giovedì 10 gennaio 2008

Polli da allevamento

"Gli umani sono complessi": è una frase che ultimamente mi ritorna alla mente; una frase detta da un amico un giorno a pranzo in un ristorante di Roma. Quanto è vero! Ma è vero anche che i comportamenti umani si possono codificare in base al territorio, alla tradizione, alla cultura di un Paese, inteso come sistema nazionale; oppure nell'ambito di una regione di quel Paese, o ad una città. Di certo i comportamenti umani hanno una matrice comune che raggruppa anche più stati, anche dall'Europa all'Oceania, agli Stati Uniti fino al Sudafrica. Uno dei comportamenti tipici che ci accomuna tutti noi appartenenti ad una civiltà cristiana e capitalistica in senso avanzato, dalla pendice del Bianco Sud Africa fino al Canada, passando dalla tradizionalista Europa, è l'opulenza. L'opulenza, quella che caratterizza questo inizio anno, questo fatidico Gennaio del 2008, quando dopo la sbornia di acquisti e di mangiate e festeggiamenti e saluti e rapporti sociali all'apparenza cordiali ed idilliaci, ci si rituffa in una routine quotidiana che ci induce a dire frasi tipo: "La solita solfa" oppure "Si ritorna alla vita di tutti i giorni".

Eccoci dunque tutti davanti alle responsabilità, alle bollette da pagare, alle pensioni misere, agli aumenti di inizio anno, alle superficiali relazioni di lavoro, alle subordinazioni sociali. E allora, ancora, noti che in tutti i luoghi pubblici, ed anche privati, la voglia di ricominciare è zero perché tutti ci si aspettava una sorta di cambiamento per l'anno nuovo. Tutto ciò è un danno sociale enorme, in quanto risulta essere una carenza di energia vitale nella vita di tutti noi che a questa carenza non siamo pronti, pur vivendola annualmente in un tremendo deja vu. Questa tossicità nell'aria dovrebbe farci capire di che pasta siamo fatti: influenzabili da forze neanche tanto più grandi di noi e che potremmo sicuramente ignorare. Al di là di un sistema economico/amministrativo che ci mette in condizione di ripensare alla nostra vita in termini di scadenze contrattuali, di bilanci sommari, di nuovi obiettivi e plafond esaurito di buoni sentimenti con la fine dell'anno, dovremmo chiederci se veramente siamo o no i padroni del nostro "essere" oppure come polli da allevamento solo indirizzati dalla mangiatoia al pascolo, come sosteneva nella sua compilation memorabile il grande Giorgio Gaber. Il problema non sta nell'ammettere che siamo trattati da "polli" e noi stessi ci sentiamo tali; il punto sta nella presa di coscienza di uno dei tanti strumenti di coercizione che caratterizzano la nostra sopravvivenza quotidiana (la sopravvivenza dell'umano) in questo sistema socio-economico: l'organizzazione del tempo. Parole come "il lunedì", "il primo dell'anno", "Ferragosto", "L'esodo di Natale", "il week-end" sono tutte scelte da parte di qualcosa altro al nostro posto che ci impediscono assolutamente di rivedere la nostra vita prima che gli anni ce la porti via. Del resto pensiamo a che cosa si riduce la vita organizzata in questo modo se non in una vana speranza di esserci domani, una ottimistica visione che sarà diverso, che potremo cambiare le cose, cambiare la vita. Tempo, non ce ne sta. E più lo si insegue, più sfugge; ed in questo modo passano le settimane, i mesi e gli anni e sfugge via l'aspettativa del domani. Forse è proprio qui, quando non si pensa più al domani, che scatta in noi il piacere di godere un attimo con noi stessi, con la propria casa, la propria moglie, i propri libri, il proprio corpo. Quando non si pensa alla trappola del domani che verrà e cambierà le cose. Forse è proprio a questo punto che l'uomo comincia ad attivare una produzione creativa dell'attimo, quell'attimo fuggevole che passa e non ritornerà: quell'attimo che va goduto nella sua essenza più neutra possibile, lasciando ad altri giudizi, passioni e contraddizioni, bilanci e ossessioni. Quanti attimi abbiamo in una vita? Tanti e molteplici. Un tiro di sigaretta espulso subito via e poi, il secondo, che scende nei polmoni ed il fumo che esce più scuro dalla bocca; i rumori della strada che entrano dalla finestra e ti sembra di assistere all'immenso che scorre; il sentire il battito del cuore mentre corri su per un viale alberato ed il respirare che si fa regolare con il tuo passo costante; l'aria della mattina presto, la luce arancione del sole. Un albero difronte alla mia finestra chiede attenzione. Io lo guardo. E' un grosso ficus, enorme, alto più di dieci metri: "Una cosa incredibile!" penso, con le sue foglie arroccate sui rami e la sua forma verso il cielo. E' un attimo, è passato e non ritornerà. Ma io sono ancora qui.