Dino Campana a Firenze



"Nel migliore dei mondi possibili - Dino Campana a Firenze"
Autore: Antonio Lanza
Editore: Settemari scarl
Prezzo: E. 6,90
Pagine: 144

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INDICE DEI CAPITOLI
  1. La famiglia Campana
  2. Fanny Campana
  3. Da collegiale a caporale
  4. L'indomabile campana
  5. Il viaggio, i monti e la poesia
  6. La prima fuga a Firenze
  7. Passeggiata in America e ritorno
  8. Il vate Papini
  9. Lacerba e l'incendio futurista
  10. Firenze, il Futurismo e le Giubbe Rosse
  11. Uova marce e Futurismo
  12. Il ritorno di Campana
  13. Natale a Marradi
  14. Il matto di Marradi
  15. Gigino, aiutami tu!
  16. La pagina strappata
  17. Ti saluto, cugino!
  18. Campana e gli assassini fiorentini
  19. Un capolavoro dimenticato in soffitta
  20. I veleni di Lastra a signa
  21. Il poeta duellante
  22. Tutto va per il meglio nel peggiore dei mondi possibili
  23. Appendice - Post mortem



ESTRATTO: CAPITOLO 12


Il ritorno di Campana

Dicembre 1913, qualche giorno prima la serata Futurista.
A Firenze c'è un freddo intenso, il vento gelido taglia le mani, si fa fatica a respirare ed a tenere gli occhi aperti. Un uomo un po' goffo e malridotto si aggira tra le strade spopolate della città. A guardarlo da lontano sembra uno dei tanti mendicanti che di tanto in tanto si vedono aggirare per le strade del centro. È vestito di pelli di capra ed ha di lato una bisaccia con dentro dei fogli di carta da pacco, tutti piegati uno sull'altro a cono, come fossero ordinati. La sua età non è facilmente definibile da lontano ma, avvicinandosi, si capisce che è poco più che un ragazzo con l'aspetto di un adulto: una barba bionda e folta, tarchiato ed un po' paffuto, dal viso rubino e dei capelli spettinati ed abbondanti sulla testa. Se ne sta con le spalle rinchiuse sul petto e cerca di ripararsi le mani dal freddo sfregandole una contro l'altra rivolte con la punta delle dita verso l'alto. Sbatte i piedi a terra come fanno i vigilantes quando fanno la guardia ad un carico d'oro. Si avvia verso via Nazionale, guardando a destra e a sinistra della strada. Una sfilza di manifesti nuovi di stampa appesi di fianco una porticina stretta, aperta, da dove sembrano provenire un rumore di macchine in funzione, attirano la sua attenzione. Si avvicina. Alza lo sguardo che teneva basso e legge in alto al centro: “Grande Serata Futurista” e il sottotitolo: “Firenze – TEATRO VERDI – 12 dicembre 1913”. una vampata di calore riscalda per un attimo il suo volto serio. Guarda dentro la porticina, chiede permesso ed entra, sempre sfregandosi le mani e provando un minimo di sollievo nel locale riscaldato. Il rumore della stampatrice copre quello dell'ingresso dell'uomo. Egli si avvicina e legge sul foglio giallognolo su carta ruvida stampata la testata: “Lacerba” e poi sotto “Giornale di bordo”. Sorride, alza la testa ed in fondo alla sala una piccola porta dove si vedono due uomini di spalle, in piedi, che guardano sulla scrivania dietro la quale c'è seduto un uomo che sembra illustrare loro qualcosa. L'uomo si avvicina a passo lento verso la porticina, discretamente. Poi arriva lì senza che nessuno può vederlo ed osserva la scena ascoltando la loro conversazione. “I dati ci dicono che la rivista ha raddoppiato le vendite – dice l'uomo seduto alla scrivania, più anziano dei due. - Ciò vuol dire che il mese prossimo – continua l'uomo – ci avanzano i soldi per poter lavorare alla stampa di un libro. Vi rendete conto che... - l'uomo si interrompe, guarda dietro i due e rimane un attimo interdetto dalla presenza di quel giovane. Poi alzando il mento dice: “Desidera?” ed il ragazzo che in un primo momento sembrava avere un aspetto minaccioso ma che poi assume uno sguardo morbido e docile, mentre continua a strofinarsi le mani avvolte da guanti a mezzo dito e con le punte rivolte verso l'alto, sorride e dice: “Sono Campana...Cercavo i signori Papini e Soffici”. I due uomini in piedi, si voltano nel sentire i loro nomi e sorpresi si guardano l'uno con l'altro. Poi uno di loro si fa avanti e si presenta: “Sono Ardengo Soffici, piacere...lui è Giovanni Papini”. Appena detto questo Papini, abbassa la testa e cerca di passare dalla porta per lasciare la stanza. Campana lo ferma con un gesto cauto del braccio: “Ah...signor Papini, si ricorda, ha ricevuto la mia lettera?” sorride un po' strambo quasi a giustificarsi ed incontrando uno sguardo freddo dell'uomo che lo fissa dall'alto della sua statura. “Sì, ricordo. Ah! Lei è Campana...” poi si gira come se niente fosse, prende dei fogli dalla scrivania e si rivolge all'uomo che resta seduto là dietro: “Attilio, do un'occhiata a questi dati poi ne riparliamo più tardi, va bene”. “Va bene” gli risponde. Si rigira, lancia un'occhiata al giovane che continua fissarlo in un'espressione entusiasta ed aggirandolo esce dalla porticina. “Allora, signor Campana, ha scelto un bel momento per venire a Firenze...Ha freddo?”
- Eh sì – fa Campana che rimane un po' interdetto.
- Com'è venuto? -
- A piedi -
- E da dove? -
- Da Marradi, il mio paese -
- Marradi! E dov'è questa Marradi? – chiede Papini rivolgendosi all'amico che se ne stava ancora paralizzato di là nella stanza mentre l'uomo alla scrivania aveva iniziato a trafficare con delle carte, aprendo e chiudendo cassetti.
- Dovrebbe essere nel Mugello, Giovanni.
- Ma è in Emilia, no? - fa Papini mentre si muove in modo flemmatico dentro la tipografia con delle bozze di manoscritti in mano. - Veramente, è ancora Toscana! –  dice il giovane sfregandosi un po' le mani ed osservando la postura appoggiata alla macchina ed in attesa di qualcosa del suo interlocutore. Silenzio, solo il rumore della stampante. Papini fissa lo sguardo sulla macchina che lavora, si ritira su gli occhiali rotondi che gli scendevano sul naso e si scompone la folta e riccia capigliatura. Poi il suo sguardo si rialza, in attesa di risposta, mentre il giovane lo guarda in silenzio. Poi Campana riprende a parlare: - E' un paese sulla via faentina, a metà tra Borgo San Lorenzo e Faenza.
- E lei è venuto a piedi da Marradi fino a Firenze – si interrompe guardandolo da testa a piedi e notando meglio il suo abbigliamento grezzo e sprovveduto. Poi ritrova il suo volto che si è rifatto sorridente – Con questo freddo!!”
- Eh sì! – sorride Campana, notevolmente soddisfatto per la meraviglia dell'uomo e per il suo interesse. Papini lo guarda per qualche altro istante, poi rimette gli occhi sulla macchina che ruota fogli di stampa, abbassando il collo e ingobbendosi nella sua altezza, con un braccio appoggiato alla macchina ed una gamba dietro l'altra. Qualche istante, poi riprende: - Allora, signor Campana, è venuto a proporsi come nostro redattore? - fa Papini con tono ironico ed aggiungendo – visto che qui siamo tutti “cialtroni” - dice mettendo l'accento su cialtroni e rivolgendosi al suo amico che stava dietro Campana ad osservare la scena senza dir nulla.
- Nooo! – esclama Campana sorridendo ironico e stemperando quella sua provocazione – Evidentemente lei è più scrittore che filosofo, visto che non ha inteso il parossismo espletato nella lettera mandatale in maggio – dice giungendo le mani sotto il mento e sorridendo guardandolo intensamente negli occhi. Papini a sua volta lo fissa, quasi con stupore misto ad odio, poi improvvisamente scoppia in una risata e voltandosi dall'altra parte per ricominciare la sua danza nella stamperia dice a voce alta “Parossismo, eh?”. Campana ride e dietro di lui Soffici se ne sta appoggiato al muro con le mani conserte accennando anche lui ad un risatina complice dell'ilarità. - Lei è proprio matto, Campana. Lo sa? - dice soffici da dietro e mentre parla ride con aria consolatoria. Campana si volta ridendo a sua volta sempre più forte: - Certo che lo so, signor Soffici -
- Cos'ha lì, un regalo per noi? - fa Soffici indicando quei fogli di carta da pacco che escono dalla bisaccia appesa al collo che scende da un fianco fin quasi a terra. - Sì, in un certo senso – va verso Papini che alza la testa per guardarlo dalla piccola scrivania illuminata da una lampada sulla quale si era messo a leggere le bozze, in piedi. Campana tira fuori i fogli di carta e li porge sotto il naso di Papini che alza lo sguardo, interessato
- Cos'è sta' roba? – delicatamente prende i fogli per guardarli. Tocca la carta: è la peggiore carta su cui abbia mai visto scrivere parola, ma non dice nulla. Legge la frase in cima al primo foglio: “Il più lungo giorno”. Poi guarda di nuovo in viso Campana che se ne sta solenne, a pochi centimetri da lui, con lo sguardo fisso e quella barba che gli fa da protezione ad una fragilità finalmente manifesta, chiara. - Questo è tutta la mia vita, signor Papini! E la metto nelle sue mani - .

Campana ha consegnato a Giovanni Papini il suo manoscritto, quello che lui definiva in quel modo così suggestivo, “la sola giustificazione della mia esistenza” (Souvenir d'un Pendu, p. 138). Secondo alcuni Dino Campana arrivò a Firenze nel rigido inverno del 1914 per consegnare a Giovanni Papini e Ardengo Soffici (Giubbe Rosse, p. 129), che stavano per diventare tra i più produttivi editori e redattori del mondo culturale italiano, il suo manoscritto duramente concepito tra l'estate e l'autunno dell'anno precedente tra i monti di Marradi ed i suoi vagabondaggi. Ma molto più probabilmente giunse a Firenze agli inizi di dicembre del 1913. Ed è al 6 o 7 dicembre di quell'anno che va fatta risalire la data di consegna a Papini nella redazione di Lacerba, poco prima della serata futurista che in quei giorni stavano organizzando a Firenze (SdP, p. 17). Dino Campana in questo periodo arriva a Firenze povero e poeta, subito dopo aver scritto a Papini una lettera infuocata ma determinato ad affermare la sua iniziazione di scrittore sulla sua rivista che era una delle più importanti del momento. Da parte sua Papini, che in quei giorni aveva ben altro a cui pensare, qualche giorno più tardi incontrò di nuovo Campana. Si avvicinava il giorno della serata futurista al Teatro Verdi, quando Papini incontrò Campana al Caffè della stazione vecchia, presumibilmente nella zona di Piazza Santa Maria Novella. Disse di aver dato un'occhiata al suo manoscritto e di esserne rimasto impressionato, che non era affatto male, ma molto meno di quel che si aspettasse. E certo che le aspettative di Papini dovevano essere alte per uno che definiva la sua rivista fatta da “cialtroni”! In effetti bisogna pensare che l'accoglienza di Papini non fu un'accoglienza fredda o snob per uno che era stato attaccato da un “signor nessuno” quale era Campana in quegli anni, ma che indubbiamente possedeva una personalità che lo attraeva visto che nelle sue memorie, come nei suoi discorsi dell'epoca Papini dichiarerà spesso che “al tempo si preferivano i pazzi ai sani di mente”. Chi afferma che Campana può aver fatto “paura” ai due intellettuali Papini e Soffici, credo affermi una banalità. I due intellettuali non erano certo quel che si dice un esempio di borghesi, benpensanti o bigotti, in nessuna delle manifestazioni della loro momentanea esistenza di scrittori e fiorentini. Tuttalpiù Papini invita Campana, magari per propaganda ma comunque dandogli un'occasione di coinvolgerlo, alla mostra futurista di via Cavour. Dino osservando il quadro di Soffici in esposizione, “Tarantella dei pederasti”, scrive una poesia: “Faccia, zig zag anatomico che oscura/ La passione torva di una vecchia luna/ In una taverna cafè chantant/ D'America: la rossa velocità/ Di luci funambola che tanga/ Spagnola cinerina/ Isterica in tango di luci si disfà:/ D'America:/ Sul piano martellato tre/ Fiammelle rosse si sono accese da sé.” (Fantasia su un quadro di Ardengo Soffici, Canti Orfici, p. 142) Nei giorni successivi al suo rifiuto Papini, evidentemente vedendo Dino coinvolto e disperato, sente il bisogno di riprendere quel manoscritto su carta da pacco ed altri scritti di Campana per destinarli alla pubblicazione. Forse, come è normale che sia, avevano accolto con un po' di diffidenza quell' “uomo dei boschi” come Campana stesso si definì in una lettera di qualche mese dopo la sua visita a Firenze inviata allo stesso Papini dove il poeta chiede al fiorentino di ricordarlo al pittore Carrà. Dino, seppure bistrattato per il suo aspetto e sottovalutato dagli intellettuali, che in quei giorni di fermento frequentano Firenze – stiamo parlando del fior fiore della cultura nazionale dell'epoca –, ha fatto il suo ingresso nella società fiorentina perché viene presentato a Carrà, Giuseppe Prezzolini, Alberto Viviani e gran parte di coloro che frequentavano assiduamente le Giubbe Rosse e il caffè Gambrinus, altro luogo di Firenze dove si di solito si facevano incontri di vita mondana, ma mai banale e conformista. Con un bel po' di ilarità, di scherno e di scetticismo, Dino Campana vive le sue prime esperienze da intellettuale. Sta a Firenze per diversi giorni, senza una sistemazione congrua, malvestito, trasandato ed infreddolito. Egli stesso si definirà disperato, in quel periodo (SP pg. 139). Le esperienze di questi giorni fiorentini, saranno poi rivalutati da lui poco dopo. Per ora se ne va da Firenze un po' umiliato dalle battutacce dei fiorentini, in condizioni fisiche precarie, ma con una speranza nel cuore: il manoscritto consegnato a Papini.




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