mercoledì 18 aprile 2012

Le rose della mamma*

*Racconto pubblicato sul numero 47 della rivista Sagarana diretta da Julio Monteiro Martins


La mamma non la sopportavo più. Ero proprio arrivato ad un punto di non ritorno. Fin da piccolo non riesco a comprendere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ora le cose mi sono un po’ più chiare.
Le rose, queste benedette rose. Oggi è giunto il giorno, il giorno di piantarle. Per la mamma ho scelto questo pezzo di terra fresca nella corte dietro casa. Le voglio piantare proprio qui le sue rose, quelle che diceva sempre di voler piantare quando la facevo arrabbiare, diceva, con quel suo sbuffo eterno, diceva che era meglio il giardino, occuparsi del giardino, più che dei figli. Le piante e i fiori forse qualche soddisfazione te la danno, diceva.
A ripensarci, ha proprio un brutto carattere la mamma. In fondo lo so che non è cattiva.
Ma quel suo difetto, quell’orrendo difetto che aveva di parlare senza ascoltare. Lo odiavo quel modo di fare. Quando qualcosa non le andava bene iniziava a borbottare, agitando la testa e facendo vibrare quella sua gota cadente sotto il mento e pronunciando, ogni tre parole, quel suo “Non lo so” con cui dava sfogo alle sue continue lamentele. Li infilava ovunque quei suoi “Non lo so”: all’inizio, alla fine o in mezzo a quelle che parevano essere sempre le sue sentenze di morte. “Non lo so, la Gina dice che il tetto perde acqua e vuole soldi da me, non lo so!”. Oppure: “Dove credi di andare, non lo so, conciato così”, e ancora: “Non lo so, vuoi stare veramente con quella poco di buono!”. Mi faceva disperare la mamma.

martedì 27 marzo 2012

Oltre il libro niente

Era il 2008 e lavoravo come responsabile commerciale in una piccola casa editrice. Avevo messo i miei manoscritti nel cassetto anche se continuavo a scrivere questo blog. Una domenica in libreria comprai un libretto su come "diventare scrittore", uno di quei manuali che molti definiscono indispensabili per impratichirsi dell'arte della scrittura. Volevo tornare a scrivere di nuovo. Ancora dovevo aprire una pagina di quel libro ed era già un pezzo che avevo questo piccolo tomo nella mia libreria che richiamava continuamente la mia attenzione. La libreria la tenevo in camera da letto, non essendoci molto spazio nel resto della casa, ed a fianco, vicino alla finestra, un tavolino con sopra una vecchia macchina da scrivere comprata in un mercato di roba usata a 20 euro. Ogni volta che passavo di là, mentre mi avviavo verso la mia ora di scrittura "a mano", notavo il David Copperfield. Doveva essere letto, presumo. Inizia ma non lo finii mai. Ero troppo concentrato sulla scrittura e la lettura allora mi pareva una divagazione troppo lussuosa. Poi nel leggere quel libretto sulla scrittura, mi veniva dato il consiglio di leggere con attenzione i libri degli scrittori migliori e di carpire le tecniche, la forma, anche accoglierne le idee se ne fossi stato convinto tanto quanto l'autore. 
Con gli anni ho imparato l'importanza della lettura e la dedizione che ho messo in essa ho cercato di trasportarla anche nella scrittura. 
David Copperfield è una palestra dove esercitare parole. Del resto lo dice anche in un passo del libro Dickens quando Trotwood incontra il suo vecchio medico di Blunderstone, una volta raggiunta la fama di scrittore, il quale curioso della sua carriera osserva che deve essere una bella fatica quella di scrivere un libro. "Lo è anche quella di leggerlo!" risponde acutamente Trotwood.

venerdì 23 marzo 2012

Dino Campana e la Firenze del '900




Ardengo Soffici
I rapporti tra un uomo e una città sono sempre, per lo meno, abbastanza complessi. Se poi l’uomo è Dino Campana e la città si chiama Firenze, allora le complicazioni aumentano”. Era questa la dichiarazione di massima dell’articolo scritto da Gino Gerola e pubblicato da Paolo Panigiani, su Dino Campana a Firenze.
Diciamoci la verità: Campana non è un poeta considerato come dovrebbe nella storia della letteratura di Firenze. Se un critico di fama mondiale come Harold Bloom inserisce Campana tra i maggiori poeta italiani moderni sul “Canone occidentale” insieme a Pirandello, Calvino, Ungaretti e altri mostri sacri, nella critica italiana si è ritagliato costanti ma troppo sparute nicchie di consenso all’autore di unico libro, i “Canti Orfici”, ricco però di sperimentazione linguistica e integrità poetica. E Firenze non si è mai neppure sognata di celebrare il poeta nativo di Marradi che ha trovato più fortunati lidi nella sua provincia più vicina di Scandicci e Lastra a Signa o in città come Bologna e Genova.  La sua epopea e fascinazione, sua e del suo manoscritto “Il più lungo giorno” smarrito nel lontano 1913 e ritrovato nel 1971 nella soffitta della casa di Poggio a Caiano del pittore Ardengo Soffici, sono legati ad emisferi che furono a cavallo, prima e dopo, la storia di Campana a Firenze. Troppo lirico per i futuristi, troppo avanti per il purismo linguistico dei poeti ermetici, Campana ha trovato fortuna solo dopo gli anni ’50 quando in Italia ci si cominciava a disfare di un passato pedante o burrascoso, nella poesia come nella politica, ed iniziava ad emergere la figura dei poeti “bohemien” come, forse riduttivamente fu definito Campana.