venerdì 23 marzo 2012

Dino Campana e la Firenze del '900




Ardengo Soffici
I rapporti tra un uomo e una città sono sempre, per lo meno, abbastanza complessi. Se poi l’uomo è Dino Campana e la città si chiama Firenze, allora le complicazioni aumentano”. Era questa la dichiarazione di massima dell’articolo scritto da Gino Gerola e pubblicato da Paolo Panigiani, su Dino Campana a Firenze.
Diciamoci la verità: Campana non è un poeta considerato come dovrebbe nella storia della letteratura di Firenze. Se un critico di fama mondiale come Harold Bloom inserisce Campana tra i maggiori poeta italiani moderni sul “Canone occidentale” insieme a Pirandello, Calvino, Ungaretti e altri mostri sacri, nella critica italiana si è ritagliato costanti ma troppo sparute nicchie di consenso all’autore di unico libro, i “Canti Orfici”, ricco però di sperimentazione linguistica e integrità poetica. E Firenze non si è mai neppure sognata di celebrare il poeta nativo di Marradi che ha trovato più fortunati lidi nella sua provincia più vicina di Scandicci e Lastra a Signa o in città come Bologna e Genova.  La sua epopea e fascinazione, sua e del suo manoscritto “Il più lungo giorno” smarrito nel lontano 1913 e ritrovato nel 1971 nella soffitta della casa di Poggio a Caiano del pittore Ardengo Soffici, sono legati ad emisferi che furono a cavallo, prima e dopo, la storia di Campana a Firenze. Troppo lirico per i futuristi, troppo avanti per il purismo linguistico dei poeti ermetici, Campana ha trovato fortuna solo dopo gli anni ’50 quando in Italia ci si cominciava a disfare di un passato pedante o burrascoso, nella poesia come nella politica, ed iniziava ad emergere la figura dei poeti “bohemien” come, forse riduttivamente fu definito Campana.