giovedì 2 marzo 2017

Luciano Bianciardi, "Il precario esistenziale"

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Luciano Bianciardi,
"Il precario esistenziale"
a cura di Gian Paolo Serino,
Edizioni Clichy
www.edizioniclichy.it
Luciano Bianciardi è uno di quei personaggi che ti accendono qualcosa dentro, una fiammella che poi messa insieme ad altre forze possono dare la spinta ad un incendio di cambiamento. Era forse questa l'idea principale dello scrittore di La vita agra, "la storia di un'incazzatura in prima persona singolare", è anche un romanzo che spopola negli anni '60 con ventimila copie vendute e arrivato alla quarta edizione in poco tempo, fino all'ultima di oggi, ripubblicato da Feltrinelli nel 2013. Il romanzo che lo rese famoso fu anche l'occasione che colse Bianciardi impreparato a vivere ciò per cui combattè per tutta la vita. Il successo, proprio non lo sopportava questo scrittore che fu anche uno dei redattori nella prima redazione di Feltrinelli a Milano e che ebbe poi il coraggio di licenziarsi per dedicarsi alla traduzione e alla scrittura. Bianciardi è stato autore di nove romanzi, traduttore di autori come  Miller e Faulkner, dei classici Conrad e Stevenson, oltre che dello strepitoso Ritorno al mondo nuovo di Aldous Huxley e tanti altri, collaboratore di "Guerin Sportivo" e di quotidiani come "l'Avanti", "Il mondo" sui quali scriveva i suoi memorabili editoriali contro Milano e il miracolo economico italiano. «Bastano pochi mesi – , scrive Bianciardi nel libro Luciano Bianciardi – Il precario esistenziale a cura di  Gian Paolo Serino, Edizioni Clichy – perché chiunque si trasferisca qui si svuoti dentro, perda linfa e sangue, diventi guscio: tra 20 anni tutta Italia si ridurrà come Milano».
Un classico "antitaliano" precursore di quei scritti corsari che faranno celebre il poeta Pier Paolo Pasolini, Bianciardi si scagliava con sua "agrezza" contro li consumismo e gli industriali che volevano cambiare l'Italia, sempre dalla parte dei semplici, come dimostrano i suoi esordi letterari nel libro I minatori della Maremma scritto con Carlo Cassola, una terra che amava e della quale si portava dentro una certa integrità e ostinazione. «Gli automi vendono e comprano ogni cosa, (...) io dico sempre metteteci una catasta di libri e accecati come sono comprerebbero anche quelli». Non solo nei suoi scritti, anche nei fatti, egli rifiutava l'idea della cultura per pochi, disprezzava a suo modo gli intellettuali e invitava tutti coloro che volevano esserlo e che avevano compiuto studi universitari a compiere un percorso aritroso, proprio come il suo che amava Gadda e Kerouac allo stesso tempo. Ad un certo punto della sua carriera rifiutò una collaborazione al Corriere della Sera di Montanelli che gli offrì un contratto dopo aver letto il suo romanzo che trovò strepitoso. Ma non se ne pentì mai, perché la sua penna doveva scorrere libera in un'epoca che preconizzava quel cambiamente che, come previde anche Pasolini, nulla cambiò perché, anche Bianciardi ne era convinto, il cambiamento passa dall'individuo e dalla sua crescita personale.

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