venerdì 1 febbraio 2008

Qualcuno era...

Alla vigilia della caduta del governo P. la tentazione è forte di riproporre e risentire uno dei pezzi teatrali che hanno reso celebre Giorgio Gaber. Dedicato a chi ama ancora sognare e risvegliarsi all'improvviso, sudato, nella notte fonda...

L'asso nella manica

E' andata cosi'. La colpa non e' di nessuno. O forse si'. E' meglio assumersi la propria parte di responsabilita'. Non e' cosi' che si dice? Non ho piu' la forza di mettere i punti alla fine delle frasi, le faccio continuare sino a quando la mia gola non si secca, fino a quando, come capitava a Clint Eastwood nel deserto a ruota di un perfido Eli Wallach a cavallo, la mia gola non arde alla ricerca anche della piu' insignificante goccia di acqua. Ecco, in quel punto, proprio li', mi vien da gridare, ma l'urlo rimane soffocato, e lo sorprendo sospeso a rimbalzare sulle corde vocali, che si tendono come le braccia di chi chiede aiuto, fosse pure nella forma di una firma su una lista di appello. Ma ben piu' straziante e straziato e' il grido di chi in qualche parte del mondo non puo' nemmeno brindare, scrivere una poesia in forma di lettera, cucinare del riso. Si', vorrei che la mia voce rimbalzasse dal fondo della mia gola verso chi e' stato mutilato delle sue parole, della vista del sole, gettato nel fondo dell'oceano da un aereo in volo, privato del sorriso dei suoi affetti piu' cari.

Percio', se io potessi, fratello mio, ti implorerei di non rinviare alla prossima mano il tuo asso nella manica, perche' gli anni passano e lo potrebbero stampare a fuoco sulla tua pelle, dunque non piu' possibilita' di riscatto, ma vetro mandato in frantumi con un sol soffio.