domenica 2 marzo 2008

Le allettanti promesse

Era ieri l'altro. Un amico mi diceva del sogno che aveva fatto durante la nottata. Io, lui, il mio vecchio, un campo coltivato. Si passeggiava, si parlava di politica. Ebbene si. Di politica. Da molte lune, oramai, non se ne sente più parlare. Solo verbose discussioni e parole estratte a sorte da un cilindro. Mi sembra di vederle galleggiare nel liquido denso ma trasparente di questi anni, le vocali e le consonanti. Dal basso però. Perchè noi rimaniamo, corpi gravi, vittime del peso, ancorati con i piedi per terra. A volte, qualcuno tenta di liberarsi per librarsi. Ma niente da fare. Il gas che ci riempie, esce dalle nostre mortali spoglie e disperdendosi ci fa precipitare di nuovo a terra, sul selciato, come il protagonista di quella canzone di Daniele Silvestri, Salirò si chiamava. La canzone si intende. Però, a ben vedere, non è poi così malaccio rimanere al suolo, specie se la terra è quella di un orto. Disteso, una guancia contro la terra, guardo di traverso i solchi che mio padre ha preparato per le patate e le cipolle. Schiaccio una delle mie orecchie contro il suolo, proprio come in quei film dei cow-boys quando il protagonista si stende sui binari per capire se il treno sta per arrivare. Mi sistemo per bene, e mi pare di riuscire a sentire le radici tuberose che piano piano si dipartono dal cuore delle sementi per farsi spazio tra le pieghe del sottosuolo. E' un rumore strisciante, mi rassicura. Mi rassicura pensare che ogni cosa della natura ha il suo tempo. Dare tempo al tempo. A giugno si raccolgono le patate, ora e' il tempo dei broccoli, dopo nove mesi nasce un bambino. Intanto, in sovrapposizione, il rumore della zappa del mio vecchio, addosso una camicia di quando faceva l'operaio, che dissoda tutta la terra intorno. Non perde un colpo. Affonda tra le zolle dure, poi l'arnese che si stacca dalla terra fino ad arrivare all'altezza delle spalle, forse appena un poco più indietro, e poi di nuovo giù, e ancora così avanti per tutto questo pomeriggio, in cui mi sento come in certe canzoni di Mogol e Battisti, sai di quelle belle reazionarie come quella delle promesse allettanti o quell' altra del canto brasileiro, o quell'altra ancora del leone e della gallina. E a proposito di cose reazionarie, mio padre mi ha sempre ricordato Pietro Germi, non fisicamente però perchè mio padre è bello, quello del film Il Ferroviere. Lo stesso modo di essere triste e disilluso, lo stesso modo di essere contro il comunismo dei borghesi che scioperano per un miserabile aumento in busta paga, stesso modo di finire stanco e distrutto sul divano del soggiorno, mentre di là stupide galline - qua è Battiato che parla- si azzuffano per niente, e le barricate in piazza le fai per conto della borghesia. Si, questo pomeriggio sta andando incontro alla sua fine, e mi vengono in mente tante cose, anche perchè in questo sogno non ci siamo solo io e il mio babbo, ma pure chi sto sogno me lo ha raccontato. E mi pare di intravederlo, anzi lo vedo proprio, riflesso nell'acqua piovana che si è raccolta in quei fusti di plastica alti poco più di mezzo metro, quelli che si usano mettere lungo il perimetro del capanno degli attrezzi. La sua camminata da giocatore di pallone, la sigaretta nella destra, sempre pronto a dividere un caffè, una frittata alle verdure, un blog sulla rete fatta di bit. Era parecchio che non lo vedevo questo fratello aggiunto, forse dalle feste di natale. Mi ha fatto davvero piacere incontrarlo oggi, in quest'acqua piovuta dal cielo, lontano dai facciotti appesi ai muri di città e sufficientemente distante, tanto da non udirli, dai diffusori che dai palchi fanno propagare comizi e musica da bancarella. E' proprio un bel sogno, ma sta volgendo al termine. Ancora un altro po', il tempo di un altro caffè, il tempo di raccogliere i frutti, il tempo di un altro riflesso, di un altro miraggio.