuole seguire delle proprie visioni. Questo è il punto: seguire queste visioni!

"Andare al fronte" a vent'otto anni è una bella sfida, una di quelle che danno risposte ben più ampie di quelle cercate invano nella "realtà inventata" italiana. Lì, forse, c'è la verità sbattuta in faccia che vorremo vedere e che qui percepiamo solamente ovvero le reali contraddizioni insite nella guerra e figlie di un sistema di benessere che è tanto evidente dal di fuori quanto sfuggente dal di dentro. Lì dal di fuori, laddove persiste una forma di guerra permanente ed a bassa intensità ma anche laddove la guerra è diventata quasi abitudine, corollario ormai "necessario" della politica e della società che reagisce e risponde alle vibrazioni delle bombe.

Chissà cosa vuol dire uscire dal mondo per guardare fuori dal solotto e magari trovare la risposta di cosa sia in realtà ciò che mantiene in piedi il nostro benessere? Chissà cosa vuol dire alzarsi dal divano per entrare in quelle immagini di guerra, distruzione, disperazione e morte o comunque sentirla ogni giorno nelle parole e guardarle incise sui volti della gente?

domenica 17 agosto 2008

Addavenì Baffone

Ieri pomeriggio ho rivisto "Caro Diario" di Nanni Moretti. Non vengo qui a fare una recensione o qualcosa così. Guardando le sequenze del film, ascoltando le battute scritte e recitate da Moretti, mi è venuta in mente una canzone di Vasco Rossi, "Senza Parole", quella che hanno usato pure per uno spot pubblicitario della Fiat. E' una delle mie canzoni preferite, e ad un certo punto dice così:

...
e ho capito che è una malattia
dalla quale non si può guarire mai

...

Eh, si dalla quale non si può guarire mai. Non c'è niente che possa disintossicarmi, non c'è niente che mi possa cambiare. Non mi importa una sega che il muro è caduto; non mi frega un cazzo che le coop rosse hanno mangiato con gli appalti truccati e il PCI si è nutrito con le tangenti dell'ENI; non mi interessa che Stalin purgava gli oppositori politici, lo farei pure io se è per questo, se si deve fare la rivoluzione mica la fai distribuendo confetti all'uscita dalla chiesa, questo potrebbe andare bene per un matrimonio, ma per fare il socialismo proprio no.
E allora affanculo tutto e tutti. Addavenì Baffone.

Brevi scuse senza alibi

Non c'è scusa che tenga. In chiesa è difficile entrare. E' come un banco di nebbia dove si offusca la mente e la via d'uscita è la porta di una stanza dalla quale arriva un rimbombo di bassi e contralti ed al di là della quale trovo...

Mi alzo alle 8, un caffè. Alle 8 e 45 sono già in strada a fare jogging. alle 9 e 30 sono rientrato ed alle 10 e 45 ho acceso già la prima sigaretta. La connessione col cellulare è lenta: apre le pagine riga per riga, foto per foto ed io ho il tempo di leggere le notizie di yahoo senza fretta. Noto, osservo: non schizzo col mouse. La lentezza: una qualità che riscopri nel disagio.
Non c'è scusa che tenga...sono innamorato della solitudine e dell'introspezione, ma soprattutto del giusto viaggio e della riscoperta.

"E domenica...che facciamo!?"
"Niente, tu vai se vuoi"
"E tu che fai qui da solo?"
"Non so, non mi pesa. Potrei stendere i panni ad asciugare oppure trivellare il mio io in mutevoli essere"
"Tutt'al più potresti studiare o lavorare..."
"Sì, mi ritroverei nel mio essere più giusto"
"Che cosa pensi del giorno?"
"Che è opposto alla notte: inutilità e giudizio contro sogno e creazione di mondi"
"E della tecnologia? Cosa pensi?"
"Che è uguale alla pedofilia: feticcio ad alto rischio, illusione di liberazione"
"E che cosa pensi di me?"
"Nulla. Penso che ti amo, come amo il mondo e la vita, l'ossigeno e ogni tipo di viaggio che sussiste nella chimica. Tu per me sei la mia migliore chimica."
"Pensi a quello che dici, qualche volta?"
"Sì, ma più spesso dico quello che vivo (pensare mi è diventato angusto!)"

sabato 16 agosto 2008

Sciamu a ballare

L'umidità si appiccica sulla pelle. E' solo condensazione, mi diceva Giada.
Cammino radente i muri. Il catrame emette. E pure il cemento di cui son fatti tutti questi palazzi cresciuti in maniera esplosiva, edera sulle colline di questa città. Il corpo nero, ecco. L'ho studiato molti anni fa. Erano belle quelle lezioni all'università. Giada mi domandava dove mi sarei seduto. Puntualmente, me la ritrovavo alle mie spalle o seduta di fianco a me. Una trasparenza dietro l'altra e pareva che comprendessimo come funzionavano veramente il mondo e la natura. Le leggi ci sono, basta applicarle così; questo Giada mi scriveva sul blocco degli appunti parafrasando una canzone dei Diaframma.

A questo punto della storia e in mezzo a tutte queste correnti di neutrini, a me poco interessa di capire quale sia la ragione che spinge la gente ad essere così odiosa. Lasciatemi da solo con la matita in pugno, appena temperata. Quando sarò stanco di scarabocchiare i miei fogli potrò conficcarmela nel ventre e fare fuoriuscire tutto il veleno che ho in corpo. Ne trarrò forze nuove e fresche per ricominciare a sputarvi in faccia. Il vostro disprezzo, la vostra indifferenza, le vostre case comperate a mutui che come malattie vi gettate addosso, saranno per me energia vitale; incontrandoti nei vicoli dei mercanti, avrò di nuovo il coraggio di invitarti a ballare.

Fumo blu

domenica 10 agosto 2008

Aspettando Papillon

Quattordici orizzontale: "Interpretava Papillon nell'omonimo film".
Lui, sicuro, scrive: "STEVEMCQUEEN".

Tornando dalla spiaggia, lo riesco a scorgere seduto, le gambe incrociate sotto al tavolo e il capo chino sulle parole crociate. La veranda di plastica gli permette di scorgere e frugare tra il via vai di bagnanti, personale delle pulizie, furgoni che portano il pane o la frutta fresca. Da un pò di anni, mio padre non si unisce alle nostre puntate mattutine sulla sabbia e nel mare. Lui ha deciso di trascorrere le mattinate sul terrazzo del bilocale che ci ospita per un paio di settimane. Una cedrata Tassoni un anagramma un bicchiere di birra belga un rebus un crostino tra il dire e il fare un cantuccino in fondo al mare le notizie del telegiornale l'aneddoto cifrato un bicchiere di bianco una sciarada. Lui ha deciso di restarsene a casa. Un giorno gli ho chiesto perchè. Lui mi ha risposto: "Sto aspettando che Papillon ritorni. Parrebbe brutto se non trovasse nessuno".

venerdì 8 agosto 2008

Shine a light: operazione commerciale o testamento artistico

E' di oggi la notizia che i Rolling Stones pubblicheranno in novembre un doppio dvd con le immagini del backstage del film di Martin Scorsese Shine A Light più 4 inediti. Uno dei due dvd conterrà una copia in digitale della pellicola che i fan potranno scarica sull'iPod. Il film di Scorsese non era destinato a far parlare troppo di sé per le caratteristiche dell'operazione commerciale che fin da subito, dall'uscita del film, si è configurata agli occhi dei più. Shine A Light altro non è che una ripresa artistica (con un po' di montaggio nostalgico dei Rolling Stones dell'era che fu) del concerto della storica band americana nell'agosto del 2006 al Bacon Theatre di New York durante il tour Bigger Bang. "La più grande band" che fa il verso a sé stessa, celebrata da una delle icone del cinema americano che appare sul set anche un po' svogliato: entrambi non sembravano avere bisogno di riconoscimenti per lanciare un film che ha avuto più funzioni celebratiche che artistiche. Una pellicola da appassionati, certo, da feticisti oltremodo della band che da 30 anni è sulla cresta dell'onda e rappresenta un pezzo di storia vivente della musica rock. Un ulteriore tentativo di mitizzare il mito Mick Jagger che in barba agli anni anche nel film appare in tutta la sua energia sempre pulsante e coinvolgente, nel suo ballo un po' tarantolato un po' sconvolto che coinvolge come sempre la platea che assiste allo spettacolo.
Non però la platea di Shine A Light, o meglio, non una platea cinematografica che assiste ad una eterna ripezione nella quale non possono esserci le urgenze artistiche che hanno da sempre caratterizzato le pellicole di Scorsese.

Operazione commerciale o testamento artistico, Shine A Light se per gli appassionati del gruppo britannico resta una chicca imperdibile; per lo spettatore di oggi è solo un bel ricordo del simpaticissimo Keith Richards e della sua inimitabile personalità distruttrice e sognatrice allo stesso tempo. E' proprio qui he nel film offre degli spunti di sa follia che lascia spazio ad un ottimismo eterno di un gruppo di vecchietti che ci offre comunque ricordi indelebili di anni indimenticabili non solo per la musica ma anche per le idee.