venerdì 6 giugno 2008

Prodotto scalare

Ti chiederei di fare più piano, se solo potessi farlo. Le mie corde vocali, aste rigide inchiodate a due punti fissi, non vibrano più. In questa quiete, solo il bagliore degli occhi lucenti, la unica cosa che mi rimane di me, ai margini di uno schermo piatto di enne pollici. Non scambiarlo per pianto, questo luccichio, ti prego; è un rimandare, un invertire il moto, dalla laringe alle pupille, dalle pupille alla laringe, ma seguendo sempre traiettorie diverse, facendo dispetto alla pigrizia cosmica. Basta, luce flebile, Ancora, due brillanti negli occhi, e via dicendo, chissà come si farà con il brillio degli occhi via dicendo. Qualcuno me lo insegnerà. Vedremo.

Ma adesso piango, te ne sei accorta, il fatto è che non esistono solo i numeri naturali, il fatto è che non esistono solo i numeri positivi, è possibile contare anche sotto zero, come quando fa freddo, ma se poi uso il grado Kelvin, non posso andare sotto zero, e non fa più tanto freddo. Il tempo immaginario è come una temperatura, faccio finta di stare al sole immaginando di averci un orologio.
E vi cancello tutti, nel mio mondo che ci ha il prodotto scalare zero con le vostre menate di gente per bene. Non più mondi paralleli, solo proiezioni nulle.

Senza fili

Ecco, stavolta sono sicuro che il tutto andrà a convergenza. Ho scelto le condizioni iniziali nella maniera giusta, deve funzionare per forza. In questo imbuto fatto di montagne alpine, sono seduto accanto al vetro della sala wi-fi, e sto facendo dei conti. Non quelli soliti che faccio per campare, ma quelli che servono per sopravvivere. Era parecchio tempo che non mi capitava di fare lo stato dell'arte, come annunzia il titolo della prima trasparenza della lezione del grande Philippe Nozieres, un mostro sacro della fisica, sa tutto, ho il suo libro sempre sulla scrivania, la settimana scorsa gli ho scritto pure una mail; mi ha risposto dopo due minuti, due righe, i dubbi di un mese risolti con qualche battuta di tastiera. Bellissimo. Vorrei fare così pure nella vita, solo che un Nozieres non lo incontro mai, oppure c'è ma non so dove abita, e qual è il suo indirizzo di posta elettronica. Incontro solo persone, figuranti che mi sparano in faccia la loro presunzione di mediocri che hanno capito come si fa nella vita, e me lo vogliono spiegare a tutti i costi. All'inizio mi paiono pure gentili, veramente interessati ad interagire con me, ma poi basta una loro frase, una battuta, un doppio senso da gente fintamente vissuta, e mi scadono subito dal cuore. Sono fatto così, sono rimasto, e lo rimarrò sempre, uno stalinista, pure nei rapporti umani. Ad essere ancora stalinisti mi sembra non ci sia nulla di male, anche se mi capita che alcuni che sembrano avere sempre la risposta in tasca, dicono che non serve a niente, che sono idee vecchie, che la realtà va decodificata usando altre chiavi. Ma chi sono loro? Spero davvero non si prendano sul serio con queste pillole di saggezza d'accatto che si baloccano a propinare agli interlocutori del momento. Ho come l'impressione che la gente, in generale, quando parla voglia solo convincersi che le loro scelte sono state quelle giuste; ma state tranquilli, che a me non me ne frega un cazzo, mantenete la calma, non son certo come voi che sputate addosso a quello che siete stati un tempo, o almeno me lo avete fatto credere; ma per favore,almeno, non rompetemi più i coglioni.

Adesso si è alzato un pò di vento, e dalla sala dei seminari sento la voce di un normalista di Parigi che parla di gas dipolari a basse dimensionalità. L'ho visto ieri sera a cena sto tizio, taciturno, parlava solo quando era necessario, e diceva cose sensate. In fondo i fisici, nonostante le loro stranezze, sono bella gente. Molti conservano la loro purezza di bambini, l'entusiasmo di adolescenti, la curiosità della ricerca. Non esistono cose giuste o sbagliate per loro, solo punti di vista diversi. Conoscendo da anni questo modo di pensare, mi risulta sempre più difficile rapportarmi con le persone normali e la loro presunzione che come facciamo noi cosi si fa. Scrivo, scrivo, vicino a me ci sono due di Torino che vogliono fare una cosa sui fermioni, o cose così. Mi volto verso di loro, mi guardano, tacciono per un momento, poi ricominciano a parlare. La saletta si sta affollando. Le dita sulla tastiera, riconosco le voci dei vari personaggi, un materano che lavora a Parigi, una romena che lavora a Trento, un umbro da cinque anni a Trieste. Per stemperare la monotonia guardo fuori da questo acquario, c'è un gruppo di ragazzi che fa footing, hanno le gambe lunghe e secche e le casacche di colore arancione, che mi paiono quelli dell'Anas. Qualche macchina passa, qualche aereo vola basso, qualche goccia di caffè della macchinetta si rapprende sul cucchiaino di plastica; tensione superficiale, mi dice il materano, un ragazzo che conosco dai convegni che si organnizzavano sull'altopiano della Paganella, che sembra un giocatore di football americano, i capelli lunghi e ricci, la barba incolta, adesso passeggia nervosamente con le mani dietro la schiena e il capo chino, starà pensando a qualche stratagemma per risolvere il problema a cui sta sta lavorando da sei mesi a questa parte. Rumori di borse, di quelle che ci si mettono dentro i portatili, cazzo non vede la rete, devo vedere se mi hanno accettato l'ultimo lavoro, c'ho un'ansia; è la voce di Francesco, un ragazzino sui ventiquattro anni, promettente studente di dottorato a Trento.

Il vento continua a soffiare, ma la rabbia mi mantiene calmo, cantava Vecchioni. E mentre gli applausi scrosciano per la fine del seminario di Orignac, penso che oggi è un bel giorno per morire.